venerdì, 30 novembre 2007


Ad oggi l’amore somiglia molto poco a quello che vorremmo intendere. Quando noi diciamo: «Ti voglio bene» intendiamo: «Sii mio». Il gesto è quello di afferrare, di portare a sé, di possedere e avere. Il gesto dell’amore vero è invece quello del tirarsi indietro per far spazio alla libertà dell’altro ed essere felici mentre lo si fa. L’azione d’amore non va a parare a nulla d’altro, non vuole un ritorno, non gliene importa nulla, è felice di per sé, non ricatta mai, non misura, non sa fare i conti, l’amore non è un ragioniere, l’amore sbaglia sempre in eccesso. E soprattutto, l’amore non fa paragoni, non dice: «Tu saresti meglio se fossi così». La mania che noi abbiamo di criticare, o peggio di emanare giudizi morali sugli altri, è causa dei tanti piccoli-grandi omicidi che noi perpetriamo l’un l’altro. Giudicare come negativa l’azione di una persona significa che noi cancelleremmo volentieri dalla faccia della Terra quel suo momento di vita. Oppure significa che riteniamo che, mettendoci nei suoi panni, noi avremmo fatto di gran lunga meglio. Ma questo è impossibile, l’abbiamo visto mille volte, perché se noi ci mettessimo veramente nei panni di un altro avremmo dietro di noi tutta la sua storia, tutta la sua vicenda, avremmo i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue spinte volitive e faremmo esattamente quello che ha fatto lui, senza una virgola di differenza. L’amore è quella stessa esperienza di accoglienza totale e incondizionata che da piccoli ci auguriamo tutti di aver fatto fra le braccia dei nostri genitori,. L’amore è accoglienza pura. E pensate cosa vuol dire riuscire a viverlo, a crearlo fra adulti. Tutto sommato è facile prendere tra le braccia, senza condizioni e con la più grande disponibilità, una creatura piccola… ma con un adulto è difficile, tanto più se questo non ci ama, non ci ricambia, non mostra nemmeno un accenno di quel sorriso beato che perlomeno ogni bambino, seppure ignaro del perché, ci regala. Eppure l’amore è questo. È gratuità pura.
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categoria:pensieri e parole, intrattenimento, autocritiche, veritĂ  negate, amore & odio
giovedì, 29 novembre 2007
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Voce colta, già per i latini, ci avvertono gli etimologi, ottenuta per parasintesi da “fera”, belva, il prefisso “ex-“ (ex-feratus, poi efferatus) è rafforzativo, questa voce la pronunciano infatti persone che si presumono colte, il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, il sindaco di Roma e segretario del Partito Democristiano, ela ripetono i giornalisti. “Efferato” questa e la voce, come anche “efferatezza” che emergono da una serie di altre parole che non colgo, nel mio andirivieni affannato tra la camera, la cucina e la doccia, con la Tv in un’altra stanza ancora. Non so di cosa stanno parlando, ma l’aggettivo “efferato” è una spia sicura, si tratta del delitto commesso da un cittadino rumeno. Dieci anni fa l’aggettivo sarebbe stato attribuito a uno “slavo”, poi a un “albanese”; oggi a un “rumeno”, si tratta di epiteti stereotipati, come nell’Iliade “il piè-veloce…Achille”, e poi nelle figurine di una volta, “il feroce…Saladino!”. Naturalmente la loro funzione è molto mutata dai tempi di Omero, tanto che una trentina d’anni fa vi si è riapplicato uno dei più acuti filosofi contemporanei, Putnam: il quale ci ha spiegato anche, come avvertono i Dizionari di linguistica e retorica, che lo stereotipo “non costituisce necessariamente una caratterizzazione corretta” del sostantivo cui si applica (e quindi, proprio perché si dice sempre “efferato” del delitto compiuto da un rumeno non è detto che lo sia, efferato, cioè eccedente la bestialità, quel delitto); e che esso “si limita a raggruppare le informazioni considerate socialmente obbligatorie affinché un parlante venga riconosciuto competente nell’uso del nome”: se cioè vorrò essere riconosciuto come competente quando parlo di un rumeno, tra poco dovrò accettare l’obbligo sociale di dire che di solito commette delitti efferati, Di efferatezza, di bestialità, di ferocia oltre ogni immaginazione hanno cominciato a parlare a fine anni ’90 giornalisti e qualche politico, per definire atti di violenza attribuiti a “slavi” ed “albanesi”, e molto spesso poi, si scopriva che slavi e albanesi non c’entravano, e ancora più tardi si seppe che uno dei giornalisti specializzati in questo tipo di attribuzioni, la cui prosa grondante razzismo campeggiava sulle prime pagine dei giornali, anche per queste attività immonde era pagato da settori “deviati”, come si dice con un eufemismo. Ci fu ad esempio un episodio, in cui fu coinvolto un amministratore esperto, mitissimo e di una onestà profonda e rara, così in occasione del saluto di un nuovo prefetto, era stato costretto, lui così misurato, a infrangere l’etichetta di tali occasioni, sbottando quando il prefetto aveva asserito che un delitto era stato di così rara ed efferata ferocia da poter essere attribuito solo a delinquenti slavi. Un altro delitto di cui, per quarantotto ore, si proclamò a tappeto l’efferatezza fu quello di Novi. Ad esempio, da “La Padania” del 23 febbraio, scrissero così “E' un delitto atipico - ha precisato anche Alessandro Tornabene, comandante la compagnia di Alessandria dei Carabinieri - proprio per gli elementi di efferatezza”, e ci fu anche un deputato di Alleanza nazionale(guarda il caso), tale Marco Zacchera, che per precipitazione si consegnò alla memoria dei posteri parlando in una interrogazione parlamentare ”della solita banda di slavi storicamente e geneticamente avvezzi a tale efferatezze”, parole da leggi sulla razza.
mercoledì, 28 novembre 2007
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Friedrich Engels (Barmen, ora Wuppertal 28 Novembre 1820 - Londra 5 Agosto 1895) fu un importante economista, filosofo, scrittore e politico rivoluzionario tedesco che contribuì (con Karl Marx) allo sviluppo del socialismo scientifico. Nato da una famiglia protestante di media ricchezza, il giovane Engels iniziò la sua carriera lavorativa collaborando con alcune testate giornalistiche della sinistra tedesca. Nel 1841 divenne impiegato nella manifattura tessile del padre, ed un anno dopo aderì al cartismo, un movimento politico progressista inglese che si batteva per i diritti dei più deboli, operai in particolare. In questo periodo Engels, influenzato dalle teorie di Jean-Jacques Rousseau, affermò che la proprietà privata è la fonte di ogni malessere economico della società. Inoltre, teorizzando che la storia, gli studi sociali e la politica potessero essere spiegati solo in termini economici, arrivò ad una forma di materialismo storico complementare a quella di Karl Marx. Dopo aver pubblicato la sua prima opera, La condizione della classe operaia in Inghilterra (1844), iniziò la sua collaborazione con Karl Marx, che aveva apprezzato molto il suo libro. Divennero subito amici, e la loro collaborazione scientifica e unione affettiva sarebbe finita solo dopo la loro morte. Poco prima della scoppio della Rivoluzione del 1848, Marx ed Engels pubblicarono a Londra il Manifesto del Partito Comunista, in cui esponevano sinteticamente le idee fondamentali del comunismo. Il libro, che terminava con le immortali parole Proletari di tutti i paesi, unitevi, ottenne una rapida diffusione nel movimento operaio internazionale: fra il febbraio 1848 ed il 1918 fu pubblicato in trentaquattro paesi. Esso costitui' la base della strategia politica delle organizzazioni operaie rivoluzionarie, a partire dalla Prima Internazionale, associazione nata nel 1864 con l'obiettivo di coordinare il lavoro dei partiti socialisti e comunisti. Dopo la pubblicazione de Il Capitale, avvenuta nel 1867, Marx ed Engels diventarono notissimi nei circoli intellettuali di tutto il mondo; inoltre, il libro ebbe una grande diffusione (è il saggio economico più letto nella storia): ancor oggi, tanti anni dopo la caduta (nel 1989) del muro di Berlino e la crisi del comunismo, esso è un punto di riferimento per politici ed economisti. In seguito, Engels arricchì la sua bibliografia con l'opera La rivoluzione scientifica del signor Eugen Dühring (1878, più nota come Anti-Dühring), in cui confutò le tesi "positiviste" ed antisemite di Karl Dühring. Dopo la morte di Marx, avvenuta nel 1883, Engels si intristì e cadde in un periodo di forte depressione. Riuscì a ristabilirsi in breve tempo, ma solo dopo essersi posto l'ambizione di completare l'opera del fraterno amico, diffondendola ancor di più. Nel 1884 scrisse L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, mentre nel 1892 fece pubblicare L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, ancor oggi il miglior testo di impronta comunista che tratta dei temi inerenti alla sociologia. In ogni caso, il suo apporto principale alla diffusione del marxismo è legato soprattutto alla pubblicazione de Il Capitale: infatti egli aggiunse, tra il 1885 e il 1894, due volumi all'opera ed inserì inoltre alcuni testi inediti di Karl Marx. Oltre che con l'elaborazione teorica, Engels partecipò attivamente alla nascita del movimento rivoluzionario.
martedì, 27 novembre 2007
L'immagine “http://www.thefilthandthefury.co.uk/images/pistols/cans76.jpg” non può essere visualizzata poichĂ© contiene degli errori.  Anarchy in the U.K. è il primo singolo del gruppo musicale britannico dei Sex Pistols e, probabilmente, la canzone-inno di tutto il movimento Punk Rock. Anarchy in the U.K. (B-side "I Wanna Be Me"), é stata pubblicata il 26 novembre 1976, è spesso ricordata come il primo singolo del genere punk (nonostante i Ramones avessero pubblicato un anno prima Blitzkrieg Bop, e i The Damned il singolo New Rose un mese prima).  

