domenica, 30 marzo 2008
Sepolcri. Capannoni industriali, Cantieri edili, Macchine agricole, Autocisterne trasformati in tetre bare che imprigionano a migliaia lavoratori inermi, come nel fuoco dell'incendio della Thyssen Krupp di Torino, come nel gas mortale della cisterna di Molfetta, come nel vuoto dopo il soppalco della Fiat di Melfi !

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Ma per il capitalismo le vite sfruttate, le vite spezzate non sono altro che costi. Il NO della Confindustria alle sanzioni per i datori di lavoro che non investono in sicurezza, contenute nei decreti che si vorrebbero approvare a legislatura finita e che nulla cambiano in sostanza per la sicurezza dei lavoratori, ha comunque il sapore del disprezzo e la logica del calcolo del profitto. I lavoratori, infatti, non sono che numeri del profitto in vita: costi nella produzione, numeri in esubero, numeri in mobilità, numeri da ridurre coi licenziamenti. E numeri restano, anche quando sono morti sul lavoro... I padroni spostano risorse umane come spostano risorse finanziarie. Se possono permettersi di bruciare milioni di euro nelle Borse, possono bruciare anche operai spogliati di qualsiasi entità corporea, di qualsiasi diritto alla vita, di ogni diritto ad un lavoro sicuro. Cosa volete che siano 1.341 morti sul lavoro nel 2007 per il capitalismo? Numeri. E i 928.000 incidenti sul lavoro, sempre nel 2007? Ancora e soltanto numeri. E sono solo 550.000 gli indennizzati. Di cui i due terzi nel nord Italia. La sicurezza sul lavoro è un fattore incompatibile con lo sfruttamento, ed il serial killer che non si vuole denunciare e fermare è infatti sotto gli occhi di tutti, è l'organizzazione del lavoro e la sua deregolamentazione è l'intensificazione dello sfruttamento del lavoro ed il ricatto che attenua o annulla le norme di protezione e sicurezza o addirittura le vuole depenalizzare. Quando il lavoro uccide, non c'è articolo 2087 del codice civile che tenga, non c'è legge 626 Dietro i morti e gli incidenti sul lavoro ci sono grandi interessi che tendono a scaricare sulla collettività i costi delle conseguenze delle morti, degli infortuni e delle malattie professionali. Così come vengono scaricati sulla collettività i costi, materiali ma anche di salute e di vite umane, dell'inquinamento e del dissennato sfruttamento ambientale. Altri morti a lunga scadenza. Per questo occorre che i costi per la prevenzione, per la protezione, per la sicurezza per la salute nei luoghi di lavoro, siano assunti dai datori di lavoro e non scaricati sui contratti di categoria. Occorre rafforzare il ruolo dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS), che devono essere istituiti in ogni luogo di lavoro anche su iniziativa autonoma ed autogestita dei lavoratori e messi in condizione di poter operare, protetti e tutelati dai ricatti padronali, dai compromessi delle burocrazie sindacali, messi in diretto contatto con le ASL, ed a queste affidare il riconoscimento degli infortuni e delle malattie professionali e l'istituzione di un osservatorio, comune per comune, azienda per azienda degli infortuni sul lavoro. L'organizzazione di lotte specifiche per la sicurezza, come ha dimostrato il coordinamento degli RLS delle ferrovie, è necessaria per contrastare tutti i processi causa dell'aumento dei fattori di rischio: dalle privatizzazioni all'outsourcing, dalla dequalificazione delle mansioni all'aumento dei ritmi nelle unità produttive. L'organizzazione di lotte specifiche per la sicurezza, è più che mai necessaria per contrastare tutti i processi causa dell'aumento dei fattori di rischio: dalle privatizzazioni all'outsourcing, dalla dequalificazione delle mansioni all'aumento dei ritmi nelle unità produttive. Per rammentare che le morti sul lavoro non sono disgrazie, ma vittime di un sistema di sfruttamento per il profitto. Questa è la vera disgrazia! Contro cui lottare oggi, per salvarci la vita, per lavorare e vivere nella solidarietà e nell'autogestione.
sabato, 29 marzo 2008
"Panoramica" degli schieramenti politici Sinistri "eleggibili" in queste Elezioni 2008....perrrrrchè non c'è solo Berrrrrrrrrtinotti !

