giovedì, 28 febbraio 2008
Non potevano trovare un nome migliore di Ecoboss, R. Falcone e M.C. Ribera, Pm presso la procura di Napoli, per la recente operazione in tema di ecomafie. L’operazione, avvenuta con il supporto dei carabinieri del Noe e del Reparto territoriale di Aversa, ha portato oggi all’arresto di un presunto boss del clan dei Casalesi, Giorgio Marano, di 48 anni, nonché al sequestro di tre aziende attive nel settore rifiuti e di alcuni terreni a destinazione agricola dove per anni è stato sversato illegalmente materiale proveniente soprattutto dal nord Italia. Sono state raccolte le prove di una camorra che non si limita più a infiltrarsi nel settore dello smaltimento ma si trasforma in protagonista dell’attività illecita gestendo in prima persona aziende e discariche abusive. Con buona pace per chi da anni insiste sul fatto che la camorra si sia defilata dal settore dei rifiuti e che «faccia altro», o che si limiti ad attività estorsive, ma anche con buona pace per tutti quei settori, dalla stampa alla politica, agli stessi comitati di cittadini, che insistono sul fatto che gli sversamenti illeciti in Campania siano un qualcosa che appartiene al passato. L’organizzazione, per non sostenere il costo del regolare smaltimento ha simulato nel tempo attività di compostaggio mai effettuate, smaltendo invece abusivamente, su terreni agricoli rifiuti costituiti, tra l’altro, da fanghi di depurazione, per un quantitativo di oltre 8 mila tonnellate di rifiuti ed un guadagno di circa 400mila euro. Gran parte del materiale sequestrato proviene da aziende della Lombardia. Sono stati sequestrati anche tre vasti appezzamenti di terreno agricolo nella provincia di Caserta, e locali in uso a una società di trasporti con tutti gli automezzi utilizzati. I reati ipotizzati sono di concorso in traffico illecito di rifiuti e truffa aggravata ai danni del Commissario di governo per l’emergenza rifiuti, della Regione Campania e degli Enti locali interessati alla raccolta e allo smaltimento di rifiuti. I magistrati hanno sequestrato, oltre a tre aziende per un valore di circa cinque milioni di euro, anche alcuni terreni a Frignano e a Villa Literno dove venivano sversati i rifiuti. Per sei indagati il gip non ha accolto le richieste di misure cautelari. L’indagine è stata possibile grazie agli spunti forniti da Domenico Bidognetti, collaboratore di giustizia e cugino del boss Francesco Bidognetti, uno dei capi storici del clan dei Casalesi. Secondo quanto ricordato dal pentito, durante un interrogatorio avvenuto il 10 ottobre scorso, tra la fine degli anni ´80 e l´inizio del decennio successivo, il clan aveva imposto il controllo totale del flusso dei rifiuti, non scappava niente. Tutti i rifiuti che venivano dal Nord con terminale la provincia di Caserta era controllato in maniera assoluta dal clan. Le cose cambiano quando i Casalesi hanno l´idea di non far arrivare i rifiuti nelle discariche previste, ma di smaltirli direttamente in maniera abusiva. Strategia fattasi avanti proprio durante le prime fasi dell’emergenza rifiuti in Campania, cioè in occasione di una chiusura temporanea delle discariche o di un loro sovraffollamento. Questa nuova strategia ha consentito alla criminalità campana non solo di ricevere le 5-7 lire al chilo per la gestione effettuata da una società controllata dai Casalesi, ma anche di lucrare direttamente del guadagno dello smaltimento, che era di circa 75-80 lire al chilo. Il tutto, aggiunge il pentito, con le carte a posto. I fatti accertati si riferiscono a un periodo che va dai primi anni del 2000 al 2006 e non, come spesso si cerca di far credere all’opinione pubblica, nei primi anni ‘90. L’affare quindi continua e coinvolge ancora oggi la camorra, che di certo da sola non basta. L’affare ha cifre grandi, troppo grandi per essere abbandonate: oltre 600 milioni di euro all’anno il giro d’affari, circa 10 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni tipo sversati illegalmente negli ultimi tre anni. Non a caso, da quando è entrato in vigore il reato di organizzazione di traffico illecito di rifiuti, quasi il 35 per cento dei traffici di rifiuti illeciti accertati in Italia si è concentrato in Campania. La camorra gestisce e lucra sui rifiuti, ma di certo non li produce: si limita a presentare «offerte» di smaltimento convenienti a chi i rifiuti speciali li produce davvero. Il mondo dell’imprenditoria industriale, che è sempre stata ben lieta di disfarsi dei propri rifiuti tossici in modo economico, e che continua a non pagare i costi ambientali e sanitari delle proprie produzioni. Ma quanto sta avvenendo è dovuto anche alla complicità di chi è preposto al controllo, ma anche al comportamento compiacente o anche gravemente omissivo o semplicemente leggero di altri, anche nell’ambito delle istituzioni, scrive il gip nel provvedimento cautelare appena eseguito.
giovedì, 28 febbraio 2008
A Roma da un po' di tempo è attivo un gruppuscolo di fascisti particolarmente agguerrito che rivendica le proprie azioni con la sigla NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari); tra le sue file spiccano elementi come Valerio e Cristiano Fioravanti, Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi. Essi sono decisi a «ricordare» i recenti accadimenti. Tramite informative poco attendibili, Valerio Fioravanti ritiene che a commettere l'agguato di Acca Larentia siano stati gli occupanti dello stabile situato in via Calpurnio Fiamma, a Cinecittà. La sera del 28 febbraio, tra le 23:10 e le 23:30 il gruppo, coadiuvato da altri esponenti della destra romana, si reca presso lo stabile ma giunto là si accorge che è chiuso; essi non sono a conoscenza che il giorno precedente, per l'ennesima volta, la polizia aveva attuato uno sgombero contro gli occupanti. A questo punto si recano in direzione della vicina piazza San Giovanni Bosco, i cui giardinetti fungono spesso da ritrovo per molti compagni della zona. Arrivati sul posto il gruppuscolo scende rapidamente dalla FIAT 132 chiara e, a volto scoperto, irrompono nella piazza sbucando da cespugli vicini e fanno fuoco quasi a casaccio. Nell'immediato parapiglia cade a terra, colpito al torace, un giovane di 24 anni, Roberto Scialabba. Il ragazzo non è tuttavia ancora morto quando Valerio Fioravanti a bruciapelo, dopo essergli montato sopra, gli spara ulteriori due colpi alla nuca. Nella sparatoria rimane ferito anche il fratello di Roberto, Nicola, che tuttavia riesce a fuggire e mettersi in salvo poiché i fascisti si allarmano per l'arrivo di una macchina di passaggio. La spedizione di stampo squadristico dura non meno di 5 minuti durante i quali non interviene alcuna volante. Spesso in passato la piazza, che funge da punto oltre che di ritrovo per i compagni della zona anche da luogo per lo spaccio di eroina, è «frequentata» dalla polizia. I fascisti hanno quindi tutto il tempo per poter fuggire indisturbati. Roberto giace ormai senza vita sulla ghiaia che ricopre il giardino della piazza. Qualche ora dopo la sigla «Gioventù Nazional