« Io sono una anti-Cristo / io sono un'anarchica / non so quel che voglio / ma so come ottenerlo / voglio distruggere il passante / perché voglio essere l'anarchia »
 « I am an anti-Christ / I am an anarchist / don't know what I want / but I know how to get it / I wanna destroy the passer by / 'cause I wanna be anarchy »


I Sex Pistols intendevano aggredire la mentalità politically correct dei "benpensanti" inglesi a tal punto da generare una ribellione anticonformista che moltissimi giovani ancora oggi seguono.I Sex Pistols incisero due varianti della canzone, nel disco The Great Rock 'n' Roll Swindle è presente la versione francese che prende il nome di Anarchie pour les U.K.; esiste poi una versione in spagnolo intitolata Anarchy in the USA.

 

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martedì, 27 novembre 2007
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Dal 1969 al 1980 in Italia ci sono state una lunga serie di stragi, troppo spesso rimaste impunite. In quel periodo fu premeditata e poi attuata l'assurda "strategia della tensione”, e ciò che è confermato, dalla Storia, prima ancora che dalle inchieste giudiziarie e da sentenze di tribunali e indagini parlamentari, sono le responsabilità di personaggi provenienti da un ambiente dove si incontrano Generali Golpisti, la crema del Padronato Italiano, eminenti rappresentanti delle Alte sfere vaticane, esponenti dei  Servizi Segreti, sempre pronti a vendersi al miglior offerente, con i protagonisti dell’estrema destra italiana e gli  organizzatori della variegata area neo-fascista che sarà utilizzata come manovalanza nelle stragi, insieme con Bande criminali locali, e che in cambio dei propri servizi riceverà da parte di questo intreccio eversivo, coperture, finanziamenti e protezione, L'IMPUNITA'!. In un contesto storico di grave crisi sociale, le bombe servirono alle classi al potere per far montare il terrore nella società e applicare poi, sull’onda emotiva del risentimento popolare, politiche di reazione e intransigenza. All’epoca, vollero ricondurre al silenzio e al giogo il movimento operaio, le classi popolari, la sinistra extraparlamentare, i movimenti di emancipazione e gli studenti in lotta, continuando a garantire in tal modo profitti sempre più remunerativi al padronato, e consolidando infine i poteri più repressivi dello stato, con Polizia e Carabinieri in testa. L’Italia di oggi, come ieri , tra diversità e analogie è più che mai un paese allo sbando sotto il profilo politico e morale. Il Vaticano impone allo stato italiano la sua posizione reazionaria su aborto, eutanasia, ruolo della donna, omosessualità e unioni civili, e contemporaneamente beatifica 500 tra preti e laici fascisti che sostennero il dittatore Francisco Franco ai tempi della guerra civile spagnola. La magistratura, che da un lato porta avanti richieste pesantissime nei confronti dei manifestanti che nel 2001 contestarono il vertice del G8, è incapace di portare alla luce le responsabilità delle cosiddette forze dell’ordine durante quelle assurde giornate che culminarono con l’assassinio di Carlo Giuliano da parte dei Carabinieri. E su tutto questo grava anche l’incapacità dell’attuale maggioranza di governo di votare all’unanimità l’apertura di un’inchiesta parlamentare sui fatti di Genova. La disoccupazione, il precariato diffuso, lo sfruttamento sempre più intenso, la mancanza di minime garanzie a tutela della salute e totale di opportunità, la negazione di diritti primari come la casa, le disuguaglianze estreme, il malfunzionamento delle politiche sociali troppo spesso agite da clientelismo e da necessità elettorali,  aggravano le contraddizioni sociali creando disagio, paura, egoismo. Contraddizioni acuite ancor più dal passaggio storico che l’Italia sta affrontando, il passaggio ad una società multiculturale. In migliaia arrivano portando con sé la propria cultura e i propri costumi, spesso la propria disperazione. Fuggono da guerre, fame, povertà, ed aspirano all’emancipazione, ad una vita migliore. Arrivano senza la mediazione di politiche d’accoglienza che questo governo, così come quello di destra in passato, si è guardato bene dall’approntare, e si scontrano con il disagio già presente tra gli abitanti delle periferie e nel ceto medio precarizzato delle metropoli. Spesso soli, senza conoscere la lingua, isolati individualmente o all’interno delle proprie comunità di appartenenza, sfruttati dagli stessi che li hanno trasportati, sfruttati da quelli che li prenderanno per un lavoro. E coloro che sbagliano, sfruttati dalla stampa alla quale forniscono gli "scoop" più lucrosi, sfruttati dai grandi imprenditori dei servizi sociali che si aggiudicano sulle loro spalle e quelle degli operatori, appalti milionari, sfruttati dalla politica che li usa come capro espiatorio. Milioni di persone si spostano nel mondo attraversando le asperità della natura e quelle della legge. Il “terrore a suon di bombe” messo agli italiani ai tempi delle “stragi di Stato” si incute oggi attraverso l’urlo dei media sui reati degli immigrati.
lunedì, 26 novembre 2007