Pensa come voti...Vota come pensi!
Elezioni 2008. Io sono qui. E tu dove sei?

http://www.sinistracritica.org/files/sincri/files/mat/simbolo.jpg

SINISTRA CRITICA... http://www.sinistracritica.org/

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INIZIATIVA COMUNISTA... www.iniziativacomunista.org/

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PARTITO COMUNISTA ITALIANO MARXISTA-LENINISTA...
www.pciml.org/

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PARTITO DI ALTERNATIVA COMUNISTA - Lega Internazionale Dei Lavoratori... www.partitodialternativacomunista.org/

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PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI... www.pclavoratori.it/
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LISTA COMUNISTA PER IL BLOCCO POPOLARE... www.ondelibere.net/?p=916


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Elezioni 2008 !

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categoria:panoramica elezioni 2008
martedì, 25 marzo 2008


...EVVIVA L'ANARCHIA EVVIVA LA LIBERTÀ...
lunedì, 24 marzo 2008

-L'attentato di Via Rasella-


Subito dopo l'8 settembre 1943, nell'Italia occupata, sorgevano, in seno a gruppi e partiti politici o per iniziativa di civili e di militari, delle organizzazioni clandestine a carattere militare, che in proseguo di tempo dovevano svolgere un'azione di particolare importanza, specialmente nella liberazione dell'Italia settentrionale. Le più importanti di esse avevano un comune e superiore organo di coordinamento, la Giunta Militare, che era formata dai capi di sei di quelle organizzazioni (quelle che erano emanazioni dei sei partiti che avevano una più estesa organizzazione ed un più accentuato grado di penetrazione nella popolazione) e costituiva un organo del Comitato di Liberazione Nazionale; altre davano vita a diversi organi di coordinamento, sempre allo scopo di attuare in maniera unitaria e secondo alcune direttive generali una fattiva azione contro i nazi-fascisti. L'azione di queste organizzazioni, che si manifestava con atti di sabotaggio ed attacchi di colonne militari tedesche, era continua fuori dei centri abitati onde rendere difficile ai tedeschi I'opera di assestamento. Anche nella città di Roma si effettuavano, talvolta, azioni di sabotaggio ed attentati contro autocolonne o comandi militari, allo scopo, chiaramente manife sto a mezzo di volantini, di richiamare il nemico all'osservanza della posizione di città aperta della capitale d'Italia. Difatti, malgrado questa posizione interna zionalmente riconosciuta, i principali comandi militari tedeschi si trovavano nell'interno della città aperta ed in questa erano frequenti i passaggi di truppe e di materiale bellico. II 23 marzo 1944 alle ore 15 circa, nell'interno della città aperta, in Via Rasella all'altezza del palazzo Tittoni, mentre passava una compagnia di polizia tedesca del Battaglione "Bolzen", che da quindici giorni era solita percorrere quella strada, scoppiava una bomba che uccideva ventisei militari di quelle compagnia ed altri feriva più o meno gravemente.
Subito dopo lo scoppio della bomba alcuni giovani, che sostavano all'angolo di Via Boccaccio, lanciavano delle bombe a mano contro il resto della compagnia e, quindi, si ritiravano verso Via dei Giardini, allontanandosi immediatamente dalla zona. Elementi della compagnia tedesca sparavano in direzione delle finestre sovrastanti e dai tetti,un po' all'impazzata, poiché in un primo momento credevano che I'attentato fosse stato effettuato con lancio di bombe a mano da una delle case.
 