Popolare», dietro la quale si celano i NAR, si attribuisce con una telefonata al «Messaggero» la responsabilità dell'attentato affermando di aver vendicato Acca Larentia. Il giorno dopo però i vari quotidiani non fanno cenno della rivendicazione e inseriscono l'omicidio, secondo anche quanto si apprende dalle notizie delle indagini condotte dalla polizia, nel quadro di un regolamento di conti tra bande diverse nell'ambiente del controllo del mercato dello spaccio dell'eroina. La «colpa» di Roberto era che, al momento del suo omicidio, aveva in tasca qualche canna da fumare con gli amici. Fino al marzo del 1982, quando il «pentito» Cristiano Fioravanti rivendicherà con chiarezza la paternità, sia pur non materiale, di quell'omicidio, gli esecutori per molti non hanno voluto avere nome. Per anni Roberto è stato per la stampa uno spacciatore ucciso nella guerra tra bande di quell'emarginata zona-ghetto di Roma. Non una sua parola sul suo impegno politico, prima come militante di Lotta Continua, poi come occupante attivo del centro sociale di via Calpurnio Fiamma. In una scritta, quando il 30 settembre di un anno prima era stato ucciso Walter Rossi, Roberto, pur non conoscendolo direttamente, lo aveva così ricordato: «Una lacrima scivola sul viso, una lacrima che non doveva uscire, il cuore si stringe, si ribella, i suoi tonfi accompagnano slogan che si alzano verso il cielo "non basta il lutto pagherete caro pagherete tutto"». Così, all'indomani della morte, i compagni di Cinecittà lo ricordavano: «Roberto era un compagno che lottava, come tutti noi, contro 'emarginazione che Stato e polizia gli imponevano. E' caduto da partigiano sotto il fuoco fascista»

mercoledì, 27 febbraio 2008
Ritoccati i simboli ma soprattutto "sdoganati", i post fascisti e i fascisti di ritorno si compiacciono d'essere in società, NOI NO. Ma questo infausto sdoganamento non lo devono solo al tutor Berlusconi, lui ha provveduto al licet politico. L'altra accettazione è scaturita dal buonismo d'una certa falsa-Sinistra, che ricordava come fosse politicamente corretto colloquiare con Storace (lurido & incapace), anche quando aggrediva i colleghi dell'emiciclo, o duettare in tivù con Alemanno (decoltè con celtica) pur s'era accompagnato da squadristi all'Università, in un clima mica diverso dai tempi di Almirante. E poi comprendere le ragioni dei ragazzi di Salò chiudendo gli occhi sul dicastero Tremaglia, o dialogare con La Russa (lo storpio di salò) che partecipava alle cerimonie per Nico Azzi. Tutto mentre Veltroni-sindaco rispolverava gli opposti estremismi intestando strade a militanti di sinistra e missini perché i morti son tutti eguali, tant'è che ora propone il bacio della pace fra la mamma di V.Verbano e un fratello Mattei. Non dubitiamo neanche un attimo, e mai oseremmo farlo, del sentimento dei due parenti. Certo, retorico o meno, il gesto appare nella sua orchestrazione mediatico-politica presente com'era sul palco d'un comizio del Pd. Allora riflettiamo sulla pacificazione, anche contro il nostro sentire. Sembra che essa nei sessantatre anni della Repubblica nata dalla Resistenza non abbia pagato. Quale maggiore approccio pacificatorio dell'amnistia che il capo dei comunisti Togliatti elargì da Guardasigilli ai fascisti incarcerati? Quarantacinquemila di loro dal giugno 1946 tornarono in libertà. Liberi furono anche un'infinità di criminali di guerra, dal generale-macellaio Graziani, al torturatore Valerio Borghese della X Mas, e ricordiamo anche che tanti fascisti non vennero neppure incarcerati, se n'erano fuggiti lontano grazie al Vaticano e agli Alleati. Eppure cos'accadde? Anziché vivere in pace un nazifascista come Almirante organizzava un partito fuorilegge attentatore per decenni della neonata democrazia, con nuovo squadrismo, tentati golpe, omicidi, stragi e tanto sangue, come nell'immaginario che ha sempre attratto gl'ideali dei camerati. Volevano costoro vivere e lasciar vivere? La storia del Ventennio, ma anche quella del sessantennio repubblicano, dicono di No. Erano attratti dalla bella morte cantata nelle sciagurate canzoni e soprattutto inferta, da Stazzema alla stazione di Bologna passando per piazza Fontana. Ora dell'uguaglianza davanti alla morte, su cui Veltroni costruisce la sua politichetta-spettacolo più da tivù da Raffaella che da grancassa mediatica americana, già dall'avvento della cosiddetta Seconda Repubblica si confondono le acque. Il revisionismo storico ha battuto molto su questo tasto: partigiani e repubblichini defunti, tutti venerabili. Smarrendo il filo della scelta morale della Resistenza che usava "violenza" per liberare non per opprimere. Un revisionismo che in queste stagioni ci ha spiegato che sì, insomma fra Matteotti e Dumini c'è un legame, entrambi erano.. combattenti. E dal cimitero di Nettuno o dal Campo Dieci di Musocco i lugubri labari della Rsi sono stati tollerati e filmati dai media. Mentre i grandi media di Stato, occupati dai ''ragazzi de Il Secolo d'Italia'' diventati, ohibò, direttori radiotelevisivi, "deliziando" gl'italiani con servizi in stile Minculpop su campagne del grano, colonie elioterapiche, bonifiche antimalariche che mostravano quant'era bravo..Lui. Con le istituzioni silenti, da sempre, coi Veltroni e D'Alema impegnati nelle proprie carriere, imbarazzati da ex comunisti a dover spiegare come morì Antonio Gramsci. Stiamo vedendo cose che da uomini liberi non avremmo mai pensato, ci aggiriamo fra calendari del Duce in edicola, gadget nazifascisti sulle bancarelle e i semiologi spiegano che sono"folklore". La politica delle intese larghe considera folklore anche le svastiche in quelle enclavi del nazifascismo che da vent'anni sono le curve degli stadi, tracimanti violenza inneggiata, mimata, praticata? Gli ultras da stadio organizzati da Boccacci, Todisco e altri caporioni neri guardano più ai paramilitari che agli hooligan e agiscono ormai sul territorio, approfittando di qualsiasi occasione. Come ai tempi dei Ciccio Franco c'è chi duetta con la malavita e lì il cerchio si chiude perché raggiunge l'apice. Dalla presunta demonizzazione del male, i fascisti sono maestri di mistificazione aggredendo e atteggiandosi a perseguitati, sono passati alla sua banalizzazione e giustificazione, con una accettazione silente di tutti. Tant'è che son ormai quotidiani i raid fascisti, com'è accaduto a Villa Ada, i militanti di Forza Nuova aggrediscono uno studente sotto casa e malmenano un lavoratore del metrò impegnato in un Centro Sociale. Azioni giovani di giovani fascisti come quelli che avevano tolto la vita a coltellate a Renato Biagetti e a Dax Cesare. No...e mica negli anni di piombo? ...poco tempo fa nel Terzo Millennio che i fascisti hanno iniziato a insanguinare. A Veltroni non sorge il dubbio che convegni sulle 'Guardie di ferro' di Codreanu nella romana Casa Pound gentilmente concessa dalla sua giunta e i proclami televisivi della Santanché, orgogliosa del suo fascismo, non spingano menti farneticanti infatuate da ''Io, l'uomo nero'' di Concutelli all'uso delle lame?