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Non un omicidio con una chiara matrice politica, ma una banale rissa tra «balordi». Quattro mesi dopo la sentenza che ha condannato il 19enne fascista, figlio di un poliziotto, Vittorio Emiliani a 15 anni di carcere per l’omicidio volontario di Renato Biagetti, il gup Giovanni Giorgianni ha reso note le motivazioni di quella decisione. E la lettura del provvedimento ha suscitato dubbi e rabbia nella famiglia e negli amici del giovane assassinato nell’agosto del 2006 lungo il litorale romano. «Le motivazioni insultano la memoria di Renato e non chiariscono la ricostruzione dei fatti», affermano all’unisono quanti in questo ultimo anno si sono battuti per ristabilire l’esatta versione di ciò che è avvenuto quella notte. Renato Biagetti, 26 anni, fu ucciso con 8 coltellate fuori da un locale di Focene per mano di due giovani ragazzi del posto, di cui uno maggiorenne (con celtica tatuata sul braccio) e uno minorenne. «Tornatevene a casa vostra» gridarono i due aggressori al giovane romano e ai suoi amici. Un avvertimento ben scandito che ha portato alla sua morte e al ferimento di un altro ragazzo, Paolo Berardi, accoltellato vicino ai polmoni. Chiarezza su quella vicenda non è mai stata fatta e nelle aule dei tribunali la verità sembra addirittura allontanarsi. Per il gup si trattò di una rissa finita male perché qualcuno dei litiganti aveva con sé il coltello. Una ricostruzione contestata dai compagni di Biagetti: «Non ci fu nessuna colluttazione tra due gruppi – ribadiscono – la violenza è stata unilaterale». Anche il collegio difensivo, composto dagli avvocati di parte civile Arturo Salerni, Maria Luisa D’Addabbo e Luca Santini, si dice «insoddisfatto»: «Se da una parte emerge un chiaro e incontrovertibile dolo diretto di Emiliani, dall’altra non viene fatta luce sulla vicenda». Con questa sentenza il rischio di stravolgere la verità affossando definitivamente il processo è alto. «Ancora non si è fatta chiarezza su alcuni aspetti fondamentali», dice Arturo Salerni, riferendosi alla leggerezza sulle indagini rispetto alla ricerca delle armi del delitto («Non è mai stato trovato il secondo coltello che per noi è stato utilizzato dal minore») e alla mancata verbalizzazione dei carabinieri di Ponte Galeria delle ultime parole dette da Renato in ospedale. Cosa che un agente ha fatto con quasi un anno di ritardo. Eppure tale verbale assume un ruolo probatorio centrale nell’articolazione delle motivazioni del gup. Al contrario non viene dato adito alla ricostruzione di Laura Lombardelli e Paolo Berardi, aggrediti insieme a Biagetti quella notte. In base alla loro testimonianza il minorenne G. A., in attesa di giudizio al tribunale minorile e che con queste motivazioni esce «pulito», «colluttò per la maggior parte del tempo con Renato scappando completamente sporco del suo sangue». Tesi pare confermata dalla prognosi dell’ospedale che ha evidenziato ferite sul corpo di Biagetti sia davanti che dietro, come fosse stato colpito su due fronti contemporaneamente. «Laura e Paolo hanno fornito versioni dei fatti coerenti e precise fin dall’inizio, eppure le loro testimonianze vengono screditate», denuncia con sdegno Cristiana del centro sociale Acrobax, che continua: «L’obiettivo dei due imputati era quello di aggredire e allontanare dal proprio territorio chiunque fosse di sinistra o di una cultura alternativa». Insomma il movente politico sembra palese per tutti. Ma non per il giudice che già durante l’istruttoria aveva cercato di escludere il connotato politico, rifiutando la richiesta di costituzione di parte civile di Anpi e Comune di Roma. «Non è dalle aule di tribunale che uscirà mai la verità sull’omicidio», commenta Stefania, la mamma di Renato, che denuncia le omissioni e i depistaggi in cui è avvolto il processo, nonché il clima fascista e intollerante in cui è maturato l’omicidio. Intanto l’avvocato Santini annuncia di voler procedere contro il minore in sede civile, per un risarcimento e perché «quella sede servirà per fare piena chiarezza sui fatti». Le associazioni nate dopo l’uccisione di Biagetti, «I Sogni di Renato» e «Mamme contro il fascismo», si preparano a mantenere alta l’attenzione e a promuovere iniziative in suo ricordo. A partire dall’inaugurazione di una sala prove musicale e una partita di rugby «antifascista».

domenica, 25 novembre 2007
La manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne è riuscita: le strade di Roma sono state riempite da 150 000 donne. Da Piazza della Repubblica a Piazza Navona sfila un corteo allegro ma arrabbiato, che dice basta alla violenza, soprattutto a quella domestica, prima causa di morte delle donne in tutto il mondo 24 novembre 2007.

