sabato, 26 dicembre 2009

...ed accendete il cervello

mercoledì, 23 dicembre 2009
Il 23 Dicembre 1984 il rapido “904” proveniente da Napoli e diretto a Milano era strapieno di viaggiatori. La maggior parte di essi andava a trovare i loro cari per le feste di Natale. Quel treno non giunse a destinazione. Nella galleria di S. Benedetto Val di Sambro una volontà criminale, politico mafiosa, eversiva delle Istituzioni, volle un massacro di cittadini innocenti. Tutto fu predisposto per provocare il maggior numero possibile di vittime: l’occasione del Natale, la potenza dell’esplosivo, il “timer” regolato per fare esplodere la bomba sotto la galleria, in coincidenza del transito, sul binario opposto, di un altro convoglio. Solo il tempismo del conducente che prontamente bloccò la linea evitò una strage maggiore. In quella galleria sono rimasti i corpi di 15 persone e centinaia ne sono usciti feriti in maniera anche gravissima, alcuni morendone a distanza di anni.

 

 

Immagine 16 da marioarpaia.

XXV Anniversario della strage sul treno Rapido 904
Napoli – Milano del 23 dicembre 1984

Venticinque anni fa una bomba posta nella nona carrozza di II classe del treno Rapido 904 stroncò le vite di 16 persone e segnò dolorosamente l' esistenza dei familiari delle vittime e dei feriti sopravvissuti a quella tragica sera dell'antivigilia di Natale del 1984. Quest’anno la commemorazione sarà articolata in due fasi che ripropongono il tragico viaggio delle vittime e dei feriti compiuto 25 anni fa. La manifestazione inizierà a Napoli nell’Atrio della Stazione Centrale alle ore 12.30 e si concluderà nel Piazzale della Stazione di San Benedetto Val di Sambro alle ore 19.30 . L' “Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage sul Treno Rapido 904 Napoli-Milano del 23 dicembre 1984”, nel ricordare il sacrificio delle vittime e impegnandosi a trasmettere la memoria di una delle più efferate stragi che hanno colpito il nostro Paese intende riaffermare il diritto a conoscere tutta la verità sulla strage e ottenere giustizia. Ringraziamo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per aver espresso la partecipe solidarietà ai familiari delle vittime e per aver esortato, nel messaggio inviato alla nostra Associazione, a non dimenticare ,a far rivivere il ricordo di tutte le vittime di una così cieca e crudele violenza perché ciò è un dovere che la comunità nazionale ha nei confronti delle nuove generazioni.

fonte: http://www.stragetreno904.it/Default.asp
(Associazione dei familiari delle vittime e dei feriti rimasti invalidi in seguito alla strage sul treno Rapido 904 del 23 dicembre 1984)

lunedì, 21 dicembre 2009

Uzoma Emeka, 32 anni, detenuto a Castrogno nel Teramano per una vicenda di droga, si è sentito male attorno alle otto e mezzo del mattino mentre parlava con la moglie. Si è accasciato a terra ed è stato soccorso con una tale "lentezza" che, viste le circostanze e visto chi fosse Uzoma Emeka, non può non destare più di qualche sospetto. All’ospedale, infatti, racconta l’avvocato Giulio Lazzaro “Uzoma ci è arrivato solo dopo l’una del pomeriggio” (quasi 5 ore dopo). Troppo tardi per salvarlo. Ma soprattutto: perché lasciar passare quasi cinque ore prima del ricovero? Ma veniamo alla storia di Uzoma Emeka, che il 22 settembre scorso, aveva assistito al pestaggio di un altro detenuto. Pestaggio avvenuto, secondo il comandante delle guardie carcerarie di Castrogno Giuseppe Luzi, nel luogo sbagliato. L’agente, infatti, aveva rimproverato i suoi colleghi: «Non si massacrano i detenuti così, in sezione, si massacrano sotto, il “negro” ha visto tutto». Luzi, dopo che le sue parole, registrate forse da un collega, sono finite alla redazione de “La Città”" che le ha pubblicate è stato rimosso dall’incarico, su pressioni provenienti "dall'alto". Dopo il suo allontanamento, però, sul carcere teramano è piombato una coltre di silenzio. Eh già perchè Uzoma Emeka, oltre ad essere malato di tumore, causa della morte come dicono le notizie ufficiali, guarda un pò il caso è “Il negro”, ossia quello che tre mesi fa aveva assistito al pestaggio di un detenuto nel carcere di Castrogno, ed ora è morto. Un malore in cella ma soprattutto 5 ore di ritardo nei soccorsi e nel ricovero. Un ritardo sospetto perchè prima c’era stata quella frase: “Il negro ha visto tutto”. Frase pronunciata dal comandante delle guardie carcerarie, raccolta da un registratore e finita sui giornali. “Il negro” era lui Uzoma Emeka. Ora è un negro morto. Una coincidenza che vale almeno un sospetto. Emeka ha visto tutto, ma non ha raccontato niente, neppure al suo avvocato, e adesso è morto. Forse ricatti, certamente paura, e nessun trasferimento. Una scelta, quest’ultima, che lascia perplessi. Nel caso di Cucchi, infatti, il “supertestimone” senegalese era stato scarcerato. Uzoma, invece è rimasto a Castrogno nonostante una depressione che lo costringeva a prendere farmaci. Il nigeriano lascia la moglie e una bimba di quattro anni e sul suo corpo è stata già disposta l’autopsia. Domenica 20 dicembre l’Osservatorio permanente per le morti in carcere ha diffuso cifre da brivido: solo nel 2009 i detenuti che si sono tolti la vita dietro le sbarre sono 69. Cifre che non tengono conto di chi, come Cucchi e lo stesso Emeka, sono morti in circostanze tutte da chiarire.
lunedì, 21 dicembre 2009
La targa posta all'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz, quella con la sinistra e beffarda scritta "Arbeit macht frei" (il lavoro rende liberi), rubata nella notte tra giovedì e venerdì, è stata ritrovata e sarà restituita al museo-memoriale dell'ex Lager nazista, la più grande e atroce fabbrica della morte dell'Olocausto. Con un Blitz notturno, la polizia polacca, agenti speciali della Guardia di frontiera, del servizio segreto e dei reparti scelti del ministero della Difesa hanno preso d'assalto un'abitazione privata nel nord del paese(grazie ad una soffiata). Là hanno ritrovato la targa, tagliata in tre parti, presumibilmente per renderla trasportabile. Là, hanno detto i portavoce della polizia, hanno sorpreso e arrestato i cinque presunti ladri-profanatori, cinque persone tra i 20 e i 39 anni. Nelle prossime ore le autorità forniranno nuovi dettagli. Dunque sembrerebbe risolto il caso criminale più clamoroso di questi giorni, ma non solo, cioè appunto il furto del massimo simbolo e oggetto della Memoria della Shoa e di tutti coloro che insieme agli ebrei vennero perseguitati e persero la vita in quell'inferno. Probabilmente, fanno capire i portavoce della polizia, non è casuale che i ladri abbiano portato la targa dall'ex Lager (che si trova nel sud della Polonia) al nord. Forse speravano di raggiungere un porto o un confine e trafugarla all'estero. Tra poche ore forse sapremo di più sui moventi del crimine e sui mandanti. La polizia polacca, in contatto con l'Interpol e con i servizi segreti tedesco, britannico e israeliano, ha attuato la sua caccia all'uomo lavorando su due piste: neonazisti oppure collezionisti folli e ricchissimi (neonazisti anche loro).
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categoria:notizie, antixenofobia, anti nazismo
sabato, 19 dicembre 2009
http://4.bp.blogspot.com/_4Y-je6hGtII/SaA-0vMbn9I/AAAAAAAAANo/rQRXAOHgnT8/s320/riscaldamento_globale.jpg