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martedì, 26 febbraio 2008

Negli anni Novanta era l'autore disimpegnato, post ideologico e post moderno, l'autore che alla pesantezza della politica aveva contrapposto la leggerezza delle Lezioni americane . Il successo del pamphlet di Carla Benedetti Pasolini contro Calvino del 1998 si basa, anche se non in maniera manichea, su questa teoria: da una parte, Pasolini, c'è l'intellettuale capace di fare un corpo a corpo con la realtà; dall'altra, Calvino, c'è la fuga, la chiusura autoreferenziale dello scrittore nell'opera letteraria. Oggi il giudizio è opposto. L'autore delle Cosmicomiche viene accusato di essere ideologico. Troppo ideologico, al punto da apparire peggio di Stalin: un fanatico colpito dall'eccesso di «intransigentismo» (Pier Luigi Battista sul Corsera di ieri) o di essere quasi complice della lotta armata (Giuliano Ferrara sul Foglio di venerdì scorso). Ma di quale colpa si sarebbe macchiato il grande autore? Partiamo dai fatti. Mercoledì scorso il Corsera pubblica un editoriale di Claudio Magris che, ispirandosi a Norberto Bobbio, prende posizione sull'aborto giudicandolo, alla stregua di Ferrara, un crimine. Magris dimentica di ricordare che negli anni Settanta era stato protagonista dello stesso dibattito e delle stesse posizioni, tanto da meritare una lettera di risposta da Calvino. Non tutti in Italia, per fortuna, soffrono di amnesie così pesanti e persistenti. Luca Baranelli, curatore delle Lettere (1940-1985, Meridiani Mondadori, Milano 2000, pp. 1264-66) ci manda l'epistola dello scrittore. E' datata 1975. La pubblichiamo in prima pagina. Calvino dice cose importantissime come: «Mettere al mondo un figlio ha senso solo se questo figlio è voluto....se no è un atto animalesco e criminoso. Un essere umano diventa tale non per casuale verificarsi di certe condizioni biologiche, ma per un atto di volontà e di amore da parte degli altri». Calvino, in questa lettera, si dice anche addolorato nei confronti di Magris, perché scrive e pensa quelle cose contro l'aborto. Apriti cielo. Con Calvino se la prende prima Ferrara. Il direttore del Foglio ricorda un fatto personale non sottoponibile a verifica. Calvino, da lui interpellato in un locale torinese, si presume negli anni Settanta, non prende posizione contro le Brigate rosse. L'equazione è chiara: così come lo scrittore accetta «l'omicidio dei feti», accetta anche gli omicidi delle Brigate rosse. Ma lui - Ferrara - a differenza di Magris, Calvino non lo perdona e la loro intima amicizia (tutta da verificare) è chiusa per sempre. Battista fa un'operazione diversa. Lo descrive come un mostro di ideologismo, pronto a sputare sentenze in nome della fede comunista. Neanche dopo i fatti d'Ungheria Calvino avrebbe fatto quello che doveva fare, ma avrebbe opposto «nient'altro che sommessi borbottii». E non finisce qui. Perché tutta la ricostruzione di Battista è tesa a dimostrare lo stalinismo del compagno Calvino. Fino alla conclusione: la diatriba con Pasolini sul delitto del Circeo in cui il poeta appare come una vittima e lo scrittore il suo aguzzino. Poi la sentenza: per l'editorialista del Corsera era «uno scrittore che dispensava prediche morali agli eretici, troncava l'amicizia con chiunque, sia pur momentaneamente, si fosse trovato come Magris sul fronte opposto al suo». Si possono obiettare molte cose sia a Ferrara che a Battista, come ad esempio il fatto di aprire sempre bocca non connettendosi al cervello, ma ci vengono in mente anche altre quattro cose. La prima riguarda i fatti. Quelli di Ungheria e la presa di posizione di Calvino. Lo scrittore, che aveva fatto parte della resistenza e che dopo la fine della guerra aveva lavorato con il Pci, dopo l'invasione dell'Ungheria esce dal partito comunista. E non con borbottii, ma con un taglio netto. Lo dimostra la lettera scritta nel 1957 al partito di Torino in cui formalizza le proprie dimissioni e alcuni racconti come La grande bonaccia delle Antille e Giornata di uno scrutatore .
lunedì, 25 febbraio 2008

Richard Dawkins è nato a Nairobi, in Kenya, il 26 marzo 1941, da una famiglia inglese. Il padre si era trasferito in Africa durante la Seconda Guerra Mondiale per servire nelle forze alleate. Nel 1949 la famiglia Dawkins tornò in Inghilterra. Dawkins ha studiato all'Università di Oxford, laureandosi nel 1962 e svolgendo poi il dottorato di ricerca insieme all'etologo olandese Niko Tinbergen. Trasferitosi negli Stati Uniti, dal 1967 al 1969 è stato assistente nella facoltà di zoologia all'Università di Berkeley (California). Nel 1970 è divenuto professore universitario (lecturer) di zoologia all'Università di Oxford. La sua prima opera di divulgazione scientifica fu Il gene egoista (The selfish gene, pubblicato nel 1976 e in seguito rivisto e aggiornato nel 1989). Il suo grande successo nel settore della divulgazione dei temi della teoria dell'evoluzione lo ha condotto, nel 1995, a diventare titolare della prima cattedra di Public Understanding of Science a Oxford. Dal 1997 divenne anche membro della Royal Society of Literature.
Dawkins è noto al grande pubblico in particolare per la sua opera di divulgazione della sua visione dell'evoluzione basata sulla nozione dell'"egoismo del gene", esposta nella sua opera più nota, Il gene egoista. La visione di Dawkins mantiene un impianto complessivo evoluzionista ma identifica nel gene, anziché nell'organismo individuale, il soggetto principale della selezione naturale che conduce il processo evolutivo. Dawkins, infatti, afferma che: "L'unità fondamentale della selezione, e quindi dell'egoismo, non è né la specie né il gruppo e neppure, in senso stretto, l'individuo, ma il gene, l'unità dell'ereditarietà.". Aggiunge inoltre: "Hanno sbagliato tutto [si riferisce a studiosi a lui precedenti](...) Sono partiti dal presupposto che la cosa più importante dell'evoluzione fosse il bene della specie (o del gruppo) invece che il bene dell'individuo (o del gene)". L'argomentazione principale di Dawkins non riguarda comunque la confutazione della selezione di gruppo, già rifiutata dalla maggior parte dei biologi al momento della pubblicazione del libro, quanto piuttosto l'introdurre una nuova visuale nella comprensione dell'evoluzione, il punto di vista del gene egoista, invece che dell'individuo egoista. Dawkins sottolinea comunque che questa interpretazione non deve intendersi come un mutamento radicale rispetto al darwinismo classico (che guarda all'individuo come unità di selezione della selezione naturale), ma piuttosto come uno strumento intellettuale che facilita la comprensione e la visualizzazione dei processi evolutivi; in quest'ottica il libro si concentra su come si sia evoluto l'altruismo.