- Alla vigilia della giornata mondiale contro la violenza su quello che, purtroppo, per tanti versi può ancora essere definito il 'secondo sesso' -dopo quasi cinquant'anni da quando Simone de Beauvoir intitolò così il suo celebre saggio- le donne scendono in piazza. Sono centocinquantamila, secondo le organizzatrici, a sfilare per Roma. Quarantamila secondo la questura.

- Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita.
- Negli ultimi 12 mesi il numero delle donne vittime di violenza ammonta a 1 milione e 150 mila.
- Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate
.


- La Manifestazione di ieri

  Ci si ritrova in Piazza della Repubblica. Il cielo su Roma inizia a schiarirsi, ha appena smesso di piovere, ma si è comunque in tante. Nonne, madri e figlie, più generazioni che si tengono per mano, unite dalla stessa rabbia e dalla stessa voglia di dire basta alla violenza sulle donne e di riprendersi la parola nello spazio pubblico.
  14.45: si muovono i primi passi, ad aprire il corteo uno striscione: "La violenza degli uomini contro le donne comincia in famiglia e non ha confini". E' un corteo in rosa, gli uomini sono stati invitati a mettersi da parte. Su questa scelta, nata all'interno dei collettivi femministi che hanno organizzato la manifestazione, ci sono state non poche polemiche, provenienti non solo dagli uomini che oggi avrebbero voluto esserci (il mio ha deciso da solo di non venire, anzi è stato lui il primo a dirlo, ottima scelta come sempre, ma lui è lui :-p ), ma anche da molte donne che non condividono la scelta separatista. 


- Gli autori delle violenze sono vari e in maggioranza conosciuti.
- Solo nel 24,8% la violenza è stata ad opera di uno sconosciuto.
Il silenzio è stato la risposta maggioritaria.
- Il 53% delle donne ha dichiarato di non aver parlato con nessuno dell’accaduto.


  Il corteo è gioso, allegro, colorato, pacifico. Ma arrabbiato. L'entusiasmo si sente sulla pelle, per la consapevolezza di esserci, in tante. La rabbia si trasforma in un grido di denuncia. Donne che si ritrovano vicine, per testimoniare che non sono sole, per dire no alla violenza maschile e patriarcale. Patriarcale, perché ancora oggi è così che si può chiamare, legata ad un modello di società e di famiglia che persiste e segna il quotidiano. Anche con la violenza. E' importante dire, e lo si fa continuamente lungo tutto il percorso della manifestazione, che è proprio nella famiglia, tanto decantata e invocata come unità base della società e della civiltà, che la violenza viene esercitata. "L'assassino non bussa, ha le chiavi di casa" è scritto su uno striscione a metà corteo. E' all'interno delle mura domestiche che viene perpetrata in maggior misura la violenza sulle donne, e per questo oggi si urla che le strade sono sicure, le nostre case no. Ed essere colpite all'interno di quello che dovrebbe essere un rifugio fa aumentare la vergogna e il senso di impotenza per le violenze subite, diventa più difficile denunciarle. Sono tanti gli slogan contro il pacchetto sicurezza: "Ancora lupo cattivo, ma quale uomo nero, il marito è il nemico vero".

- 2 milioni 77 mila donne hanno subito comportamenti persecutori (stalking).
- 7 milioni 134 mila donne hanno subito o subiscono violenza psicologica.


Tra i "Guai a chi ci tocca" e i "Se ti picchia non ti ama", il corteo prosegue. Si balla, si canta, si parla. A metà di via Cavour non se ne riesce a vedere né la testa né la coda: siamo tantissime. Dai camioncini che trasmettono la musica a tutto volume ("Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu") si chiede agli uomini e ai partiti di spostarsi, in fondo al corteo, perché oggi sono le donne le protagoniste. Protagoniste che non vogliono essere strumentalizzate da nessuno, né da destra né da sinistra, e per questo chiedono che a spostarsi sia anche l'ex ministra Stefania Prestigiacomo, che alla fine se ne va. È un corteo femminista, antirazzista e antifascista, e certe facce, come quella di Alessandra Mussolini, non sono gradite.

- Solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un 'reato', il 44% lo giudica semplicemente 'qualcosa di sbagliato' e ben il 36% solo 'qualcosa che è accaduto'.

Oggi si chiede un cambiamento culturale e una presa di coscienza. Si chiede alle istituzioni di esprimersi pubblicamente sulla violenza alle donne, e di non confinarla all'ambito della sicurezza, dell'ordine pubblico, della repressione. Si chiedono leggi che consentano l'uscita immediata delle donne dalle situazioni di violenza, e più fondi per incrementare la rete dei centri antiviolenza sul territorio. Si chiede un piano d'azione che agisca a livello culturale e di formazione. Bisogna modificare l'immagine stereotipata che si ha della donna, associata solo a corpo e cura, oggetto sessuale e soggetto responsabile dei compiti domestici. Per questo durante il corteo si urla anche contro i media e il marketing.

- 1 milione 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni, il 6,6% delle donne tra i 16 e i 70 anni.


Cantando, correndo, ballando, citando dati e statistiche, si prosegue fino a Piazza Venezia. Si passa davanti al bottegone e si punta dritti a Piazza Navona, dove si arriva dopo aver camminato per più di due ore. La piazza è piccola, tutte non ci stiamo. Le prime che riescono a vedere la fontana del Bernini trovano una sorpresa sgradita: all'ingresso della piazza è stato montato un palco, palco che le organizzatrici non avevano previsto, ma le televisioni si. Palco su cui salgono tre ministre: Livia Turco, Barbara Pollastrini e Giovanna Melandri. Vengono contestate e le organizzatrici, al grido 'la piazza è nostra', se la riprendono: salgono sul palco e le tre politiche vengono allontanate. La7 interrompe la diretta. Ci sono due schermi che proiettano i video girati da Donna tv, con interviste alle organizzatrici della manifestazione e a femministe storiche come Lea Melandri. Compaiono poi i dati Istat sulla violenza alle donne: chi è rimasto in piazza guarda, in silenzio. Dalle facce è sparita l'allegria, si leggono numeri troppo alti, si ascoltano violenze troppo comuni. Le domande e la costernazione illuminano tutti gli occhi fissi su quei dati, su quelle immagini. E si capisce, perfettamente, il perché di una giornata come quella di oggi. Ci si sente schiacciati dall'enormità di un fenomeno intollerabile, gravissimo. E il peso della consapevolezza scende sulla piazza illuminata. Ma spostando lo sguardo attorno a noi, capiamo di poterci permettere un sorriso, perché essere qui, in tante, vuol dire aver fatto un primo passo.

articolo ripreso da:

-http://www.aprileonline.info/5227/quando-tutte-le-donne-del-mondo

Adesso non dobbiamo fermarci.