Pensate alla possibilità che un gran numero di specie viventi, che si sono evolute su questo pianeta nel corso di milioni di anni, scompaia per sempre nel giro di una sola generazione. Che la vita, con tutta la sua affascinante vitalità, venga cancellata con tale rapidità, una volta per tutte. Come molti hanno previsto, il prossimo secolo potrebbe rivelarsi come "l'era della solitudine", in cui l'uomo scopre di essere solo in un pianeta devastato. Una specie di "estate silenziosa", un'incessante ondata di calore, priva del canto degli uccelli, del ronzio degli insetti e di tutti gli strani e meravigliosi rumori violenti che ci tengono compagnia senza che ce ne rendiamo conto. Dovremmo semplicemente accettare questo destino? Possiamo coscientemente cancellare la storia vivente della Terra?. Allora perché non bruciare anche le biblioteche e le gallerie d'arte, facciamo a pezzi gli strumenti musicali e strappiamo gli spartiti...si possono poi ricreare delle repliche decenti. A differenza del dragone di Boyd o del rospo dorato, ovviamente, che rischiano di scomparire presto, come nel caso del primo, o sono già scomparsi per sempre a causa del riscaldamento globale, come nel caso del secondo. La perdita della biodiversità non è un problema puramente estetico. Sebbene molti, come me d3el resto, ritengono che la vita naturale e la biodiversità abbiano un valore intrinseco, indifferentemente dalla loro utilità per gli umani, tutta la società umana alla fine è dipendente dagli ecosistemi naturali. Questa notizia potrebbe giungere come una sorpresa al tipico abitante della città che va avanti con cibi precotti spaparanzato davanti alla sua tv, ma è proprio così. Dai pesci alla legna da ardere, la natura ci nutre, ci accoglie, ci riscalda e ci veste. La Terra non sarebbe coltivabile se non fosse per la materia organica processata nei batteri. Le colture non darebbero i semi se non fossero impollinate dalle api. L'aria non sarebbe respirabile se non fosse per la fotosintesi degli alberi e del placton. L'acqua non sarebbe potabile se non fosse per l'azione ripulente delle foreste e delle zone umide. Molte delle medicine che hanno allungato la nostra aspettativa di vita furono sviluppate in primo luogo con le sostanze naturali prodotte dalle piante e dagli animali, e certamente molte altre attendono di essere scoperte. La vita regola anche il ciclo dei nutrienti del pianeta, se gli organismi presenti negli oceani non avessero messo da parte nelle rocce calcaree e nei combustibili fossili il carbonio in eccesso nel corso di milioni di anni, il nostro pianeta assomiglierebbe da tempo a Venere, dove le temperature in superficie raggiungono quasi i 500°C, abbastanza per fondere il piombo, a causa di una atmosfera ostile alla vita composta al 96% da biossido di carbonio. Alcuni dei servizi offerti dagli ecosistemi, pochi a dire il vero, possono essere sostituiti dalla tecnologia, come molti economisti suggeriscono. Ma l'ecologia è un fenomeno così complesso che non riusciamo neanche a comprendere molte delle interazioni che avvengono all'interno degli ecosistemi, figuriamoci ricrearli in laboratorio. Un gruppo di scienziati ha cercato una volta di ricreare da zero un ambiente vivente in uno spazio sigillato denominato Biosphere 2, in una grande serra nel deserto dell'Arizona. Il progetto fallì miseramente. Mana mano che all'interno della serra salivano i livelli di biossido di carbonio, gli abitanti di Biosphere 2, mentre boccheggiavano, avranno forse avuto modo di riflettere sulla lezione. La vita ci tiene in vita, e dobbiamo sapere che la stiamo maltrattando a nostro rischio e pericolo.

Cop-15
 LA CONFERENZA SUL CLIMA A COPENHAGEN: 
 È UNA ENORME E VERGOGNOSA
BUFFONATA ! 

da leggere anche :
http://isole.ecn.org/uenne/archivio/archivio2009/un44/art6286.html
sabato, 19 dicembre 2009
 L’ACQUA è indispensabile alla vita e, visto l’innalzamento della temperatura del globo terrestre dovuta all’attività umana, l’aumento della popolazione mondiale, l’avanzamento della desertificazione dovuto alle culture industriali e l’inquinamento delle società industriali legate alle concentrazioni urbane, è diventata, e lo sarà sempre più, RARA e PREZIOSA. Da questo deriva che le azioni legate alla sua SPARTIZIONE e cioè le cosiddette “politiche mondiali sull’acqua” siano l’oggetto principale dell’interesse delle grandi potenze mondiali.

