
A quasi 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale la destra neofascista in Italia sembra vivere una seconda giovinezza, caratterizzata dalla capacità di inserirsi nelle contraddizioni sociali di quei settori popolari una volta audience più o meno esclusiva della sinistra più o meno rivoluzionaria. Assistiamo a nuova capacità di aggregazione, di fare senso comune, di esercitare egemonia culturale in particolare sui giovani precari delle periferie. La loro semplice ricetta identitaria fa leva come sempre sui concetti di dio, patria e famiglia, declinati però con una certa capacità di mettere in campo linguaggi adeguati alla modernità, apparendo perciò “nuovi” a chi non ha memoria storica. Attualmente, invece, la cosiddetta destra radicale investe su un immaginario antagonista, con forti tinte di rivendicazione sociale e di opposizione ai detentori del potere. E’ una destra “sociale” che ha nel fascismo “rivoluzionario” il suo background culturale. Tutto ciò, naturalmente, è stato reso possibile dalla difficoltà di intervento nel campo delle problematiche sociali che ha investito le istanze di movimento. Ci troviamo di fronte ad un fenomeno articolato, pericoloso, in grado di esprimere intervento “di massa”. Il disagio sociale, il clima di guerra, l’incapacità della sinistra di fornire risposte adeguate sono sempre stati gli ingredienti che storicamente hanno favorito l’ascesa della destra populista e demagogica. Naturalmente noi sappiamo che il ruolo storico dei fascisti sostanzialmente non è mutato: sono il braccio armato del potere capitalista contro i movimenti sociali che al capitalismo si oppongono. E purtroppo abbiamo prova di questo praticamente tutti i giorni: la pratica delle aggressioni sistematiche insanguina le nostre città e ci colpisce fin negli affetti più cari. Sono proprio i compagni e le compagne del movimento, per il loro essere in prima fila nei territori, a doversi confrontare con la violenza neofascista. Ma questo confronto ha bisogno di nuovi strumenti di conoscenza, di una nuova consapevolezza che integri la memoria storica della lotta partigiana, con il bagaglio di pratiche e di saperi dei movimenti antifascisti dal dopoguerra ad oggi, e che sappia guardare anche al futuro, interrogandosi in quali direzioni stiano andando le tendenze totalitarie del potere, di cui il neofascismo non è che la punta dell’iceberg.

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