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sabato, 24 novembre 2007
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Antonio Rezza e Flavia Mastrella dal 1987 hanno realizzato sette opere teatrali interpretate da Rezza in questione: "Nuove parabole" 1988, "Barba e cravatta" 1990, " I Vichinghi elettronici" 1991, "Seppellitemi ai fornetti" 1992, "Pitecus" 1995, "Io" 1998, "Fotofinish in bianco e nero" 2003. Estratti di queste opere sono state trasmesse anche in tv e pluripremiate nei maggiori festival nazionali della comicità (Cetona, Forte dei Marmi, Grottammare). Nel 1990 realizzano la mostra fotografica "I Visi...goti" esposta al "Fotogramma" di Giovanni Semerano, simulazioni ironiche di concetti, oggetti e personaggi scorrono sul volto di A. Rezza. Nel 1991 "Barba e cravatta" è stato rappresentato in francese al Festival di Avignone. Realizzano il cortometraggio "Suppietij" 1991 (Primo premio Fano Festival). Nel 1992 Antonio Rezza realizza i cortometraggi "Il vecchio dentro" (Gabbiano d’oro a Bellaria Anteprima per il cinema indipendente) e "La divina provvidenza" (Primo premio Bolzano opere nuove) Flavia vince il premio “Sebastiano Oschman Gradenigo” per i giovani fotografi romani. Antonio Rezza vede l’uscita del romanzo a più pretese "Non cogito ergo digito" pubblicato da Bompiani. Nello stesso anno Bellaria e TELE PIÙ dedicano ai due autori una retrospettiva comprendente "Escoriandoli" ed alcuni cortometraggi. Sempre nel 1998 debutta "Io" al teatro Parioli di Roma, prosegue al C.R.T. di Milano, al teatro Puccini di Firenze. “IO”, nell’estate del 1999, viene presentato dal Teatro di Roma ad Ostia antica. Esce il secondo romanzo di Antonio Rezza "Ti squamo", ancora edito da Bompiani. Il Festival Torino Cinema Giovani gli dedica la retrospettiva "Farro nella notte". Sempre nel 1999 Flavia Mastrella e Antonio Rezza curano la regia della trasmissione televisiva "Troppolitani" RAI 3, sei puntate di interviste a corpo libero condotte da A. Rezza. Altre nove puntate, nel 2000, di "Troppolitani" da trenta minuti scritte e realizzate da Antonio e Flavia, e sempre nell’estate del 2000 girano il film "Delitto sul Po" montato da Eugenio Smith. Nell’autunno Enrico Ghezzi dedica ai due una notte di RAI 3 Fuori Orario. Nel 2001/2 il secondo lungometraggio “Delitto sul Po” presentato a Torino Film Festival Cinema Giovani ed al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Arcipelago Festival dedica loro una monografica. Nella Certosa di Padula partecipano all’esposizione “Le opere e i giorni” curata da Achille Bonito Oliva (artisti in convento) con lo spettacolo “IO “, e nell’Ottobre dello stesso anno Enrico Ghezzi dedica una seconda notte di RAI 3 Fuori Orario a tutto il cinema di Rezza & Mastrella. Nel Giugno del 2003 il Festival del Cinema di Pesaro, dedica una retrospettiva sull’attività cinematografica dei due autori, e sempre nel 2003 “Prima che sia tutto bianco, Fotofinish in bianco e nero” spettacolo teatrale presentato alla Milanesiana .
sabato, 24 novembre 2007

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Noi umani possediamo il linguaggio, strumento capace di operare meraviglie, che ci permette di dare un nome alle cose esistenti, ma anche, ancor più miracolosamente, alle cose che non esistono ancora, alle cose come sono e alle cose come potrebbero essere.  Grazie al linguaggio possiamo fare scelte, possiamo respingere certe cose in nome di altre, e possiamo anche parlare e pensare a cose che devono o possono ancora venire.  Siamo animali "trasgressivi" e "trascendenti" e non possiamo farne a meno, viviamo in anticipo sul presente.  Le nostre rappresentazioni anticipano le nostre percezioni, ed il mondo che abitiamo è sempre un passo, o un chilometro, o un anno luce più avanti rispetto al mondo di cui facciamo esperienza.  La parte di mondo che sopravanza la nostra esperienza vissuta viene definita "ideale", gli ideali ci devono guidare in territori per il momento inesplorati e per i quali non esistono mappe. La "bellezza" è uno degli ideali che ci guidano al di là del mondo già esistente. Il suo valore risiede pienamente nel suo potere di guida.  Se mai arrivassimo al punto segnato dall'ideale della bellezza, essa perderebbe il suo potere, ed il nostro viaggio giungerebbe al termine. Non ci sarebbe più nulla da trasgredire o da trascendere, e quindi nemmeno umana per come la conosciamo. Ma forse, grazie al linguaggio, e all'immaginazione che il linguaggio rende tanto possibile quanto inevitabile, quel punto non può mai venire raggiunto. Definiamo «belle» molte cose, ma di nessuna cosa che definiamo in questo modo possiamo dire onestamente che non possa conoscere un progresso.  La "perfezione" è sempre "non ancora".  Uno stato di cose nel quale non sia desiderabile alcun progresso è il sogno solo di coloro che devono progredire molto.  Forse il concetto di perfezione costituisce un elogio dell'immobilità, ma compito di tale concetto è impedirci di rimanere immobili, perché l'immobilità si trova nei cimiteri, eppure, paradossalmente è il sogno dell'immobilità a tenerci in vita, e fin tanto che il sogno resta irrealizzato contiamo i giorni, e i giorni contano, abbiamo uno scopo e un lavoro da portare a termine...Non che un compito sempre testardamente e clamorosamente incompiuto sia un bene incondizionato o rechi felicità incontaminata.  La condizione del "lavoro incompiuto" possiede molte attrattive ma, come tutte le altre condizioni, è meno che perfetta. La memorabile sentenza di Robert Louis Stevenson, secondo la quale «viaggiare con speranza è meglio che arrivare», non è mai suonata più vera che nel nostro mondo moderno, liquido e fluido.  Quando le mete si spostano o perdono di fascino più rapidamente di quanto le gambe riescano a camminare, le auto a muoversi e gli aerei a volare, restare in movimento conta più della meta. «Come fare» sembra più importante e urgente rispetto a «cosa fare».  Impedire che tutto quel che facciamo in quest'istante divenga un'abitudine, non farsi vincolare dall'eredità del proprio passato, indossare l'identità attuale come si indossano le magliette, sostituibili quando non servono più o sono fuori moda, respingere gli insegnamenti del passato e abbandonare le competenze del passato senza pudori o pentimenti, tutto ciò sta diventando l'elemento distintivo dell'attuale politica della vita e attributo della razionalità nella modernità liquida.  La cultura della modernità liquida non è più una cultura dell'apprendimento e dell'accumulazione, come le culture che conosciamo in base alle descrizioni degli storici e degli etnografi, è invece una cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza. In questo tipo di cultura, e nelle strategie di politica della vita che essa approva e promuove, non c'è molto spazio per gli ideali. Ancor meno spazio c'è per gli ideali che sollecitano uno sforzo sostenuto, di lungo periodo, fatto di piccoli passi compiuti verso obiettivi che, per ammissione di tutti, sono distanti.  Né c'è spazio per un ideale di perfezione che derivi tutto il suo fascino dalla promessa di porre termine alla scelta, al cambiamento, al progresso.  Per essere più precisi, tale ideale può ancora librarsi sul mondo vitale di uomini e donne della modernità liquida, ma solo come sogno, sogno il cui avveramento nessuno si attende più, sogno notturno che svanisce d'un tratto con la luce del giorno, ed ecco perché la bellezza, nel suo significato ortodosso di ideale per cui combattere e morire, sembra star passando un brutto periodo, in cui il significato della "bellezza" subisce impercettibilmente un cambiamento fatale.