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L´acqua è fonte di vita. Senza acqua non c’è vita. L’acqua costituisce pertanto un bene comune dell’umanità, un bene irrinunciabile che appartiene a tutti. Il diritto all’acqua è un diritto inalienabile: dunque l’acqua non può essere proprietà di nessuno, bensì bene condiviso equamente da tutti. Oggi sulla Terra più di un miliardo e trecento milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile. Si prevede che nel giro di pochi anni tale numero raggiunga i tre miliardi. Il principale responsabile di tutto ciò è il modello neoliberista che ha prodotto una enorme disuguaglianza nell’accesso all’acqua, generando oltretutto una sempre maggior scarsità di quest’ultima, a causa di modi di produzione distruttivi dell’ecosistema. E tuttavia, le pressioni ai diversi livelli (internazionale, nazionale e locale), finalizzate ad affermare la privatizzazione e l'affidamento al cosiddetto libero mercato della gestione della risorsa idrica, continuano imperterrite e travalicano trasversalmente le diverse culture politiche ed amministrative. Per questo affermiamo che arrestare i processi di privatizzazione dell'acqua assume, nel XXI secolo, sempre più le caratteristiche di un problema di civiltà, che chiama in causa politici e cittadini, che chiede a ciascuno di valutare i propri atti, assumendosene la responsabilità rispetto alle generazioni viventi e future. Le istituzioni economiche, finanziarie e politiche che per decenni hanno creato il degrado delle risorse naturali e l’impoverimento idrico di migliaia di comunità umane oggi dicono che l’acqua è un bene prezioso e raro e che solo il suo valore economico può regolare e legittimare la sua distribuzione. Noi sappiamo che non è così. Dopo decenni di ubriacatura neoliberista, gli effetti della messa sul mercato dei servizi pubblici e dell’acqua dimostrano come solo una proprietà pubblica e un governo pubblico e partecipato dalle comunità locali possano garantire la tutela della risorsa, il diritto e l’accesso all’acqua per tutti e la sua conservazione per le generazioni future. In questa battaglia, insieme globale e locale, è ormai largamente diffusa la consapevolezza delle popolazioni riguardo alla necessità di non mercificare il bene comune acqua e non esiste quasi più territorio che non sia attraversato da vertenze per l’acqua. Le lotte per il riconoscimento e la difesa dell’acqua come bene comune hanno acquisito in questi anni una rilevanza e una diffusione senza precedenti, assumendo anche nuovi significati ed approfondimenti. Da una parte, le lotte contro la privatizzazione e per il diritto d’accesso all’acqua e alle risorse naturali sono state il motore di cambiamenti sociali e politici epocali in un continente come l’America Latina (basti pensare alla Bolivia che oggi, primo paese al mondo, ha un Ministro per l’Acqua o all’Uruguay che ha deciso, attraverso referendum, di inserire l’acqua come diritto umano e bene comune nella Costituzione) e in diverse aree geografiche planetarie (prima fra tutte, la lotta delle donne e dei contadini indiani contro le dighe del Narmada); dall’altra, le lotte per l’acqua tendono sempre più a divenire strumento di costruzione di pace contro la guerra globale, oggi sempre più determinata dalla competizione per il controllo delle risorse naturali strategiche, di cui l’acqua è la più importante. Anche nel nostro Paese l’importanza della questione acqua ha raggiunto nel tempo una forte consapevolezza sociale e una capillare diffusione territoriale, aggregando culture ed esperienze differenti e facendo divenire la battaglia per l’acqua il paradigma di un altro modello di società. E’ un percorso che parte da lontano. Nel 2003, dichiarato dall’ONU Anno mondiale dell’acqua, proprio a Firenze si svolse il Forum Mondiale Alternativo dell’Acqua che, ispirandosi al concetto di acqua come bene comune necessario alla vita, bocciò le politiche fondate sulla trasformazione dell’acqua in merce, anche mediante l’introduzione del cosiddetto “partenariato pubblico-privato”, chiedendone con forza la proprietà e la gestione pubblica come garanzia di libero accesso per tutti. Da allora sono state decine e decine le vertenze che si sono aperte nei territori contro la privatizzazione dell’acqua e per un nuovo governo pubblico e partecipato della stessa : dall’Abruzzo alla Sicilia, dalla Campania alla Lombardia, dal Lazio alla Toscana, dove nel 2005 sono state raccolte più di 43000 firme in calce ad una legge regionale di iniziativa popolare. La necessità di mettere in rete e collegare fra loro queste diverse esperienze, unita alla consapevolezza che per poter produrre un cambiamento effettivo occorreva costruire sull’acqua una vertenza di dimensione nazionale, sono state il terreno di coltura che ha permesso nel marzo 2006 l’effettuazione a Roma del primo Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, cui hanno partecipato centinaia di realtà territoriali e decine di reti nazionali, associative, sindacali e politiche. Il Forum, attraverso i suoi seminari, ha messo a fuoco l’intera questione acqua, dagli aspetti di politica globale a quelli territoriali, dalla tutela della risorsa alla sua gestione, dalla critica delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni alla ricerca di nuovi modelli di pubblico basati sulla democrazia partecipativa. Con un’ importante conclusione condivisa : la necessità di un cambiamento normativo nazionale, che segnasse una svolta radicale rispetto alle politiche, trasversalmente condivise negli ultimi vent’anni, che hanno fatto dell’acqua una merce e del mercato il punto di riferimento per la sua gestione. Provocando dappertutto : degrado e spreco della risorsa, precarizzazione del lavoro, peggioramento della qualità del servizio, aumento delle tariffe, riduzione dei finanziamenti per gli investimenti, diseconomicità della gestione, espropriazione dei saperi collettivi, mancanza di trasparenza e di democrazia. Ovvero, il totale fallimento degli obiettivi promessi da una martellante campagna di promozione comunicativa in ordine ai benefici della privatizzazione e del cosiddetto partenariato pubblico-privato - maggiore qualità, maggiore economicità, maggiori investimenti- che, alla prova dei fatti si sono dimostrati totalmente inconsistenti. Nel frattempo, il cambiamento realizzatosi con le elezioni politiche dell’aprile 2006 ha portato al governo la coalizione dell’Unione che, nel suo programma contiene il principio del mantenimento nelle mani pubbliche della proprietà e della gestione del servizio idrico integrato. Un importante passaggio, frutto anche della mobilitazione sociale che in questi anni ha reso cultura di massa l’idea dell’acqua come bene comune non mercificabile.
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C'è una domanda che credo sia il sunto e la base di partenza per qualsiasi ragionamento si possa fare sull'acqua: è un bene comune o un bene economico? La risposta è, ovviamente, semplice: l'acqua è un bene comune e in quanto tale deve rimanere così per tutti.
sabato, 19 dicembre 2009
C'era una volta Auschwitz. L'ingresso portava una beffarda scritta in ferro battuto: "Il lavoro rende liberi". Le liste di metallo che sostenevano le lettere in stampatello apparivano come delicate, tranquillizzanti, quasi leziose sottolineature. Gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, i comunisti, gli anarchici etc etc... lasciavano i vagoni piombati dei treni per recitare un copione già scritto: la discesa all'inferno. Erano esseri umani colpevoli di vivere, di essere se stessi. Stavano per diventare dei dannati, vite spezzate, corpi che sarebbero entrati in una stanza per uscirne fumo e cenere. Vittime della negazione dell'uomo. Auschwitz era la mostruosità del quotidiano, la catena di montaggio dell'odio, l'ingegneria criminale, il lager dove le espropriazioni fisiche e psichiche riducevano i corpi a fantasmi senza sesso e senza carne, abitati dal terrore, e dove i bambini erano trasformati in volute di fumo sotto un cielo muto. Era il tifo, i pidocchi, i reticolati, le baracche, le camere a gas, i corpi nudi e vergognosi dei vivi, quelli rattrappiti e sconciati dei morti, occhi, bocche, sorrisi che non c'erano più, i morti di oggi e i morti di domani.