Un buon modo per rappresentare efficacemente il nostro compito è immaginare che le creature viventi siano opera di un Artefice divino e tentare, applicando la progettazione inversa, di comprendere che cosa l'Artefice abbia voluto massimizzare. Qual era la funzione di utilità di Dio? Il ghepardo indica in ogni dettaglio di essere stato superbamente progettato per qualche scopo, e dovrebbe essere abbastanza facile studiarlo applicando la progettazione inversa per comprendere la sua funzione di utilità. Il ghepardo sembra fatto apposta per uccidere la gazzella. I denti, gli artigli, gli occhi, il naso, la muscolatura degli arti, la colonna vertebrale e il cervello di questo predatore sono tutti come potremmo aspettarci se lo scopo di Dio nel progettarlo fosse stato quello di massimizzare le morti tra le gazzelle. Ma se applichiamo la progettazione inversa allo studio della gazzella troviamo evidenze ugualmente impressionanti dello scopo diametralmente opposto: la sopravvivenza delle gazzelle e la morte dei ghepardi per fame. È come se il ghepardo fosse stato progettato da una divinità e la gazzella da una divinità rivale. In alternativa, se vi è un solo Creatore che ha fatto la tigre e l'agnello, il ghepardo e la gazzella, qual è il Suo gioco? È un sadico che si diverte ad assistere a spettacoli cruenti? Cerca di scongiurare la sovrappopolazione tra i mammiferi africani? Oppure ha interesse a mantenere alta l'audience dei documentari naturalistici di David Attenborough? Tutte queste supposizioni sono funzioni di utilità del tutto plausibili. All'atto pratico, ovviamente, sono del tutto false. (Richard Dawkins, Il fiume della vita)
postato da: skenderback alle ore 02:29 |
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domenica, 24 febbraio 2008
Alberto Sordi
Roma, 15 giugno 1920 – Roma, 25 febbraio 2003
Quarto figlio di Pietro Sordi (professore di musica e suonatore del basso tuba nell'orchestra del Teatro dell'Opera di Roma, deceduto nel 1941) e di Maria Righetti (insegnante elementare, deceduta nel 1951) nacque nel quartiere popolare di Trastevere, per i non romani lo stesso di tantissimi altri artisti del dopoguerra. Già nelle scuole elementari iniziò a improvvisare piccole recite con un teatrino di marionette per un pubblico di suoi coetanei, oltre a cantare come soprano nel coro di voci bianche della Cappella Sistina diretto da Lorenzo Perosi. Cresciuto, studiò canto lirico e si esibì sulla scena operistica, come basso, per un certo periodo della sua giovinezza. Nel 1936 incise un disco di fiabe per bambini per conto della casa discografica Fonit e con il ricavato abbandonò gli studi all'Istituto di Avviamento Commerciale e si trasferì per breve tempo a Milano dove studiò recitazione all'Accademia dei Filodrammatici. Alberto Sordi raccontò in una puntata del Maurizio Costanzo Show che un giorno, durante la frequenza dell'Accademia, l'insegnante di dizione lo chiama in disparte e gli dice: «Lei dice guèra, ma si dice guèrra». Lui risponde: «Me se strigne 'a gola a di' guèrra». Verrà espulso, proprio a causa della sua dizione dialettale. Il diploma lo ottiene in seguito, come privatista, mentre molto più tardi, il 27 aprile 1999, gli venne conferita una laurea ad honorem in Scienze della Comunicazione, presso l'Università degli studi di Salerno. Una volta entrato nel mondo della celluloide, non trascurò le sue origini musicali: nel 1956, realizzò una commedia che narra le turbolenti vicende di uno studente di canto, molto viziato, presuntuoso e mantenuto dall'esasperato suocero (Aldo Fabrizi), che brama calcare le scene della lirica. Il film s'intitola Mi permette babbo! ed è diretto da Mario Bonnard; vi compaiono anche cantanti lirici che, all'epoca, erano delle autentiche celebrità, tra cui il poderoso basso senese Giulio Neri. Quando, finalmente, riesce ad avere la piccola parte del dottore ne "La traviata", Sordi, nella disapprovazione generale, esegue la frase "La tisi non le accorda che poche ore" abbassandola di un'ottava, arrivando a toccare il Do grave, e inoltre canta, immediatamente dopo la morte di Violetta, la frase "È spenta!" (che tradizionalmente veniva - e viene tutt'ora - omessa nelle esecuzioni dell'opera) avanzando al proscenio, mentre il sipario si chiude alle sue spalle.
domenica, 24 febbraio 2008
domenica, 24 febbraio 2008
La politica dei due pesi e delle due misure sembra essere al centro dell’azione delle nazioni Occidentali. Gli stati più importanti, Spagna esclusa, hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, senza curarsi delle dettato legislativo. La Carta dell’Onu sancisce il principio di autodeterminazione dei popoli, ma lo configura come un atto esterno e non come mero autoriconoscimento. Il principio è facilmente comprensibile: se ogni minoranza avesse la possibilità di autodeterminare la propria indipendenza verrebbe leso il principio d’integrità territoriale che è fondamento dell’esistenza di uno Stato. L’unico caso in cui l’Onu riconosce l’autoproclamazione d’indipendenza riguarda i popoli che sono soggetti a dominazione coloniale, razzista o il cui territorio è stato occupato con la forza. Una fattispecie di questo tipo era individuabile con il governo Milosevic, non certo con l’attuale democrazia serba. Seguendo l’esempio di Pristina, quanti Kosovo potrebbero esserci nel mondo? La Cecenia e il Tatarstan potrebbero ottenere immediatamente l’autonomia dalla Russia e il Quebec potrebbe staccarsi dal Canada. Lo stato curdo esisterebbe e i separatisti baschi otterrebbero ciò per cui lottano da tantissimi anni. Se bastasse decretare la propria indipendenza non si capisce allora perché i palestinesi non l’abbiano ancora fatto? Sono di questi giorni, le dichiarazioni di esponenti politici Palestinesi che, invocando il “precedente Kosovo” chiedono di aprire la stessa procedura per lo Stato Palestinese. Il diritto internazionale, svuotato di credibilità, continua ad essere calpestato. La politica internazionale, regolata dai veti nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, è assoggettata agli interessi di parte, secondo il principio per cui l’importante è non ledere l’interesse di un altro gigante mondiale. L’importante, secondo costoro, è muoversi senza recar danno alle altre superpotenze. Bisogna essere come un elefante in un negozio di cristalleria, ma ogni tanto capita che si muova la "proboscide", provocando così ingenti danni. Il “precedente Kosovo”, infatti, rischia di essere la miccia di una crisi internazionale, e già la storia c'è ne ha dato conferma. La Spagna ha deciso di non riconoscere il Kosovo perché rischia di dover fare i conti con i baschi e con le loro rivendicazioni indipendentiste. Le elezioni sono alle porte e Zapatero non può rischiare tanto. La Russia ha minacciato di ricorrere alle armi contro la decisone della maggioranza delle forze Nato di riconoscere il Kosovo. infatti se la Cecenia si staccasse, le condotte di gas che collegano Mosca alla Siberia attraversando la regione diverrebbero di proprietà Cecena. Il risultato che ne scaturirebbe? Mosca dovrebbe pagare per usufruire di quelle condutture. Questa è la sciagurata politica dei due pesi e delle due misure. Bisogna fare in modo che le istituzioni internazionali rilancino la legislazione tra gli stati, assicurando la certezza del diritto internazionale cosicché "politici" italiani (eh si purtroppo sono italiani) come Borghezio non possano citare il “precedente Kosovo” per chiedere l’autonomia padana. Ma quest’ultimo caso non riguarda il diritto internazionale bensì l’inesistente credibilità dell’esponente della xenofoba Lega.