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categoria:pensieri e parole, girovagando, orizzonti, autocritiche, solidal chic, ideali perduti
lunedì, 19 novembre 2007
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Il controllo del nostro software da parte di un'azienda di software proprietario, che sia essa Microsoft, Apple, Adobe o Skype, vuol dire il controllo su quello che possiamo dire e a chi. Questo minaccia le nostre libertà in tutti i campi della vita... Lo sappiamo in tanti che i governi possono minacciare i diritti umani attraverso la censura e la sorveglianza di Internet. Non molti si rendono conto che il software che utilizzano, a casa o al lavoro, potrebbe costituire una minaccia anche peggiore. Pensando che il software sia "solo uno strumento", suppongono che obbedisce loro, invece, in effetti, obbedisce ad altri. Il software che gira nella gran parte dei computer o software non-libero, proprietario, e cioè controllato dalle aziende produttrici di software e non dai suoi utenti. Gli utenti non possono controllare quello che questi programmi stanno facendo, ne possono impedire che facciano qualcosa di indesiderato. Molte persone accettano tutto ciò perchè non conoscono altre possibilità. Ma è semplicemente sbagliato lasciare agli sviluppatori, di software, il potere sui computer degli utenti. Questo potere ingiusto, come sempre, induce chi lo possiede a compiere ulteriori misfatti. Se un computer comunica su una rete e voi non controllate il software, esso può facilmente spiarvi. Per esempio, Microsoft Windows spia i suoi utenti, riferisce le parole che l'utente cerca nei suoi file e i programmi che ha installato. Anche RealPlayer spia e riferisce quello che l'utente ascolta o vede, ad esempio i cellulari sono pieni di software non-libero che spia. I cellulari mandano segnali di localizzazione anche quando sono "spenti". Molti cellulari possono inviare la vostra posizione Gps, che voi lo vogliate o no, e alcuni modelli si possono accendere da lontano per utilizzarli come apparecchiature per l'ascolto. Gli utenti non possono porre rimedio a queste caratteristiche perchè non ne hanno il controllo, e alcuni software proprietari sono progettati per limitare ed attaccare i loro utenti. Windows Vista ha fatto un grosso passo avanti in questo campo, ed il motivo per cui richiede nuovo hardware è che i nuovi modelli sono progettati per fornire il supporto per delle restrizioni insuperabili. Così, Microsoft richiede che gli utenti paghino per delle manette luccicanti, ed è progettato anche per permettere degli aggiornamenti forzati dalla parte delle autorità corporate. Perciò la campagna BadVista.org raccomanda agli utenti Windows di non "upgradare" a Vista.
Anche il MacOS contiene delle caratteristiche progettate per limitare l'utente. In passato, Microsoft ha installato delle "porte di servizio", backdoors, a beneficio del governo statunitense (vedi heise.de). Non possiamo controllare se oggi ci sono dei successori. Altri programmi proprietari possono avere delle "porte di servizio" o no, ma siccome non li possiamo controllare, non ce ne possiamo fidare, e l'unico modo per assicurarsi che il tuo software sta lavorando solo per te è insistere sull'utilizzo del software libero. Questo vuol dire che gli utenti ottengono il codice sorgente, sono liberi di studiarlo e di modificarlo, e sono liberi di ridistribuirlo con o senza cambiamenti.
domenica, 18 novembre 2007
pulsioni di sangue

Nei giorni scorsi a Madrid un giovane antifascista di 16 anni e’ stato accoltellato a morte da un neonazista, nella metro della capitale spagnola, durante la manifestazione del Partito della “Democracia Nacional”. Il tutto si e’ svolto mentre i giovani raggiungevano un presidio antifascista, convocato in risposta alla manifestazione neonazista. Il giovane sarebbe stato attaccato, mentre si trovava con altri compagni nel sottopassaggio della metro, con un coltello da caccia lungo 25 cm. Un altro ragazzo e’ ferito in modo grave,mentre altri 2 hanno subito “solo” lievi ferite. Nel frattempo gli attivisti nella contro-manifestazione antifascista hanno subito cariche con lacrimogeni e pallottole di gomma mentre tranquillamente si svolgeva la parata nazista. I manifestanti hanno in seguito cercato di bloccare le strade prinicipali di Madrid, la polizia ha reagito con cariche.
Quando nella stazione infatti sono arrivati altri antifascisti è intervenuta pesantemente la polizia che ha percosso i manifestanti e ha bloccato lungamente gli ingressi, causando un rallentamento dei soccorsi nei confronti degli aggrediti. Si moltiplicano così, nella totale impunità, le aggressioni compiute da esponenti di diverse organizzazioni dell'estrema destra nei confronti dei giovani dei centri sociali, di immigrati, di omosessuali, di baschi, con i giornali ed i media spagnoli che parlano per lo più di "scontri tra bande" per giustificare una presunta equidistanza che in realtà concede campo libero alle aggressioni contro dissidenti politici e "diversi". In questi giorni successivi al vile assassinio, ci sono state manifestazioni antifasciste che sono state portate avanti praticamente in tutte le maggiori città dello Stato Spagnolo. A Madrid hanno manifestato migliaia da persone, e tanti altri manifestanti poi la sera dell'accaduto, hanno bloccato alcune vie del centro storico, a poche centinaia di metri dalla Puerta del Sol al grido di “No Pasaran” e di “Asesinos” hanno presidiato il centro della città. Le forze di sicurezza, come detto sopra, sopraggiunte poco dopo hanno duramente caricato i manifestanti producendo alcuni feriti che sono stati ricoverati negli ospedali della città.
domenica, 18 novembre 2007