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La polizia polacca ha annunciato il furto della insegna in ferro battuto posto all'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz, "Arbeit Macht Frei" (il lavoro rende liberi). La portavoce della polizia polacca, Katarzyna Padlo ha spiegato che le autorità locali ritengono che il celebre cartello sia stato rubato fra le 3.30 e le 5 di questa mattina, le guardie hanno subito lanciato l'allarme e avvertito la polizia. Secondo quanto riferito, il cartello è stato svitato da una parte e "strappato" dall'altra: le forze di sicurezza hanno subito avviato le ricerche, ma al momento non ci sono sospetti. L’ex campo di sterminio è chiuso di notte e controllato dalla vigilanza. Gli inquirenti stanno ora vagliando le registrazioni delle videocamere che monitorano l’ex campo. Sorto nell’aprile del 1940, dopo l’occupazione della Polonia da parte di Adolf Hitler nel settembre 1939, il campo di concentramento di Auschwitz (nome in tedesco della cittadina che in polacco si chiama Oswiecim) divenne il simbolo dell’Olocausto.
"L’iscrizione è stata rubata alle prime ore del mattino", ha detto Jaroslaw Mensfeld, portavoce del museo che amministra l’ex campo di sterminio. "E’ una profanazione del luogo dove sono state uccise oltre un milione di persone", ha aggiunto, precisando che si tratta del primo episodio del genere. "Chiunque lo abbia fatto sapeva bene cosa stava rubando". La polizia locale infatti, dopo aver appreso il fatto ha battuto ogni angolo dell'ex campo, ora museo, con tanto di unità cinofile, nella speranza di trovare qualche traccia lasciata dai criminali, non ha ancora un’idea precisa di chi possa aver compiuto tale gesto ma si è limitata a riferire che chi ha messo in atto l’azione conosceva la struttura del cancello. Dei professionisti, insomma, visto che i ladri hanno dovuto recidere il filo spinato che costeggia la rete che delimita il campo, realizzando un’operazione complessa che evidenzia come i ladri sembravano essere a conoscenza del luogo e della posizione delle telecamere di sorveglianza, il cui materiale comunque è ora al vaglio della polizia e degli inquirenti. Il cartello rubato è già stato sostituito con una copia, creata tempo fa per consentire la riparazione dell’originale. La polizia ha aperto una inchiesta sull’accaduto e offrirà un premio di 5.000 zloty (1.250 euro) a chi ritroverà la scritta. Mentre la prefettura ha garantito che verrà data la caccia agli autori del furto.
sabato, 12 dicembre 2009
- "Signore, vorremmo raccontare la sua storia"
- "La mia storia ! Quale storia? "
- "La sua... Lei ha perso una persona cara in piazza Fontana..."
- "Piazza Fontana? E cos'è successo a piazza Fontana?"
- "Non starà mica scherzando? La bomba nella banca dell'agricoltura...12 dicembre 1969, diciotto morti, (Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti, Giuseppe Pinelli) decine di feriti..."
- "Sto scherzando, io...? Lo stato ha detto che non esiste un colpevole, dunque nessuno ha messo la bomba, dunque non c'è stata nessuna strage, dunque io non ho una storia da raccontarvi. Per favore, mi lasci in pace! Non è successo niente, ma proprio niente, il 12 dicembre 1969."

http://rivistapaginazero.files.wordpress.com/2007/12/piazzafontana.jpg

Era il maggio del 2005 quando parlammo per telefono con il familiare di una delle vittime della strage avvenuta nella filiale della banca dell'agricoltura, a Milano. Diciotto morti, ottantotto feriti. E a trentacinque anni di distanza, proprio in quel mese di maggio, la magistratura aveva appena emesso una sentenza definitiva di innocenza per tutti gli imputati e condannando invece i sopravvissuti e i parenti dei caduti al pagamento delle spese processuali. Dopo il danno la beffa, ancora più atroce delle conseguenze della bomba. Perché quella sentenza era un macigno infilato nella bocca alle vittime, un colpo di spugna che cancellava persino la memoria del fatto. Oggi sono le vittime a chiedere ancora che le carte siano rimesse a posto. Chiedono giustizia, perchè loro sanno che hanno subito una giustizia incompleta, lacunosa, falsata da tanti omissis che li ha lasciati con l'amara senzazione di essere stati colpiti due volte. Chi sono i mandanti veri ed i responsabili materiali della strage di piazza Fontana, ma anche di Portella della Ginestre in avanti sino a piazza della Loggia, dell'Italicus etc etc....? Come è possibile che ancora si parli di errore giudiziario per la strage di Bologna?. Non un solo caso di quelli esaminati, appare senza ombre. Eppure si continua a scrivere che tutto è stato chiarito, che non c'è più nulla su cui indagare. Ed insieme al bisogno di giustizia, emerge nettamente il bisogno di verità. Non c'è stata piena giustizia perchè non c'è stata piena verità. Giustizia e verità rappresentano un binomio imprenscindibile. Per cui tutti coloro che vogliono sapere la vera verità, chiedono insieme con i parenti delle vittime che sia abolita l'eternità del segreto di stato (in nessun paese democratico la sua durata è illimitata), che siano declassificati i documenti e resi accessibili agli studiosi. Ma anche che si scavi nelle pieghe del non detto, del taciuto, e quindi non accontentarsi della falsa verità di stato, trincerata dietro a presunte verità di comodo. In passato il segreto di stato -l'abuso del segreto di stato- ha chiuso troppe bocche per troppo tempo. Rimuoverlo è il passaggio obbligato per uscire dall'anomalia italiana. Quella di un paese in fase di eterna rimozione. Di un paese che si barrica in posizioni di autodifesa per non affrontare una realtà ritenuta,(spesso per antichi vizi culturali o per un radicato riflesso psicologico), pericolosa e destabilizzante, se non peggio. Un paese immaturo che non sa fare i conti con gli errori e gli orrori della propria storia. E finito il periodo dello stragismo, il cercare a tutti i costi di rimuoverlo completamente dalla memoria, non è stata davvero la scelta migliore. Perchè, cessato il pericolo, scomparso il "nemico", sono rimaste intatte una cultura, una psicologia, un costume di quell'epoca. Resiste un sottofondo di illegalità diffusa, difficile da arginare e destinato a tornare a galla costantemente. Tangentopoli, Calciopoli, Intercettopoli etc. Nel doppiofondo del nostro paese c'è sempre un sottosuolo carsico di illeicità e scorrettezza che sprofonda o raffiora a seconda dei momenti e delle contingenze, ma che iperturbabilmente permane e che ad oggi però risulta solo come una melma maleodorante che più prima che poi ci travolgerà, se si continuerà a cancellare anche la memoria del nostro recente passato.