fonte: dazebao.org
postato da: skenderback alle ore 11:05 |
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venerdì, 22 febbraio 2008
La questione nazionale nei Balcani rimane ancora irrisolta, dopo anni e anni di conflitto e centinaia di migliaia di morti. Ad oggi è chiaro come l’idea che la moltiplicazione di stati borghesi etnicamente “puliti” fosse lontana dalla realtà e da una possibile soluzione di questo problema storico. Dopo un periodo di euforia iniziale rispetto alla nascita di nuove nazioni indipendenti, le rispettive classi dominanti stano scoprendo che ogni tipo di sviluppo all’interno del sistema capitalista sia impossibile senza pestare i piedi ai propri vicini. La situazione attuale presenta una somiglianza incredibile con l’atmosfera esistente all’inizio del ventesimo secolo. Allora le contraddizioni create dal sistema capitalista portarono ad una serie di guerre balcaniche seguite dalla Prima guerra mondiale e ad un tentativo di porre la situazione sotto controllo attraverso la formazione di una Jugoslavia borghese sotto il controllo della corona serba. La seconda guerra mondiale scatenò una serie di massacri e di operazioni di pulizia etnica senza precedenti che ebbero fine solo per mezzo di una rivoluzione sociale portata avanti dal movimento partigiano. Possiamo affermare che sotto il capitalismo i Balcani non hanno conosciuto alcuna pace, solo periodi di “conflitto congelato”. Questa descrizione rappresenta perfettamente il periodo attuale. La Serbia è il pezzo centrale e più importante del puzzle balcanico. Circondata da stati più piccoli con una nutrita popolazione serba, la classe dominante di Belgrado ha sempre avuto grandi ambizioni ed ha sempre cercato di dominare i piccoli stati balcanici sulla base della sua superiore forza militare che scaturiva dal declino delle potenze imperiali in declino (Turchia ed Impero austro-ungarico). Oggi, la Serbia rimane il paese più grande formatosi dalla divisione della Jugoslavia e, a livello potenziale, una potenza locale, se pensiamo alla popolazione serba espulsa dalla negli anni novanta dalla Krajina in Croazia, alla Repubblica Serba di Bosnia ed a metà della popolazione del Montenegro che continua ad orientarsi verso Belgrado. Infine, il Kosovo è abitato da circa 150mila serbi con altri 200mila profughi che vivono nella stessa Serbia. Oggi, con la Russia di nuovo protagonista nell’arena politica e l’Unione europea che cerca di formulare una propria politica estera indipendente dall’alleato atlantico, mentre gli Stati uniti passano da un’avventura militare all’altra, la situazione nei Balcani si sta riscaldando prima ancora che si sia potuta raffreddare. I negoziati per lo "status" del Kosovo hanno aperto una crisi in Bosnia Erzegovina di proporzioni mai viste dalla fine della guerra nel 1995. Anche i serbo-bosniaci si uniscono al grido del “diritto all’autodeterminazione" ogni volta che vedono la loro autonomia a rischio a causa delle tendenze centraliste adottate dall’Ue nel paese. La possibilità di una riunificazione della Repubblica Serba di Bosnia con la Serbia, su cui Belgrado insiste come compensazione per la perita del Kosovo, farebbe rientrare in gioco la Croazia e schiaccerebbe i musulmani bosniaci ancora nel mezzo. Un Kosovo indipendente porrebbe in questione anche lo status della popolazione albanese della Macedonia, e poi c’è la minoranza albanese nella valle di Presevo nel sud della Serbia che era già stata protagonista di un’insurrezione nel 2001 come conseguenza della guerra in Kosovo e della crisi in Macedonia. E la lista potrebbe continuare…
venerdì, 22 febbraio 2008
Nei giorni seguenti alla dichiarazione d'indipendenza del Kosovo la Macedonia resta calma. Ma per quanto tempo? Il 17 febbraio è stato salutato in modo diverso dalle due principali comunità del paese. Mentre i macedoni si sono contenuti, gli albanesi hanno gioito. Le più grandi celebrazioni sono state organizzate nella nuova piazza “Skenderberg” di Skopje (la vecchia area del bazar) e nel centro di Tetovo. Discorsi, danze, e inevitabili spari in aria, ma niente fuori dall'ordinario. Alcune macchine sono state colpite dai proiettili (probabilmente da quelli sparati in aria), ma in ogni caso ci sono stati meno danni rispetto ad una partita di calcio o a capodanno. Le notizie sul Kosovo occupano le pagine dei giornali, ma il governo mantiene il silenzio stampa. “Il governo sta osservando attentamente la situazione e agirà nell'interesse della nazione”, le uniche concessioni dei portavoce. Ma quand'è che la Macedonia riconoscerà il Kosovo? Perché di questo si tratta: anche se il governo (probabilmente a ragione) non mette le carte in tavola, la domanda “la Macedonia riconoscerà il Kosovo?” ha perso di valore. Ma la Macedonia dovrà fare come gli altri e riconoscere il nuovo vicino? Il governo ha sempre dichiarato che avrebbe seguito la comunità internazionale. Ad ogni modo si teme la possibile reazione della Serbia. Anche nel caso quest'ultima non intervenga con sanzioni dirette, ed è per ora difficile individuarne la possibile gamma, mentre la Macedonia potrebbe esserne colpita in molti modi. Gli imprenditori sono tra i più preoccupati, temendo che la Serbia possa applicare sanzioni indirette contro le relazioni commerciali con la Macedonia nel caso in cui il Kosovo venga riconosciuto. Basterebbe iniziare a fermare i camion al confine, con qualsiasi pretesto, e potrebbe essere soltanto l'inizio. Per ora il governo, come fa notare instancabilmente, si limita ad “osservare attentamente ”. Il ministro della Difesa Lazar Elenovski ha dichiarato l'altro giorno che "la posizione della Macedonia sulla questione è chiara ed è disposta a riconoscere l'indipendenza”. Il portavoce del governo, Ivica Bocevski, si è affrettato a dichiarare che “le parole di Elenovski esprimono la sua personale posizione a riguardo”. Il pomeriggio prima del “D-day”, il primo ministro del Kosovo Hashim Thaci ha fatto una veloce visita a Skopje, definita dal governo macedone “visita informale”. Un giorno prima, il primo ministro macedone Nikola Gruevski aveva parlato al telefono col presidente serbo Boris Tadic. Nonostante non siano stati emessi altri comunicati ufficiali dopo questi contatti, si può facilmente supporre l'argomento dei colloqui. Sicuramente, la considerevole comunità albanese in Macedonia vuole che il Kosovo venga riconosciuto. I partiti politici albanesi insisteranno per un riconoscimento immediato. Mentre il partito albanese alleato del governo, il DPA di Menduh Thaci, potrebbe essere più paziente, il partito dell'opposizione DUI userebbe la questione del riconoscimento come strumento politico. Il DPA di Thaci ha affermato che la Macedonia avrebbe seguito gli altri paesi: “Non saremo gli ultimi a a farlo”, ha detto Iliaz Halimi, ministro della Difesa. L'altro principale partito albanese, il DUI all'opposizione, ha accolto l'indipendenza e ha invitato il governo al riconoscimento. Il suo leader Ali Ahmeti ha visitato le tombe dei guerriglieri caduti nel conflitto del 2001 in Macedonia.dichiarando nell’occasione: "È un grande giorno, il nostro sogno si è avverato”. Nel frattempo il partito dei serbi di Macedonia ha fortemente condannato la dichiarazione d’indipendenza. I suoi leader sono andati in Kosovo domenica 17 febbraio per dimostrare il loro sostegno ai serbi del nord della provincia. La questione riemersa in Macedonia esattamente dopo la dichiarazione d’indipendenza è quella del confine tra Kosovo e Macedonia.