-L'ECCIDIO DELLE FOSSE ARDEATINE-
 
II mattino successivo, alle nove, il Kappler aveva un colloquio con il Commissario di P.S. Alianello, che pregava di chiedere, con la massima urgenza, al vice capo della polizia Cerruti se la polizia italiana era in grado di fornire cinquanta persone. II Cerruti poco dopo gli comunicava che avrebbe mandato da lui il Questore Caruso perché prendesse accordi in merito alla consegna di cinquanta uomini. Alle 9,45 il Caruso, accompagnato dal Ten. Koch, che in quel tempo svolgeva funzioni di polizia non ben definite, si presentava dal Kappler. Questi spiegava ai due come, per completare una lista di persone da fucilare in conseguenza dell'attentato di Via Rasella, aveva bisogno di cinquanta persone arrestate a disposizione della polizia italiana e spiegava i criteri in base ai quali egli aveva già compilato una lista di 270 persone. A conclusione di questo colloquio si stabiliva che iI Questore Caruso avrebbe fatto pervenire al Kappler per le ore 13 un elenco di cinquanta persone. Nell'elenco compilato dal Kappler con I'aiuto dei suoi collaboratori numerosi erano i detenuti per reati comuni e gli ebrei arrestati per motivi razziali; fra gli altri poi una persona assolta dal Tribunale Militare tedesco e due ragazzi di 15 anni, dei quali uno arrestato perché ebreo. Alle 12 circa I'imputato si recava nell'ufficio del Gen. Maeltzer il quale qualche ora prima gli aveva fatto sapere che I'attendeva per tale ora. Mentre quel generale lo informava che I'ordine della rappresaglia proveniva da Hitler giungeva il Maggiore Dobrik del battaglione "Bozen", che era stato convocato qualche ora prima. II Ten. Col. Kappler informava il generale di aver compilato una lista di persone che gli consegnava. A questa lista, diceva, dovevano aggiungersi i nominativi di cinquanta persone che, per le ore 13, gli sarebbero stati dati Questore Caruso, scelti fra i detenuti che questi aveva a sua disposizione Complessivamente, quindi, si raggiungeva il numero di 320 persone, pari al decuplo dei militari tedeschi che fino a quel momento erano deceduti. II generale Maeltzer, informato dall'imputato dei criteri adottati nella compilazione della Iista, si rivolgeva al Dobrik dicendogli che spettava a lui eseguire la rappresaglia con gli uomini che aveva a sua disposizione Quest'ufficiale esponeva una serie di difficoltà (il fatto che i suoi uomini erano anziani, poco addestrati all'uso delle armi superstizioni, ecc.) con I'evidente scopo di sottrarsi al compito affidatogli. Due giorni dopo, difatti, il ten. col. Kappler riferiva questo episodio al generale Wolf per fare un addebito al maggiore Dobrik. "Dissi - egli afferma parlando di questo colloquio - che Dobrik, al quale sarebbe toccato di eseguire la fucilazione, si era tirato indietro, e con ciò io presentavo ufficialmente le mie lagnanze contro Dobrik a Wolf. Stante le difficoltà poste dal Dobrik, il Gen Maeltzer telefonava al Comando della 14.ma armata e parlava con l'allora Col. Hanser, al quale, dopo aver prospettato quanto detto da quell'ufficiale, chiedeva venisse comandato un reparto di quell'armata per l'esecuzione. L'Hanser rispondeva testualmente:" La polizia è stata colpita, la polizia deve far espiare". Il Gen. Maeltezer ripeteva ai due ufficiali presenti quella frase quindi dava ordine al Kappler di provvedere lui all'esecuzione. Congedatosi dal Gen. Maeltzer, il Kappler si portava nel suo ufficio in Via Tasso. Qui chiamava a rapporto gli ufficiali dipendenti e li informava che fra qualche ora avrebbero dovuto eseguirsi la fucilaione di 320 persone in conseguenza dell'attentato di Via Rasella. Al termine della riunione il Kappler impartiva l'ordine che tra tutti gli uomini del suo comando di nazionalità tedesca, dovessero partecipare all'esecuzione.