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domenica, 06 dicembre 2009

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Un anno fa prese il via la rivolta greca seguita all'omicidio ad Atene di Alexandros Grigoropoulos, 15enne colpito a morte dalla pallottola di un poliziotto. In occasione del primo anniversario dalla sua uccisione il movimento greco ha annunciato manifestazioni in tutto il paese e constestualmente è partita la macchina repressiva del governo greco. Da ieri oltre diecimila agenti di polizia sono schierati ad Atene, e ieri sera 163 persone sono state fermate in una serie di retate al centro e alla periferia di Atene alla vigilia delle grandi manifestazioni previste per oggi. 75 persone, tra le quali cinque italiani, sono state poste in stato di arresto. La retate sono avvenute dopo scontri con la polizia avvenuti nel quartiere di Exarchia, al centro di Atene, al termine di un presidio e dopo una irruzione in uno spazio occupato. Tre auto della polizia sono state date alle fiamme. Il movimento studentesco si è mobilitato da alcuni giorni all'insegna dello slogan "Un anno dopo non dimentichiamo". Da venerdì sono occupate centinaia di scuole e facoltà universitarie nella capitale, a Salonicco e in tutto il paese.
domenica, 06 dicembre 2009
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Fu una "strage premeditata" dai fottuti padroni capitalisti senza scruopoli, questo è il vero nome con cui va chiamato ciò che avvenne nella notte di giovedì 6 dicembre 2007 in quel della ThyssenKrupp di Torino, un ennesimo "incidente sul lavoro" che sconvolse la vita di 7 famiglie proletarie e non solo. Ben 7 operai vennero travolti da un incendio sviluppatosi nel reparto trattamento termico dove i laminati d'acciaio vengono portati ad altissime temperature e poi raffreddati in bagni d'olio per temperarli. Antonio Schiavone,36 anni che morì subito bruciato vivo, Roberto Scola, 32 anni, che aveva il corpo interamente ricoperto di ustioni, morì intorno alle 7 del giorno dopo, mentre alle 17.45 sempre del 7 morì Angelo Laurino, 43 anni, che era stato ricoverato all'ospedale Giovanni Bosco con ustioni su oltre il 90%, Bruno Santino che aveva 26 anni morì anche lui nella tarda serata, era un altro dei feriti gravissimi che non risci a resistere alle gravi ustioni. Un'agonia durata invece dieci giorni, per un peggioramento subito nelle ultime ore riguardò invece Rocco Marzo, 54 anni, che morì all'ospedale Le Molinette.  Rocco stava facendo un giro di controllo, ed aveva in tasca la radio d'emergenza, ma non fece mai in tempo a usarla, aveva riportato ustioni sull'80% del corpo. Rosario Rodinò aveva anche lui ustioni su quasi tutto il corpo, venne mantenuto in coma farmacologico perché non sentisse dolore, ma alla fine morì anche lui nell'ospedale Villa Scassi di Genova dopo tredici giorni di agonia. Giuseppe Demasi che morì per arresto cardiaco all’ospedale Cto di Torino all’età di 26 anni dopo oltre tre settimane di agonia, fu l'ultima vittima, in ordine di tempo, di quella infame strage avvenuta alla thyssenkrupp...Le acciaierie del fuhrer.  Gli operai morti e gravemente ustionati di quei giorni avevano già fatto le loro 8 ore e stavano facendo altre 4 ore di straordinario, per di più notturno, in tutto 12 ore consecutive. Impegnati fino allo stremo in lavorazioni che anche per una sola ora sono massacranti, ed in quella maledetta fabbrica, come in tante altre, chi non accettava di fare gli straordinari veniva cacciato. In soli 200 operai, a "tanti" erano stati ridotti, solo 200 dovevano fare la produzione che fino a luglio scorso era fatta da 385 operai, un suicidio preannunciato. Il ricatto del lavoro è la regola per i fottuti capitalisti che sfruttano al massimo possibile uomini e macchinari, con la manutenzione dei macchinari che è ovviamente e regolarmente in difetto se non assente del tutto. Gli alti signori delle istituzioni e della politica in occasioni come queste sono sempre pronti a spargere le loro lacrime rilasciando dichiarazioni vergognosamente ipocrite di grande preoccupazione per le condizioni di lavoro operaie, ma sanno benissimo che la sicurezza sui posti di lavoro oramai è un'emergenza. Le leggi ci sono, ma vanno rispettate e questo purtroppo invece non avviene, i controlli devono funzionare, ma nessuno fa nulla perchè ciò avvenga, tutti lo sanno ma nessuno fa nulla e chi si lamenta viene mandato a casa con un bel calcio nel culo. E intanto gli operai muoiono nelle fabbriche, nei cantieri, nelle miniere e non ci sono mai capitalisti che paghino salati i loro assassinii! Il modo per obbligare i capitalisti ad applicare le misure di sicurezza sul posto di lavoro c'è, e non è quello seguito fino ad oggi dai cosiddetti uffici competenti, nè quello seguito dai sindacati collaborazionisti, tante chiacchiere, ma fatti reali non se sono mai visti! Quindi è giunta l'ora di dire BASTA, non si può continuare a morire, a mutilarsi, ad invalidarsi per ingrassare i profitti di questi fottuti padroni capitalisti. E' giunta l'ora di riprendere la lotta nelle nostre mani, organizzarci nelle assemblee e nei comitati, nelle azioni di sabotaggio contro questi fottuti padroni e contro questo vile sfruttamento indiscriminato senza scrupoli, combattere strenuamente con ogni mezzo non solo per la difesa delle condizioni di sicurezza sui posti di lavoro e di vita degli operai! Ma anche e soprattutto per far si che siano finalmente gli operai a gestire la fabbrica ed il proprio lavoro, non viceversa. E ad ogni minimo soppruso sul lavoro, avviare subito uno sciopero immediato fino a quando tutte le richieste non siano state esaudite, e senza sospensione della paga. E se muore un operaio sul posto lavoro, sciopero generale, immediato, ad oltranza, con la mobilitazione di tutte le categorie. Perchè quando un operaio perde la vita per colpa dei fottuti padroni capitalisti, tutti i fottuti padroni capitalisti sono egualmente responsabili, così come lo sono le fottute istituzioni che li proteggono, quindi la lotta dovrà colpirli tutti, nessuno escluso !