venerdì, 22 febbraio 2008
“Avevo un figlio Valerio, che riempiva la nostra vita e me lo hanno ammazzato. È caduto sul divano in quell’angolo, aveva la testa dove adesso c’è quel gattino di pezza. Sono stati i fascisti, forse per vendetta perché Valerio faceva parte di Autonomia o forse per paura. Valerio era un loro nemico giurato, stava raccogliendo un dossier sui fascisti del quartiere, chissà ? Ma da quel giorno viviamo con uno scopo, scoprire la verità su nostro figlio. Dare un nome ai tre assassini che ce l’ hanno ucciso davanti agli occhi. Se la sua morte rimarrà un mistero. Mio figlio sarebbe ucciso per la seconda volta ” ...La mamma di V. Verbano ( http://www.valerioverbano.it/dblog/ )
Alle 13,00 del 22 febbraio 1980 tre persone si presentano a casa di Valerio: "Siamo amici di suo figlio e vorremmo parlargli", dicono alla madre, che apre. Una volta aperta la porta viene subito immobilizzata, e lo stesso fanno con il padre. Sono armati con pistole munite di silenziatore. Valerio non è ancora tornato da scuola, e quando alle 13,30 Valerio torna ed apre la porta di casa è subito assalito dai tre, con i quali ha una breve colluttazione, viene sparato un primo colpo che va a vuoto un secondo colpo invece colpisce fatalmente Valerio alla schiena facendolo cadere sul divano di casa, dove morirà subito dopo. L'assassinio di Valerio Verbano non fu una "semplice" conseguenza di uno scontro tra compagni e fascisti, ma un assassinio su commissione con il preciso intento di uccidere, altro che impaurire, proprio perchè lui era venuto a conoscenza di molte informazioni riguardanti nomi foto etc di vari gruppi dell'estrma destra romana, e che produssero come primo effetto la decisione da parte di "qualcuno " della sua morte. Valerio, come molti compagni nelle altre zone cittadine, aveva condotto una inchiesta militante sull'attivismo fascista dell'estrema destra, con particolare attenzione ai NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari: nomi, indirizzi, foto, collegamenti, ruoli e attività dei fascisti in zona Montesacro Valmelaina e non solo, che furono poi raccolti in un "dossier". Dell'esistenza di questo "dossier" ne è a conoscenza, e probabilmente lo ha tra le mani, anche un giudice che indaga sull'eversione nera, Mario Amato. La documentazione raccolta da Valerio, sparita prima della sua morte dall'ufficio corpi di reato, sarebbe improvvisamente ricomparsa tra le mani di questo giudice. Amato muore anche lui per mano dei NAR il 24 giugno 1980. Poi c'è la strage del 2 agosto a Bologna. I giudici che indagarono su questo attentato hanno più volte affermato che gli omicidi di Valerio e di Amato sono connessi.
P.S.
Ed intanto c'è chi si è riciclato da pseudo tifoso romanista e straparla da una radio locale, arricchendosi impunemente, ottenendo "con-sensi" da chi non sa la verità, si fa forte di una assoluzione finta e fasulla, ottenuta grazie al periodo storico compiacente, arringa gl'ignoranti che ancora lo ascoltano. Potrai pure farti passare per pasquino, ma sei solo un assassino.
giovedì, 21 febbraio 2008
La politica ma soprattutto i politici europei, fra cui i rappresentanti dell'uscente governo Prodi che oggi hanno riconosciuto ufficialmente l'indipendenza del Kosovo, continuano a ripetere che questo passo è realistico e utile. Ma la mossa d'un riconoscimento a senso unico e sotto la tutela dell'Unione Europea, francobollata alla politica Usa, sembra rinfocolare tutto il nazionalismo serbo possibile, che ha ripreso fiato nelle piazze e nelle rivendicazioni di Belgrado. Anche a Roma la diplomazia viene ritirata e sulla Sava crescono le proteste. Parlare d'inserimento serbo nella grande famiglia europea mentre si opera uno strappo in un Paese che doveva dimenticare i folli anni della satrapismo di Milosevic mostra in pieno le contraddizioni della linea dell'Ue, priva d'un'autonomia dai desideri statunitensi. Prodi e D'Alema s'allineano allo zelo filoamericano di Sarkozy e della Merkel, parlando di coerenza nel mantenimento dei propri 2.600 militari e dei 200 funzionari civili presenti nel territorio di Pristina, e ratificano l'impegno anche per altre iniziative militari, fra cui Afghanistan e Libano, col solo dissenso del ministro Ferrero. E' grave che mentre si discetta d'autoderminazione della pur consistente maggioranza albanese del Kosovo si ratifichi una scelta unilaterale avvenuta fuori dai dettami delle Nazioni Unite. Come per le missioni risibilmente definite umanitarie in Irak e Afghanistan Prodi non s'è per nulla distinto dall'operato del governo di centrodestra, prestando il fianco alla politica statunitense non certo pacificatrice in tante aree di crisi del mondo, politica palesemente invasiva e di controllo. Dopo la guerra del '99 e i tentativi di distensione nella regione balcanica la Serbia e i mai seppelliti revanscismi nazionali possono trovare argomenti per rinnovate ostilità. Preoccupa che la linea statunitense di pesi e misure diversi da applicare sullo scacchiere internazionale sia diventata, sull'asse dei paesi guida, un comportamento seguito nello stesso Parlamento di Bruxelles. A dimostrazione che l'antico americanismo tedesco, che aveva trovato un formidabile alleato nella politica post tacheriana di Tony Blair, prosegue col nuovo premier Brown e ha una forte sponda in Sarkozy. Europa succube più che sovrana, che amplia l'adesione degli stati membri pensando solo al mercato, crea figli e figliastri, esalta opportunisticamente alcuni umiliando altri secondo la logica che nonostante le 15, 27 o 30 nazioni saranno sempre in quattro a orientare e governare. E' la strategia cieca del G8, la legge muscolare dei più forti incarnata negli ultimi anni dalla politica americana che ha creato problemi senza però poi risolverli, fomentando continui focolai d'instabilità internazionale e che a breve dovrà fare i conti anche con i nuovi giganti, e non solo economici, come quelli cinese e indiano. Sappiamo che c'è un modo d'incentivare la guerra parlando di pace o fingendo di perseguirla senza considerare le ragioni di tutti. Organismi come il Parlamento Europeo stanno mostrando apertamente la funzione di copertura di altri centri di potere, palesandosi quali costosissimi apparati la cui sovranità è resa inefficace e bypassata dalle vecchie logiche di controllo politico e militare del globo.