Ho fatto una promessa

Ho fatto la promessa di non dimenticare nulla, e di conservare nella memoria tutto il passato;
Non dimenticare, nulla cancellare, alcuna offesa;
Parlarne, parlarne alle generazioni future;
Non darsi pace fino a che una sola traccia dell'inumano crimine ne oscurerà la visione.
Che per noi questo orrore non resti privo di odio
Che oltre l'oblio non ritorni il tempo antico.
Che non ci capiti di dire, mentre ce ne andremo, che questa volta la lezione non rimane viva in noi.


sabato, 22 marzo 2008

ph_croce-gmg-sanlorenzo-450_grDurante le consultazioni il simbolo della confessione cattolica sarà presente in molti seggi elettorali. Riteniamo tale presenza incompatibile con il supremo principio costituzionale della laicità dello Stato, e risulta quindi più che mai necessario battersi in sede legale perché questo principio trovi finalmente un’applicazione concreta. Nel frattempo invitiamo tutti coloro che ritengano necessario agire e farlo da subito, di mobilitarsi insieme con tutti i cittadini a compiere un piccolo, ma importante, gesto civico, chiedendo quindi, laddove trovino un crocifisso affisso nei seggi elettorali, la rimozione immediata. La richiesta è motivata dal pronunciamento del 10 aprile 2006 della Corte di Appello di Perugia, che ha legittimato la decisione di un presidente di seggio di rimuovere il crocifisso dal proprio seggio.
Al fine di far rimuovere il crocefisso dalla parete del seggio elettorale suggeriamo la seguente prassi:

  1. Prima di recarsi al seggio, stampare il presente documento e, possibilmente, anche il citato pronunciamento della Corte di Appello di Perugia. Ancora meglio, vi consigliamo di scaricare il kit elettorale in formato ".zip (45 Kb)".
  2. Prima di aver votato, chiedere educatamente al proprio presidente di seggio un colloquio riservato.
  3. Far presente al presidente di seggio che il crocifisso è il simbolo di una religione specifica (non più di Stato dal 1984) e che, pertanto, la sua presenza vìola il supremo principio costituzionale della laicità dello Stato.
  4. Informare il presidente di seggio del suddetto pronunciamento della Corte di Appello di Perugia del 10 aprile 2006, in particolare del passaggio in cui si sostiene «l’opportunità che la sala destinata alle elezioni sia uno spazio assolutamente neutrale, privo quindi di simboli che possano, in qualsiasi modo, anche indirettamente e/o involontariamente, creare suggestioni o influenzare l’elettore».
  5. Nel caso si rifiutasse di togliere il crocifisso argomentando a suo modo il rifiuto, si consiglia di pretendere che il presidente di seggio metta a verbale la seguente dichiarazione:
  6. DICHIARAZIONE DA FAR METTERE A VERBALE

    Data: __________________________

    Io, sottoscritto (cognome e nome), ho constatato la presenza di un crocifisso appeso a una parete all’interno del seggio elettorale ubicato in (indicare numero del seggio e indirizzo dello stesso).
    Ritengo che la presenza, all’interno di un seggio elettorale, di un simbolo religioso di una specifica confessione, privo quindi di valore laico e universale, sia in palese contrasto con il supremo principio costituzionale della laicità dello Stato, sancito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 203/1989 e successive, e confermato, nel caso specifico, dalla sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 439/2000.
    La presenza del simbolo religioso è altresì in contrasto con il pronunciamento della Corte di Appello di Perugia dello scorso 10 aprile 2006, in particolare con il passaggio in cui si sostiene «l’opportunità che la sala destinata alle elezioni sia uno spazio assolutamente neutrale, privo quindi di simboli che possano, in qualsiasi modo, anche indirettamente e/o involontariamente, creare suggestioni o influenzare l’elettore».
    Alla mia richiesta di rimozione del crocifisso il presidente di seggio, Sig. (cognome e nome), ha opposto un netto rifiuto.

    Il Cittadino (firma per esteso)