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L'acciaio del führer. Nel 1933 Gustav Krupp, il proprietario delle acciaierie Krupp, finanziava generosamente il partito nazional-socialista tedesco e la sua ascesa al potere. Negli anni successivi la Krupp guida il riarmo della Germania, sviluppando il famigerato cannone antiaereo da 88 cm ed i primi panzer con motore diesel ma soprattutto continua a guadagnare e sguazzare nel terzo reich. Alla fine della II Guerra Mondiale si scoprì poi che Herr Alfried Krupp affittava direttamente dalle SS prigionieri politici a 4 marchi al giorno. I giudici del processo di Norimberga infatti lo condannano per uso ed abuso assassino di lavoro forzato a 12 anni di carcere ed alla cessione del 75% degli averi di famiglia. A riprova ulteriore che i processi siano un mero esercizio di potere, la condanna nei confronti dell’ariano Alfried non viene eseguita e l’ultimo Krupp in ordine di tempo ritorna al comando dell’azienda di famiglia. Nel 1999 il gruppo Krupp si fonde con le acciaierie di un’altra dinastia tedesca di aperti sostenitori della dittatura nazista: i Thyssen.

- La Fabbrica assassina colpisce ancora -

Il 1° dicembre 2009 a quasi due anni dal tragico anniversario della strage alla Thyssenkrupp di Torino è morto a Terni un giovane operaio di 31 anni, intossicato dalle esalazioni di acido cloridrico. Diego Bianchina non doveva essere solo ad effettuare quelle operazioni pericolose che lo hanno portato alla morte. Le morti di lavoro nel nostro paese sono una strage quotidiana, 4 caduti al giorno, 1.450 l’anno circa. La settimana che è appena conclusa ha visto un grave incidente al Tubificio, ad Aprile un lavoratore delle ditte in appalto è morto, sempre alla Thyssenkrupp. Non si può parlare di tragica fatalità, per quanto ci riguarda le responsabilità sono chiare: i ritmi accelerati di produzione, l’inosservanza delle regole di base per tutelare la salute e la vita dei lavoratori producono un contesto in cui chi la mattina timbra per andare a lavorare rischia di non uscire la sera. La logica del profitto ha portato a monetizzare la salute dei lavoratori, le leggi attuali hanno anche depenalizzato la responsabilità dei vertici aziendali, ma per noi una cosa è certa: la responsabilità degli incidenti e delle morti di lavoro è dei padroni e degli Amministratori Delegati, cioè di chi fa profitti col lavoro di operai e impiegati. A Torino i vertici della Thyssenkrupp sono stati inquisiti per omicidio volontario. Per noi anche questo di Diego è un omicidio volontario. Per questo, quando si è diffusa la notizia della sua morte gli operai spontaneamente sono usciti dalla fabbrica e hanno bloccato la produzione e viale Brin. Il blocco è continuato con lo sciopero del turno di notte e con quello di tutta la giornata del 2 dicembre. Ma questa morte non riguarda solo gli operai e la fabbrica, riguarda tutta la città di Terni e non solo.
giovedì, 03 dicembre 2009
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domenica, 15 novembre 2009