mercoledì, 20 febbraio 2008
Queridos compatriotas:
Les prometí el pasado viernes 15 de febrero que en la próxima reflexión abordaría un tema de interés para muchos compatriotas. La misma adquiere esta vez forma de mensaje. Ha llegado el momento de postular y elegir al Consejo de Estado, su Presidente, Vicepresidentes y Secretario. Desempeñé el honroso cargo de Presidente a lo largo de muchos años. El 15 de febrero de 1976 se aprobó la Constitución Socialista por voto libre, directo y secreto de más del 95% de los ciudadanos con derecho a votar. La primera Asamblea Nacional se constituyó el 2 de diciembre de ese año y eligió el Consejo de Estado y su Presidencia. Antes había ejercido el cargo de Primer Ministro durante casi 18 años. Siempre dispuse de las prerrogativas necesarias para llevar adelante la obra revolucionaria con el apoyo de la inmensa mayoría del pueblo. Conociendo mi estado crítico de salud, muchos en el exterior pensaban que la renuncia provisional al cargo de Presidente del Consejo de Estado el 31 de julio de 2006, que dejé en manos del Primer Vicepresidente, Raúl Castro Ruz, era definitiva. El propio Raúl, quien adicionalmente ocupa el cargo de Ministro de las F.A.R. por méritos personales, y los demás compañeros de la dirección del Partido y el Estado, fueron renuentes a considerarme apartado de mis cargos a pesar de mi estado precario de salud. Era incómoda mi posición frente a un adversario que hizo todo lo imaginable por deshacerse de mí y en nada me agradaba complacerlo. Más adelante pude alcanzar de nuevo el dominio total de mi mente, la posibilidad de leer y meditar mucho, obligado por el reposo. Me acompañaban las fuerzas físicas suficientes para escribir largas horas, las que compartía con la rehabilitación y los programas pertinentes de recuperación. Un elemental sentido común me indicaba que esa actividad estaba a mi alcance. Por otro lado me preocupó siempre, al hablar de mi salud, evitar ilusiones que en el caso de un desenlace adverso, traerían noticias traumáticas a nuestro pueblo en medio de la batalla. Prepararlo para mi ausencia, sicológica y políticamente, era mi primera obligación después de tantos años de lucha. Nunca dejé de señalar que se trataba de una recuperación "no exenta de riesgos". Mi deseo fue siempre cumplir el deber hasta el último aliento. Es lo que puedo ofrecer. A mis entrañables compatriotas, que me hicieron el inmenso honor de elegirme en días recientes como miembro del Parlamento, en cuyo seno se deben adoptar acuerdos importantes para el destino de nuestra Revolución, les comunico que no aspiraré ni aceptaré- repito- no aspiraré ni aceptaré, el cargo de Presidente del Consejo de Estado y Comandante en Jefe. En breves cartas dirigidas a Randy Alonso, Director del programa Mesa Redonda de la Televisión Nacional, que a solicitud mía fueron divulgadas, se incluían discretamente elementos de este mensaje que hoy escribo, y ni siquiera el destinatario de las misivas conocía mi propósito. Tenía confianza en Randy porque lo conocí bien cuando era estudiante universitario de Periodismo, y me reunía casi todas las semanas con los representantes principales de los estudiantes universitarios, de lo que ya era conocido como el interior del país, en la biblioteca de la amplia casa de Kohly, donde se albergaban. Hoy todo el país es una inmensa Universidad. Párrafos seleccionados de la carta enviada a Randy el 17 de diciembre de 2007: "Mi más profunda convicción es que las respuestas a los problemas actuales de la sociedad cubana, que posee un promedio educacional cercano a 12 grados, casi un millón de graduados universitarios y la posibilidad real de estudio para sus ciudadanos sin discriminación alguna, requieren más variantes de respuesta para cada problema concreto que las contenidas en un tablero de ajedrez. Ni un solo detalle se puede ignorar, y no se trata de un camino fácil, si es que la inteligencia del ser humano en una sociedad revolucionaria ha de prevalecer sobre sus instintos. "Mi deber elemental no es aferrarme a cargos, ni mucho menos obstruir el paso a personas más jóvenes, sino aportar experiencias e ideas cuyo modesto valor proviene de la época excepcional que me tocó vivir. "Pienso como Niemeyer que hay que ser consecuente hasta el final."
![[foto3.bmp]](http://bp2.blogger.com/_n6Vi34SVOjc/RhUFmZNu15I/AAAAAAAAAFY/mAVJU3_IjFg/s1600/foto3.bmp)
Carta del 8 de enero de 2008:
"...Soy decidido partidario del voto unido (un principio que preserva el mérito ignorado). Fue lo que nos permitió evitar las tendencias a copiar lo que venía de los países del antiguo campo socialista, entre ellas el retrato de un candidato único, tan solitario como a la vez tan solidario con Cuba. Respeto mucho aquel primer intento de construir el socialismo, gracias al cual pudimos continuar el camino escogido. "Tenía muy presente que toda la gloria del mundo cabe en un grano de maíz", reiteraba en aquella carta. Traicionaría por tanto mi conciencia ocupar una responsabilidad que requiere movilidad y entrega total que no estoy en condiciones físicas de ofrecer. Lo explico sin dramatismo. Afortunadamente nuestro proceso cuenta todavía con cuadros de la vieja guardia, junto a otros que eran muy jóvenes cuando se inició la primera etapa de la Revolución. Algunos casi niños se incorporaron a los combatientes de las montañas y después, con su heroísmo y sus misiones internacionalistas, llenaron de gloria al país. Cuentan con la autoridad y la experiencia para garantizar el reemplazo. Dispone igualmente nuestro proceso de la generación intermedia que aprendió junto a nosotros los elementos del complejo y casi inaccesible arte de organizar y dirigir una revolución. El camino siempre será difícil y requerirá el esfuerzo inteligente de todos. Desconfío de las sendas aparentemente fáciles de la apologética, o la autoflagelación como antítesis. Prepararse siempre para la peor de las variantes. Ser tan prudentes en el éxito como firmes en la adversidad es un principio que no puede olvidarse. El adversario a derrotar es sumamente fuerte, pero lo hemos mantenido a raya durante medio siglo. No me despido de ustedes. Deseo solo combatir como un soldado de las ideas. Seguiré escribiendo bajo el título "Reflexiones del compañero Fidel" . Será un arma más del arsenal con la cual se podrá contar. Tal vez mi voz se escuche. Seré cuidadoso.