  7. Si consiglia di far verbalizzare, in calce all’istanza di rimozione del crocifisso, anche la seguente formula di diffida:
  8. Poiché in seguito alla qui sopra verbalizzata richiesta il Presidente del seggio non ha tuttora provveduto a rimuovere il crocifisso dall’aula in cui si svolgono le operazioni elettorali, il sottoscritto elettore diffida formalmente il medesimo Presidente del seggio a provvedere nel senso richiesto, avvertendolo che in caso contrario agirà giudizialmente o in sede amministrativa per far accertare l’illegittimità del rifiuto di provvedere.
  9. Il presidente di seggio non è obbligato a far sottoscrivere la verbalizzazione anche all’elettore.
  10. Nel caso il presidente di seggio si rifiutasse perfino di far mettere a verbale la dichiarazione, gli si deve ricordare che la norma di cui all’art. 104, comma 5, del d.P.R. n. 361/1957, punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa sino a lire 4.000.000 il segretario dell’ufficio elettorale che rifiuta di inserire nel processo verbale o di allegarvi proteste o reclami di elettori.
  11. Se nonostante ciò il presidente di seggio persistesse nel non voler verbalizzare la dichiarazione, sarà possibile presentare un esposto nei suoi confronti.
  12. Al ritorno, qualora al seggio ci si sia imbattuti in un crocifisso, si richiede la cortesia di avvisare l’UAAR, inviando una e-mail a soslaicita@uaar.it, con la quale fornire un succinto resoconto della vicenda.
Fonte: UAAR.it
martedì, 18 marzo 2008

http://www.faustoeiaio.org/html/images/funerali/fun11.jpg
18 marzo 1978: Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio" Iannucci vengono uccisi a Milano, in via Mancinelli, in un agguato fascista. 18 marzo 2008: ricorre il trentennale dell'uccisione di Fausto e Iaio. Trent'anni passati senza giustizia. Tra le molte iniziative previste per l'anniversario, abbiamo pensato subito a qualcosa di tangibile, di duraturo: un libro e un dvd che ripercorressero questi trent'anni; abbiamo chiesto un ricordo, una testimonianza, un'emozione a tutti quelli che hanno a cuore questa vicenda tragica che ha segnato Milano e l'Italia alla fine degli anni Settanta, lasciando familiari e amici senza giustizia; si è formata una commissione che da subito ha deciso di chiamarsi "Che idea morire di marzo 2008", per gettare un ponte ideale fra ieri e oggi. Una commissione composta da familiari e amici dei due ragazzi, insegnanti, giornalisti, scrittori, che ha raccolto il materiale, pervenuto soprattutto via e-mail. Troverete in questo volume alcune testimonianze di allora, tratte dal libro Che idea morire di marzo: le poesie, le lettere, i ricordi per Fausto e Iaio pubblicato nel 1978, alternate a quelle di oggi, in alcuni casi lasciate dagli stessi soggetti, con quel fardello di anni in più che per ognuno significa molte cose, diverse a seconda delle sensibilità individuali. Saggezza? Amarezza?... Certo non distacco, perché la partecipazione è ancora quella di trent'anni fa. Troverete gli interventi di chi, prima e dopo l'uccisione di Fausto e Iaio, si è trovato ad affrontare tragedie per molti versi simili: casi di mancata giustizia e verità negata. E altro ancora: la ricostruzione dei fatti, l'iter processuale, uno sguardo ai "luoghi della memoria"... Perché, dopo trent'anni, siamo ancora qui a ricordare? Siamo convinti che chi non ha memoria non ha futuro, e mantenendo viva la memoria storica pensiamo fermamente che si possano recuperare quei valori in cui credevamo e in cui crediamo ancora. Vorremmo che le parole di questo libro arrivassero al cuore soprattutto dei giovani, quelli che non hanno ancora trent'anni... un mondo diverso è possibile.
Dedichiamo questo libro a tutti quelli che, come Fausto e Iaio, nel loro ultimo saluto al mondo, hanno reso possibile creare un grande cerchio vivente di amore, uguaglianza, fratellanza, pace.

P.S. Travestito da Pasquino, sta per radio l'assassino !