Quello che è accaduto a Roma il 13 di questo mese del 2009, nel campo denominato "Casilino 700" ha un solo nome: purga etnica. Purga etnica, come ognuna delle centinaia di operazioni di sgombero etnico avvenute negli ultimi anni. La giurisprudenza definisce la purga etnica, che è uno dei più efferati crimini contro l'umanità, come una serie di azioni mirate a rimuovere da un territorio la popolazione di un dato gruppo o sottogruppo etnico-culturale. Nelle sue manifestazioni meno violente, è simile all'assimilazione forzata e alla deportazione di massa, mentre nelle sue forme più gravi conduce a lutti, abbassamento della speranza di vita media, tragedie umanitarie. Le operazioni di "purga etnica" dipendono sempre da precise scelte politiche di governi e autorità, sulla base di discriminazioni etnico-linguistiche, religiose e ideologiche e su considerazioni di ordine politico e strategico, in particolar modo riguardo a un concetto distorto di sicurezza. Le più gravi forme di pulizia etnica avvengono quando i governi fanno dipendere le loro politiche dai comparti di maggioranza delle popolazioni, ovvero alla percentuale di cittadini sufficiente a ottenere il successo alle elezioni politiche o amministrative. Ci si può opporre alle politiche di pulizia etnica solo rispettando le Carte dei Diritti Umani, che tutelano le minoranze. Senza tale rispetto, che dovrebbe essere obbligatorio, la democrazia si trasforma in un regime persecutorio e spesso gli eventi di pulizia etnica non vengono avvertiti fuori dai confini dello Stato divenuto regime razziale. Il caso dell'Italia è oggi emblematico, perché in nome di una maggioranza dell'elettorato definita dai politici italiani "popolo sovrano" si sono via via cancellati i diritti fondamentali di persone e popoli e le conquiste civili. Chi governa, a livello nazionale o locale, decide che si possono deportare impunemente i profughi, che distruggere insediamenti di Rom in crisi umanitaria, mettendo famiglie inermi in mezzo alla strada diventa lecito, che nei Cie come nelle carceri sia tollerabile torturare, umiliare e a volte uccidere i detenuti, che una legge italiana può equiparare il rifugiato a un criminale (soggetto a persecuzione, arresto, trattamenti inumani e deportazione), che gli attivisti possono essere intimiditi o minacciati, che gli assassini etnici hanno diritto a una protezione di fatto, che stampa e tv sono libere di diffondere odio e calunnie razziali, che personalità politiche o comunque pubbliche possono lanciare invettive contro etnie di minoranza. Come nel Terzo Reich. Se si considerano poi i legami strettissimi e ormai fuori controllo fra criminalità organizzata e politica (per comprenderne la portata è sufficiente ricercare su di un qualsiasi motore di ricerca, associando nome e cognome di deputati, senatori, ministri e alte cariche istituzionali alle parole "mafia", "pentiti", "collusione", "favoreggiamento"), se si considera tale inquietante realtà, si comprenderà come faccia comodo a chi gestisce affari illeciti per miliardi di euro concentrare il lavoro delle forze dell'ordine contro 'zingarelli' scalzi, senzatetto e poveracci rifugiatisi in Italia dall'Africa o dall'Afghanistan. E adesso torniamo al Casilino 700. Le operazioni di sgombero, iniziate all'alba, sono state metodiche e spietate. Donne, bambini e malati (con casi di gravi patologie oncologiche e cardiache) si sono trovati sulla strada, mentre le ruspe distruggevano le baracche e i beni dei Rom colpiti dalla purga. Oltre 500 Rom sono stati evacuati. Decine sono stati caricati su pullman e condotti nell'inferno dei Cie. Decine espulsi e "costretti" con l'inganno a tornare in Romania, dove nessuna speranza di sussistenza li attende. Moltissimi malati che ricevevano cure mediche essenziali si troveranno presto in grave pericolo di vita. Grazie all'aiuto dei Blocchi precari metropolitani e all'intervento della Croce Rossa presso le autorità, è stato occupato l'ex deposito Heineken di via dei Gordiani. Cento bambini andranno ancora a scuola, perché i genitori vogliono che sia riconosciuto questo loro diritto basilare, ma non si sa per quanto potranno continuare a sedersi ai banchi, accanto ai "fortunati" bambini italiani. Quasi duecento persone, con giovani donne incinte, in preda al panico si sono allontanate, facendo perdere le tracce. Vi è notizia, da confermare, di un aborto spontaneo e diversi casi di malori causati al freddo e dal disagio di vivere senza riparo. Si cerca poi di rintracciare le famiglie che hanno intrapreso l'ennesimo calvario per i quartieri romani. Verso le dieci del mattino, abbiamo inviato un messaggio urgente a Istituzioni, associazioni, attivisti e autorità, chiedendo assistenza umanitaria immediata per le famiglie ridotte sul lastrico. Dopo un contatto che descriveva la situazione sul campo, intervenivano alcuni gruppi per un'azione di sostegno alle famiglie, identificando alcuni dei soggetti in cattive condizioni di salute e fornendo loro assistenza. Contemporaneamente, avvalendosi di una piccola rete virtuosa, riuscivano a fornire coperte e generi di prima necessità a una parte degli sfollati, nonché a collaborare alla creazione di condizioni di vita minime presso la ex Heinken. Con un intervento "disperato", siamo riusciti a evitare che il dramma umanitario colpisse tutti e 500 i Rom, ma il futuro delle famiglie ricoverate in via Gordiani non durerà molto, che infatti verrà vergognosamente sgomberata il giorno dopo. Bisognerà invece attivare interventi di solidarietà per le comunità Rom fino ad oggi perseguitate in modo barbaro e iniquo, cercando anche così di evitare che la crisi dei Diritti Umani nel nostro Paese si aggravi ulteriormente, con conseguenze sempre più catastrofiche. Ma è ormai impensabile che il solo dialogo con le Istituzioni, malate incurabilmente di razzismo e xenofobia, possa limitare le politiche persecutorie, l'orgia di crudeltà e odio che inebria le autorità italiane. E' necessario sollecitare interventi da fuori, da parte di Istituzioni che ancora servono i valori della democrazia e le leggi che nei Paesi civili proteggono le minoranze e i poveri.
giovedì, 12 novembre 2009
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Sono Maria Ciuffi, la mamma di Marcello Lonzi. Purtroppo vengo a sapere solo adesso che il venerdì non è un giorno lavorativo al Parlamento, quindi mi recherò in Piazza Montecitorio giovedì 12 novembre dalle 9.00 in poi. Mio figlio è morto a 29 anni nel carcere di Livorno l'11 luglio del 2003. Dopo il decesso il corpo di Marcello presentava numerose ferite ed ecchimosi come è facile constatare dalle fotografie facilmente reperibili su internet. Nonostante questo il referto dell'autopsia indicava che mio figlio era morto per "cause naturali". In questi sei anni e mezzo ho tentato di tutto per sapere finalmente la verità sulla morte di Marcello, ma ad oggi non c'è ancora nessun indagato. Dopo il caso di Stefano Cucchi, che presenta numerose analogie con quello di mio figlio, ho inviato una lettera al ministro Alfano per chiedere che oltre al caso di Stefano si occupi anche della morte di Marcello e di tutte le altre morti 'sospette', ma non ho ricevuto nessuna risposta. Per questo giovedì 12 novembre mi recherò a Roma davanti al Parlamento, dalle 9.00 in poi, per mostrare le foto di Marcello per chiedere se è possibile che un ragazzo ridotto in quelle condizioni possa essere morto per "cause naturali" e che finalmente, dopo sei anni e mezzo di lotte e di battaglie, sia fatta luce sulla morte di mio figlio visto che a breve si prospetta l'ennesima richiesta di archiviazione del caso. Ringrazio tutti coloro che mi sono stati vicini e mi hanno sostenuto in questi anni e mi auguro che possano essere al mio fianco anche venerdì. Maria Ciuffi

Il caso di Marcello Lonzi  http://www.ainfos.ca/04/jul/ainfos00213.html

domenica, 08 novembre 2009
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92° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre

La borghesia è riuscita ad uccidere in molti lavoratori la fiducia di essere capaci di conoscere la verità e la fiducia di essere capaci di cambiare il mondo, di costruire un mondo a misura dei loro bisogni, delle loro migliori aspirazioni e dei loro migliori sentimenti. Ma non è riuscita a ucciderla in tutti. Milioni di lavoratori conservano quella fiducia e gli altri, quelli in cui la fiducia è morta, hanno bisogno che il nostro contagio la rianimi, perché è l'unico modo in cui possono uscire dal marasma e dall'incubo in cui la borghesia li ha cacciati e ogni giorno di più li affonda. La lotta per far fronte agli effetti devastanti delle contraddizioni del capitalismo, rese nuovamente laceranti in tutti i paesi dal procedere della sua seconda crisi generale, in ogni angolo del mondo dovrà essere una priorità assoluta, per tutti. Il 9 novembre 1989 padroni e Vaticano hanno annunciato al mondo che il crollo del muro di Berlino segnava la morte del comunismo e il trionfo del capitalismo con cui avrebbe avuto inizio un epoca di pace e democrazia. Negli ultimi 20 anni l'enfasi dei loro proclami è aumentata tanto quanto è diminuita, man mano, la certezza che ciò fosse vero. Senza i vincoli posti dal movimento comunista, i capitalisti hanno dispiegato liberamente la loro attività in tutto il mondo: il risultato è il disastro in cui siamo immersi. A 20 anni dal crollo del Muro del revisionismo, milioni di operai, lavoratori, donne, giovani, in ogni angolo della terra salutano il 92° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre come l'alba di una nuova civiltà che si affaccia al mondo, la soluzione della crisi che genera morte, miseria, abbrutimento, devastazione ambientale e oppressione. 92 anni fa gli operai e le masse popolari russe, guidate dal Partito Comunista, mostrarono ai lavoratori del mondo intero che rovesciare il potere feudale, cacciare gli imperialisti e costruire uno stato governato e diretto dai lavoratori e dalle masse popolari era possibile. Facendo fronte alle aggressioni degli imperialisti, ai sabotaggi, alzarono più in alto la bandiera che la classe operaia aveva già issato con la Comune di Parigi e crearono per la prima volta nella storia dell'umanità un paese socialista: collettivizzazione dei mezzi di produzione, abolizione della proprietà privata, collettivizzazione delle terre, alfabetizzazione di massa, autodeterminazione dei popoli oppressi e delle minoranze, emancipazione delle donne. In pochi decenni l'Unione Sovietica ha mostrato che, libera dai vincoli dello sfruttamento e del profitto, l'umanità ha di fronte a sé un futuro di sviluppo, emancipazione, solidarietà e prosperità. Sulla spinta della Rivoluzione d'Ottobre si è sviluppata la prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale che ha cambiato la faccia del mondo: ha orientato la lotta vittoriosa contro i nazisti e i fascisti che, sostenuti più o meno apertamente dagli imperialisti, avevano il mandato di cancellare dalla storia l'Unione Sovietica, ha aperto la strada alla costruzione di altri paesi socialisti che sono arrivati a comprendere un terzo dell'umanità, ha contribuito in modo determinante alle conquiste di civiltà e benessere ottenute con le lotte delle masse popolari dei paesi imperialisti e ha alimentato le lotte di liberazione nazionale nei paesi coloniali. Oggi la crisi del capitalismo è entrata nella fase acuta e irreversibile e anche le fanfare delle celebrazioni della caduta del muro di Berlino e della morte del comunismo sono confuse fra le grida dei borghesi, dei vescovi e degli imperialisti: alcuni gridano alla fine del mondo (e hanno ragione... è la fine del loro mondo!), altri si affannano per convincere che la crisi è finita, mentre cercano di salvare il salvabile delle loro ricchezze e del loro potere. La loro società cade a pezzi, le loro aziende chiudono, il degrado e l'abbrutimento morale e materiale dilagano, come la corruzione; i loro appelli alla mobilitazione reazionaria delle masse popolari e alla guerra fra poveri cadono nel vuoto, o comunque non raccolgono e non intruppano la maggioranza dei lavoratori e delle masse popolari. Non hanno nessuna soluzione credibile, plausibile, realistica e costruttiva per le masse popolari per uscire dalla crisi. La mobilitazione popolare cresce, crescono le lotte contro i licenziamenti, per difendere le conquiste e i diritti, per difendere la dignità e il livello di civiltà e moralità raggiunto dalle masse popolari con le lotte dei decenni passati. Centinaia di migliaia di lavoratori, donne, giovani cercano una strada per non pagare la crisi dei padroni, perché non si rassegnano ad essere carne da macello o da cannone per la borghesia. L'Unione Sovietica e gli altri paesi sono crollati, ma perché una parte dei "comunisti" hanno volutamente commesso degli errori: il risultato è che i partiti comunisti, gli organismi statali e produttivi sono stati presi in mano da chi sosteneva che l'importante non era sviluppare e rafforzare sempre più la direzione dei lavoratori e delle masse in ogni campo, ma solo produrre di più e meglio, e diventare una grande potenza imperialista, più "forte" ancora dei paesi imperialisti. Lì sono iniziati i guai per le masse dei paesi socialisti, è così che i borghesi vecchi e nuovi hanno ripreso via via potere e libertà, è così che hanno iniziato a restaurare gradualmente il capitalismo. E gli orrori sono arrivati quando i criminali e i nuovi zar sino a Putin oggi, degni compari dei potenti nostrani e del mondo, hanno iniziato a imporre su grande scala e con ogni mezzo le "delizie" del capitalismo. La lezione è che dobbiamo imparare dai nostri errori per fare meglio, per andare più avanti! E come gli uomini sono passati dalle caverne a viaggiare nello spazio! Noi metteremo fine una volta per tutte al vergognoso sistema capitalistico, allo sfruttamento economico, all'oppressione politica e all'arretratezza culturale,  e tanto altro..! Un altro mondo è possibile e la sua costruzione incomincia dal mettere alla direzione della nostra società individui e organismi che misurano il loro successo e spingono ognuno di noi a misurare il proprio successo dal numero di uomini e donne, di bambini e vecchi che si liberano dal bisogno, affrontano con serenità la vita, trovano un posto e un ruolo dignitoso nella società, esprimono il meglio che le loro caratteristiche individuali permettono e guardano con fiducia e speranza al loro avvenire.

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martedì, 03 novembre 2009
Grande successo per la laicità:
l’Europa dice «no» ai crocifissi in classe
(...era ora !)

ph_croce-gmg-sanlorenzo-450_grLa presenza dei crocefissi nelle aule è "una violazione del diritto dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni"
e una violazione alla "libertà di religione degli alunni".


La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha detto no ai crocifissi in classe, pronunciandosi sul ricorso di una cittadina italiana. L’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti ha infatti promosso, sostenuto e curato tecnicamente tutto l’iter giuridico, che era già passato da Tar del Veneto, Corte Costituzionale eConsiglio di Stato. Quest’ultimo aveva stabilito la legittimità della presenza del crocifisso in classe, adottando per di più la formula del "crocifisso quale simbolo della laicità dello Stato": una linea chiaramente sconfessata da Strasburgo. "È un grande giorno per la laicità italiana. - sostiene Raffaele Carcano, segretario nazionale dell’Uaar - Siamo dovuti ricorrere all’Europa per avere ragione, ma finalmente la laicità dello Stato italiano, affermata da tutti a parole, trova conferma in un provvedimento epocale. Gli alunni potranno finalmente studiare in una classe priva di simboli religiosi.- prosegue Carcano – Perché la scuola è laica, cioè di tutti: credenti e non credenti. Ed è assurdo che bambini anche di pochi anni siano costretti a subire l’inevitabile condizionamento indotto dalla presenza del simbolo di una sola confessione religiosa".

Crocifissi agrodolci: Coppoli sospeso

Il prof. Franco Coppoli ci ha comunicato di essere stato sospeso (docenza e stipendio) per un mese per non aver voluto tenere lezione in presenza del crocifisso nell’istituto di Terni dove insegna. Il tema continua dunque a rimanere caldissimo, e senza che si riesca ad arrivare ad alcun punto fermo. Ricordiamo che le iniziative legali UAAR sono attualmente all’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Fonte: http://www.uaar.it