Gracias
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martedì, 19 febbraio 2008
Il Kosovo ha dichiarato ufficialmente l'indipendenza durante la seduta speciale di Parlamento di Pristina. Mentre la comunità kosovara festeggia il "nuovo stato indipendente e democratico", gli osservatori stanno aspettando le reazioni da parte della Serbia, mentre il Cremlino afferma che crea un precedente pericoloso. Allo stesso tempo, l'Unione Europea annuncia la missione UE che prenderà il potere all'interno del Kosovo, istituendo un protettorato del tutto simile a quello delle Nazioni Unite e dando solo l'illusione che si tratti di una vera indipendenza. Il Kosovo non sarà molto diverso da quello che è stato negli ultimi nove anni, e si trasformerà probabilmente in nuovo porto franco, o peggio ancora, nell'Iraq dell'Europa. Hashim Thaci, dinanzi al Parlamento di Pristina, ha annunciato la dichiarazione unilaterale dell'indipendenza dello Stato del Kosovo. "Il Kosovo si dichiara uno stato indipendente, sovrano e democratico", queste sono state le parole solenni per annunciare la proclamazione di uno Stato di 2 milioni di persone, circondato dal territorio serbo e con un PIL pari ad 1/100 delle sue importazioni. Solennità e festeggiamenti che tuttavia non sono riusciti a mascherare la grande farsa che questa proclamazione d'indipendenza nasconde. Nelle strade di Pristina sfilano cortei e bandiere albanesi, simboli propagandistici dell'Uck, ma non si vede alcuna bandiera dello Stato del Kosovo. Quello della bandiera del Kosovo, ad esempio, è un vero e proprio giallo, perché non solo è stata resa nota solo nelle ultime ore, ma non è stata neanche esposta ufficialmente. Una cosa di per sé molta strana, considerando la foga e la fretta con cui i media e lo stesso Parlamento di Pristina, sono giunti al fatidico giorno dell'Indipendenza, quando tutto sembrava pronto, non c'era nessuna bandiera del Kosovo tra la popolazione. È evidente dunque che questi festeggiamenti siano stati un po' improvvisati, nelle ultime ore, forse a dimostrare che sino all'ultimo minuto neanche i kosovari stessi credevano a questa indipendenza. Oppure che sia l'Europa che gli Stati Uniti volevano chiudere la questione nel più breve tempo possibile, ossia prima che la Presidenza del Consiglio di Sicurezza dell'Onu passasse nelle mani della Russia. Quel che è più grave, tuttavia, è "questa libertà regalata ", non è che l'inizio di una nuova odissea che vedrà questa volta l'Europa ai vertici del comando. Infatti, allo scoccare della mezzanotte di ieri l'Unione europea ha ufficialmente lanciato una missione di "transizione" che dovrebbe portare il Kosovo verso l'indipendenza totale, senza prendere tuttavia alcuna posizione sul riconoscimento dello Stato che i kosovari, sostenuti dagli Stati Uniti, hanno dato vita. Nella totale discrezione gli Stati membri dell'Unione Europea hanno dato il via libera all'invio nella regione di 2 mila uomini, tra forze di polizia, personale giudiziario e doganale, ignorando gli avvertimenti del Governo di Belgrado, dello stesso Kremlino, che ha definito un'assoluta violazione del diritto internazionale. Nonostante tutto, infatti l'Ue sta coordinando, con il benestare delle autorità kosovare e delle Nazioni Unite, una missione in grande stile che prenderà il posto dell'Onu a tutti gli effetti, facendo perno sull'ufficio inaugurato proprio per questo scopo nell'aprile del 2006 all'interno del quale dovrebbe agire già un team di pianificazione. È stata definita Eulex, la missione costituita da un'entità politica che dovrà supervisionare il trasferimento dei poteri dalle Nazioni Unite alle autorità kosovare, da un'entità operativa che collaborerà con la polizia e l'amministrazione giudiziaria, e da un'entità permanente della Commissione Europea che dovrebbe guidare lo sviluppo economico del Kosovo per portarlo sino in Europa. Durante i quattro mesi in cui diventerà pienamente operativa, Eulex rileverà le funzione dell'ONU per stabilire un sistema legale per combattere la criminalità e rendere il Kosovo uno Stato. La missione europea avrà anche poteri militari, per cui potrà intervenire in maniera diretta, facendo ricorso alle stesse truppe della Nato e della Kfor. L'invio della missione è stato reso definitivo a poche ore dalla proclamazione da parte del Parlamento del Kosovo dell'indipendenza della provincia serba, al fine di evitare che venisse invalidata successivamente. L'Unione Europea prenderà così potere all'interno del Kosovo, istituendo un protettorato del tutto simile a quello delle Nazioni Unite e dando solo l'illusione che si tratti di una vera indipendenza.
lunedì, 18 febbraio 2008

A pochi giorni dalla data in cui Valerio Verbano venne ucciso nel 1980,ieri mattina ad un altro ragazzo della stessa età, 19 anni, è stato teso un agguato dai fascisti, sotto casa, in zona Vigne Nuove. Il ragazzo, impegnato nella lotta all’interno delle scuole, è dovuto
ricorrerre a ricovero per le numerose lesioni craniche riportate. E’ già la terza aggressione da quando la campagna elettorale dei fascisti di Fiamma Tricolore e de La Destra di Storace, è cominciata. Non ha soste la campagna elettorale dei fascisti di Fiamma tricolore. Dopo aver chiesto invano e in ginocchio una poltrona a Berlusconi e Fini, si sono accontentati dell’accordo con la Destra di Storace, che li ha rinvigoriti nella loro attività preferita: le aggressioni agli studenti, ai precari, agli occupanti di casa e agli antifascisti della città. Oggi pomeriggio, alle 16, nel quartiere di Vigne Nuove, due fascisti di circa 26-27 anni, hanno aggredito all’uscita di casa Simone, 19 anni, studente dei collettivi romani e attivista dell’Horus occupato. I due miserabili, dopo essersi appostati per diverso tempo, lo hanno picchiato con tirapugni, ferendolo alla testa e procurandogli diverse lesioni. La pronta reazione di Simone ha messo in fuga i due attempati esponenti di Blocco studentesco. Simone è stato medicato al pronto soccorso dove gli sono stati applicati alcuni punti di sutura. Dopo l’aggressione squadrista di poche settimane fa nei confronti di un attivista di Action, pestato sul luogo di lavoro, si ripete una scena già vista, fatta di violenza e impunità. Simone è un compagno attivo nelle lotte studentesche e nei percorsi di movimento, tra i protagonisti della recente mobilitazione antifascista dell’8 febbraio che ha impedito a Fiamma tricolore di occupare il teatro Brancaccio per una parata xenofoba e fascista. L’aggressione, inoltre, avviene a pochi giorni dall’inaugurazione della Palestra Popolare Valerio Verbano, nel vicino quartiere del Tufello, prevista per venerdì 22 febbraio, anniversario dell’uccisione di Valerio da parte dei fascisti dei Nar. I fatti e le circostanze confermano due elementi: da una parte, la doppia strategia di Fiamma tricolore, fatta di aggressioni squadriste e spregiudicate alleanze politico-elettorali con la destra di governo, alla ricerca di qualche poltrona in parlamento, in comune, in municipio o in qualche condominio; dall’altra, la totale impunità di questi atti, garantite dall’inerzia e la complicità delle forze dell’ordine, della magistratura e delle istituzioni, locali e nazionali.
Roma democratica e antifascista chiama tutte le forze sociali, politiche e di movimento a prendere pubblicamente posizione e di mobilitarsi per una nuova e radicale pratica antifascista. Venerdì 22 febbraio, alle 17, da via Monte Bianco, corteo cittadino e inaugurazione della Palestra Popolare Valerio Verbano.
Incendiato nella notte il locale Coming Out
Incendio nella notte, probabilmente doloso, al locale ‘Coming Out’, storico punto di ritrovo della comunita’ gay di Roma. E’ la denuncia dell’Arcigay romana, secondo cui l’episodio “e’ un gesto orribile che ci sconvolge ma non ci spaventa. Colpire il Coming Out, che e’ tra i luoghi simbolo per la comunita’ gay romana e cuore della Gay Street di via di San Giovanni in Laterano, vuol dire ostacolare la visibilita’ delle persone lesbiche, gay e trans, costringendoci all’anonimato e al silenzio,da tempo abbiamo denunciato azioni omofobe contro la GayStreet, la strada in prossimita’ del Colosseo dove da anni si radunano migliaia di Lesbiche Gay”. Non e’ il primo segnale intimidatorio, ricorda Fabrizio Marrazzo, presidente Arcigay Roma: tuttavia, “la GayStreet di Roma e’ diventata un simbolo di civilta’ e contatto tra la citta’ e la nostra comunita’, non ci faremo impaurire da tali azioni e chiediamo il supporto della Polizia e delle autorita’ locali per garantire la sicurezza dei nostri locali e dei cittadini lesbiche, gay e non solo che frequentano tale strada”. Venerdi’ 22 alle 22.30 e’ stata promosso da Arcigay un sit-in di protesta.
fonte: Ecn isola nella rete
http://isole.ecn.org/antifa/article/1636/sottoscrivi

postato da: skenderback alle ore 18:59 |
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