Da: Reti-invisibili.net
Faceva freddo a Milano il 18 marzo 1978, e il centro era intasato di auto della polizia e dei carabinieri: lampeggianti accesi, posti di blocco, mitra spianati. Due giorni prima a Roma era stato rapito Aldo Moro, e la macchina dello Stato sembrava impegnata in una buffa parodia di efficienza e "pronta risposta alla sfida brigatista", come promesso dal ministro dell'Interno Francesco Cossiga. Ma non c'erano sirene e poliziotti al Casoretto, quartiere di periferia. Solo persiane sbarrate a tener fuori lo smog e televisori accesi, in attesa del tg delle 20. A quell'ora Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci camminano lungo via Mancinelli, stretti nei paltò. Chiacchierano, e il freddo forma nuvolette di vapore davanti alle loro bocche. Hanno trascorso un pomeriggio tranquillo: Lorenzo in piazza Duomo insieme alla sua ragazza, Fausto al Parco Lambro con gli amici. Mezz'ora prima si sono incontrati alla "Crota Piemunteisa", un bar-trattoria di fronte al centro sociale Leoncavallo, e ora si dirigono verso casa di Fausto, in via Montenevoso 9, per l'appuntamento del sabato col risotto di mamma Danila. L'edicolante all'angolo tra via Casoretto e via Mancinelli li vede fermarsi davanti alle edizioni straordinarie dei giornali, a commentare i titoli sul sequestro Moro. Sono ragazzi come oggi ce ne sono sempre meno, Fausto e Iaio: attenti al mondo intorno a loro, impegnati nel quartiere. Negli ultimi mesi hanno lavorato ad un dossier sullo spaccio di droga al Casoretto. All'altezza dell'Anderson School di via Mancinelli ci sono tre persone infagottate in trench bianchi. Una signora, Marisa Biffi, vede Fausto e Iaio fermi alla loro altezza. Ecco il suo racconto, tratto dal libro Fausto e Iaio, di Daniele Biacchessi, uno dei tanti giornalisti che hanno tentato di ricostruire il delitto: "Tre ragazzi sono in piedi sul marciapiede, a 5-6 metri da me. Contemporaneamente un altro giovane è leggermente piegato e si comprime lo stomaco con entrambe le mani. Odo tre colpi attutiti che lì per lì sembrano petardi. I tre giovani sul marciapiede scappano velocemente mentre quello che è piegato su se stesso cade a terra. Mi avvicino al giovane caduto... Subito oltre il suo corpo, a un paio di metri, il corpo di questo ragazzo che prima non avevo visto né in piedi né a terra. Nessuno dei due ragazzi pronuncia un parola... Altrettanto fanno gli assassini che fuggono nel silenzio, avviandosi verso via Leoncavallo. Noto che il giovane con l'impermeabile ha un sacchetto che sembra di cellophane bianco in mano". Dalla testimonianza si deduce che gli assassini sono professionisti: agiscono rapidamente, non dicono un parola, raccolgono i bossoli nel sacchetto di plastica che la signora Biffi ha visto nelle mani di uno dei killer. A sparare otto o nove volte è stata una Beretta 80 calibro 7,65, arma leggera e agile, ideale per colpire da vicino. Prima è caduto Fausto, colpito all'addome, al torace, al braccio destro e ai lombi. Poi è toccato a Lorenzo: torace, ascella destra, inguine, fianco destro. Dopo l'omicidio, il gruppetto di tre sparisce nel nulla. L'indomani un funzionario della Questura parla con i cronisti: "E' chiaro, si tratta di una faida tra gruppi della nuova sinistra, o inerente al traffico di stupefacenti". La scientifica fa circolare la voce che l'assassino abbia sparato con una pistola calibro 32. "E' un'ipotesi tirata per i capelli, come del resto quasi tutte quelle formulate - scrive L'Unità -. C'è almeno un elemento certo nelle indagini sulla barbara uccisione di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli. I killer per uccidere hanno usato pistole automatiche avvolte in sacchetti di plastica". L'articolo è firmato da Mauro Brutto. Non ancora trentenne, Brutto è il prototipo di una specie oggi in estinzione, il cronista di nera. La Milano di quegli anni, splendidamente raccontata da Scerbanenco, gli offre mille spunti di lavoro. Ma Brutto è anche un uomo di sinistra, e nella morte di Fausto e Iaio vede chiaramente la mano della destra milanese. Ne parla mesi dopo il delitto con Danila, la mamma di Fausto: "Mauro venne a casa mia - ha raccontato la donna - si stava occupando del connubio tra trafficanti di eroina, fascisti milanesi e romani, apparati dello Stato; mi disse che la verità su Fausto e Iaio non era chiara". Per mesi Mauro Brutto raccoglie elementi sul delitto di Via Mancinelli. In novembre qualcuno gli spara tre colpi di pistola senza colpirlo. Pochi giorni dopo il giornalista mostra una parte del suo lavoro ad un colonnello dei carabinieri. Il 25 novembre, dopo cena, Brutto ha appuntamento con una sua fonte. Lo vedono entrare in un bar di via Murat, comprare due pacchi di Gauloise, uscire, attraversare la strada. A metà della carreggiata si ferma per far passare una 127 rossa. In senso inverso arriva una Simca 1100 bianca, lo investe e scappa. "La Simca sembrava puntare sul pedone", dirà nel corso della rapida inchiesta l'uomo a bordo dell'altra auto, la 127. Sparisce il borsello di Brutto, pieno di carte, forse trascinato dalle auto in corsa. Lo ritrovano qualche ora dopo in una via vicina, vuoto. Ci sono elementi sufficienti per fare ipotesi, ma non per evitare che la morte di quel bravo cronista sia archiviata come incidente, mentre prosegue l'inchiesta su Fausto e Iaio. Dopo il delitto sono arrivate alcune rivendicazioni di ambienti di estrema destra. La più credibile appartiene all'Esercito nazionale rivoluzionario - brigata combattente Franco Anselmi. Anselmi era un neofascista romano, morto dodici giorni prima dell'omicidio di Fausto e Iaio, mentre tentava di rapinare un'armeria della capitale.
lunedì, 17 marzo 2008
- Padre Pizarro -