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Oltre 3000 morti, ma il bilancio è purtroppo destinato a salire. Cosa sta accadendo nel mondo? L'aumento smisurato sia nell'intensità, che nella frequenza di questi uragani o "eventi naturali", sta causando centinaia di migliaia di vittime, e in pochi purtroppo si chiedono se questi eventi siano in verità dovuti ad una pianificazione, fatta da pochi eletti, di speculazione della natura, per diciamo così compiere atti di "pulizia" su coloro che vengono considerati i "poveri scomodi". Migliaia di persone intrappolate sotto le macerie, con i raccolti distrutti e attività economiche in ginocchio. Questo il primo bilancio dei danni provocati dal ciclone SIDR che ha devastato, con la forza dirompente dei suoi 240 km orari, interere zone del sud del Bangladesh e purtroppo, come detto sopra, questo bilancio sembra destinato ad aggravarsi nelle prossime ore. Secondo quanto dichiarato dal responsabile per gli interventi umanitari del governo bengalese, Shekhar Chandra Das, “c’è da aspettarsi che ancora migliaia di morti saranno ritrovati nei prossimi giorni”. Continuo con il dire che purtroppo si tratta solo di un primo bilancio, in quanto, Sidr è per violenza  il ciclone più potente degli ultimi 10 anni. Nel 1991 un ciclone di forza di poco superiore aveva provocato ben 143.000 morti, secondo quanto riportato dalla BBC. Di fronte a questa situazione, che si concentreranno tra i distretti di Khulna e Barishal, a sud ovest della capitale Dacca. Ora sicuramente serviranno cibo, vestiti e soprattutto è necessario ricostruire e rimettere in moto l’economia, per scongiurare ulteriori danni a questo sfortunato paese. Ecco che a questo punto il loro scopo è compiuto, ora ci saranno investimenti e grande attenzione per ciò che riguarda il lato economico della situazione, ma se tutto questo alla fine cesserà, saranno sempre le stesse persone alla fine della fiera, che rimarranno comunque povere, ed ora anche assoggettate a chi a "speso soldi" per loro, cornuti e mazziati si dice in gergo dalle nostre parti, e sempre le solite persone che si arricchiranno sempre e solo a discapito dei più deboli, inconsapevoli attori di questo squallido gioco che il potere dei pochi eletti.

venerdì, 16 novembre 2007

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Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Stazione di Bologna, Ustica…Franco Serantini, Roberto Franceschi, Fausto e Iaio, Carlo Giuliani, etc etc..son solo un piccolo estratto di un lungo elenco di nomi e di luoghi… Un lungo elenco che segna, con la sua drammatica scia di sangue, gli ultimi decenni della storia dell’Italia repubblicana. E’ sicuramente difficile trovare un filo che unisca tutte queste vicende, diverse sono le valutazioni personali, diversi i momenti storici in cui si sono svolti i fatti, diversa ed eterogenea la componente umana che è stata dolorosamente segnata da quegli avvenimenti. Eppure in tutte queste vicende un filo comune esiste, e non sono necessarie valutazioni troppo approfondite per vedere in cosa consista. Innanzitutto la matrice della mano omicida, ossia, fascisti, organizzazioni mafiose, servizi segreti deviati, elementi delle forze dell’ordine rimasti impuniti o "supertutelati" e tanto tanto altro. Poi i silenzi, le inefficienze, i depistaggi che hanno contraddistinto l’operato di molti apparati dello Stato, rendendo difficoltose le indagini ed ostacolandole in modo spesso irrimediabile, pensiamo ad esempio allo scandaloso segreto di stato. Infine, come conseguenza di quanto sopra, la mancanza, totale o parziale, di verità e giustizia per tutti questi casi, in cui, troppo spesso colpevoli e i mandanti degli omicidi non sono stati individuati, e quando individuati sono quasi sempre rimasti impuniti… Un’impunità che diventa totale se limitiamo l’analisi alle vittime per mano delle forze dell’ordine. Questo è quanto accomuna tutti quei morti, uccisi due volte, nella propria fisicità e poi nella memoria. E riguardo l’aspetto più inquietante che accomuna le vicende, ossia quello relativo alle colpe degli apparati dello Stato, è opportuno evidenziare che nel corso degli anni gli episodi di depistaggio sono stati variegati nella forma quanto metodici e costanti. Si è riusciti a far fuggire all’estero certi responsabili o certi testimoni-chiave (Piazza Fontana e Piazza della Loggia), si sono costruite piste alternative per sviare le indagini (gli anarchici per Piazza Fontana, gli spacciatori per Fausto e Iaio, il terrorismo per Peppino Impastato, il cedimento strutturale per Ustica), sono state contraffatte o sottratte prove (Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Carlo Giuliani). Accettare questa analisi significa anche accantonare quelle differenze di valutazioni personali o di contesto storico cui accennavamo prima, e poco conta che alcune delle vittime di quel tragico elenco abbiano come comune denominatore l’impegno politico che le ha trasformate in bersagli (Carlo Giuliani, Piero Bruno, ecc.) e che altre siano state solo innocenti vittime della perversa logica delle stragi (Piazza Fontana, stazione di Bologna ecc.), trovandosi presenti, per un tragico scherzo del destino, nel momento sbagliato in “quel treno” o in “quella piazza” o in “quell’aereo”, e quel che conta è riconoscere l’omogeneità della mano omicida e la colpevole assenza, voluta o no, dello Stato nella ricerca della verità.

martedì, 13 novembre 2007
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60 anni di carcere per 15 degli antifascisti arrestati l’11 marzo 2006. Due le assoluzioni per non aver commesso il fatto, una condanna a 4 mesi per porto d’arma impropria. Questo il risultato del processo d’appello che si è concluso a Milano dove, in sostanziale continuità con la sentenza di primo grado, viene confermato il reato di devastazione e saccheggio. Un chiaro messaggio a tutti coloro che si erano illusi della possibilità, a due anni dai fatti, di una derubricazione del capo d’imputazione. La linea tenuta dalla magistratura conferma la volontà di colpire duramente, attraverso l’utilizzo del concorso morale in devastazione e saccheggio, le manifestazioni di dissenso e scontro di piazza. Così per Genova, così per Torino, e così sarà d’ora in avanti… Un processo che ha voluto essere fin dall’inizio un processo politico sia nella scelta dei capi di imputazione, che nell’utilizzo indiscriminato della carcerazione preventiva, 4 mesi in galera seguiti poi da 3 mesi di domiciliari e altri di obblighi di firma, e infine nelle motivazioni della sentenza di condanna confermata dalla corte d’appello. Quell’11 marzo, a seguito dell’autorizzazione a sfilare concessa dalle autorità cittadine ai nazifascisti della Fiamma Tricolore scoppiarono scontri tra gli antifascisti, scesi in piazza per impedire la vergognosa manifestazione, e la polizia. Agli arresti e alle condanne si è associato il meccanismo di demonizzazione attraverso i mezzi di informazione, con il consueto atteggiamento da “sbatti il mostro in prima pagina”, cercando così d’isolare gli imputati dal tessuto sociale che li circonda e spezzare la solidarietà. Una solidarietà che va costruita e alimentata per contrapporre la nostra verità a quella processuale e mediatica vilmente perpetrata a Milano come a Genova, altro processo in cui l’accusa chiede condanne esemplari, con un totale di 225 anni di carcere, sempre attraverso l’utilizzo della devastazione e saccheggio. Ma le giornate del luglio 2001 sono un pezzo della nostra storia, della nostra memoria, a cui tocca tornare se vogliamo comprendere l’evoluzione e il consolidamento dei disegni repressivi e delle derive securitarie in atto oggi in Italia e non solo. Mai come nel caso di Genova il sistema calò la maschera, mostrandosi in tutta la sua brutalità, con la violenza in divisa che culminò nella mattanza alla scuola Diaz. Mentre gli artefici e i responsabili dei pestaggi in piazza e delle torture nelle caserme venivano promossi di grado, chi quei giorni era in strada per manifestare si trovava alla sbarra a doversi difendere da accuse pesantissime.
martedì, 13 novembre 2007
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Dei “mercenari” triestini, secondo delle indagini condotte da varie Procure, sarebbero coinvolti in un giro di mercanti d’armi e di armati da mandare in varie parti “calde” del mondo a destabilizzare (o ristabilire l’ordine, a seconda di chi è il committente del lavoro). Zone come le isole Comore, ma anche la Bosnia, il Ruanda, la Birmania. Giri strani, leggendo le vicende di Fabio Leva e di Guido Ghergorina, indagati, e del veronese Franco Nerozzi. Ricordiamo altri traffici e di altri strani personaggi e di giri strani, di coincidenze di città e di vicende, ma andiamo un po’ a casaccio. Mercenari, dunque, ma quello che risulta strano però sono anche molti misteriosi rapimenti, come quello del giornalista free-lance padovano Matteo Toson, che, stando a quanto si disse all’epoca, stava indagando su un pista di traffico d’armi tra Italia, Bosnia e Somalia, che sarebbe stato connesso all’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Per qualche giorno circolò la notizia che Toson era stato ucciso a Sarajevo da estremisti islamici, si parlò addirittura di collegamenti con la mafia del Brenta. Toson fu liberato dopo poco tempo, ma dell’argomento non si sentì più parlare. Nel maggio del 1996, invece, si ebbe un’eco di queste notizie quando il reporter francese Xavier Gautier, fu trovato impiccato a Minorca. La morte venne archiviata come suicidio, ma la famiglia parlò di inchieste condotte da Gautier proprio in merito ad un presunto traffico d’armi e di organi tra la Bosnia e Trieste, che Gautier aveva parlato con un “supertestimone” che era stato capo della sicurezza nei convogli che andavano da Fiume a Sarajevo. Ma continuiamo con un altro dei protagonisti della storia che ruota intorno a Leva e Nerozzi, l’associazione Novecento, che è stata fondata nel 1997 ed il cui portavoce, quello che gestisce le trasmissioni dell’Associazione presso un’emittente privata triestina, è Angelo Lippi, fratello del rappresentante istituzionale di AN Paris Lippi. Angelo Lippi ha avuto comunque esperienze diverse da quelle del fratello: ad esempio nel ‘92 si era candidato nella “Lega delle leghe”, lista elettorale considerata di “disturbo” (ad esempio a Trieste impedì l’elezione del deputato di AN) fondata dal più noto Stefano Delle Chiaie (uno degli esponenti di spicco della strategia della tensione), che nel corso della campagna elettorale aveva sbandierato orgogliosamente il fatto di essere riuscita ad accomunare nelle proprie fila, oltre a persone chiaramente di destra anche fuoriusciti della sinistra. Sia Lippi che la capolista Marina Marzi sono poi rientrati nelle fila della destra di governo, mentre un altro dei nomi noti della lista, Claudio Scarpa, ha continuato a fare riferimento ad una destra più “estrema”, quella della Fiamma tricolore, poi divenuta Fronte Nazionale. Vale forse la pena di trascrivere parte della lettera di commemorazione per Morsello (l’esponente di Terza posizione condannato per associazione sovversiva, che fu latitante per anni in Gran Bretagna assieme al suo camerata Roberto Fiore e con lui fondatore di Forza Nuova, rientrato in Italia nel ‘97 per motivi di salute), scritta da Angelo Lippi ed apparsa sul “Piccolo” del 15.3.2001, nella quale leggiamo, fra l’altro: - Iniziai la mia “attività” a metà circa degli anni Settanta nelle file del Fronte della Gioventù di Trieste, anni così detti di piombo, anni difficili per chi sceglieva la “parte sbagliata” - . Trieste però grazie a uomini come Almerigo Grilz e Paolo Morelli vedeva la vigliacca canea comunista soccombere spesso e volentieri nel confronto politico con la Giovane Destra.