"... Ma tu davvero pensi che quando uno muore va da una parte dove c'è quello che c'ha il forchettone co le corna... e dall'altra parte dove c'è stanno questi co le ali...ma che so piccioni so...ma li hai mai visti te...io non gli ho mai visti ancora..."

"..Perchè il senso della vita..è la vita, il fine della vita..è la fine !
domenica, 16 marzo 2008
http://www2.ing.unipi.it/~o24401/La%20Canzone%20della%20Settimana/Images/Offlaga_Disco_Pax.tif.0.big.jpg

Il gruppo si è formato a Reggio Emilia nell’anno dispari 2003 ed è composto da Enrico Fontanelli (basso, moog, casiotone, premeditazioni grafiche, pensiero debole), Daniele Carretti (chitarre, basso, mutuo quinquennale) e Max Collini (voce, testi, ideologia a bassa intensità). Enrico proviene da esperienze wave, surf ed emocore (Kathleen’s, Grey Morris and The Dargos, Mourn) oltre che da varie incursioni in territori confinanti: grafica e fotografia innanzitutto. Daniele dalla bella storia shoegaze dei Magpie, ancora attivi e combattivi (collabora anche con Le Forbici di Manitù). Max invece è un esordiente tardivo: vanta qualche remota arringa alle assemblee della Federazione Giovanile Comunista e ha passione per la scrittura.
Offlaga Disco Pax propone ciò che qualcuno ha definito "Elettronarrativa Elettorale". Si sentono apocalittici, integrati, naif. I brani, descrittivi, sonorizzano storie ed eventi reali, spesso locali, riassunti in titoli come Robespierre, Khmer Rossa, Kappler, Tatranky, Cinnamon, Enver, Piccola Pietroburgo, Tono Metallico Standard.
"Robespierre"



L'immagine “http://www.globalproject.info/IMG/jpg/news05053.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.

"Sensibile"


Sono usciti inattesi vincitori dell’edizione 2004 del Rock Contest di Firenze, storica manifestazione organizzata da Controradio - Popolare Network. Il loro fiero comizio di esordio si intitola: SOCIALISMO TASCABILE (Prove Tecniche di Trasmissione) ed è uscito per Santeria/Audioglobe nel marzo 2005, rivelandosi un piccolo/grande caso discografico indipendente e oggi alla terza ristampa. Dopo un lungo giro di oltre settanta concerti tenuti in tutta Italia, tour che continuerà fino alla primavera/estate 2006, è uscito il loro primo video: "Robespierre", che si è aggiudicato il Premio Video Italiano P.V.I. come miglior video indipendente assoluto e il Premio Fandango "Videoclipped The Radio Star" sempre come miglior video. Offlaga Disco Pax sono stati premiati al M.E.I. di Faenza nel novembre 2005 come Miglior Gruppo Indipendente e sempre in occasione del M.E.I. "Socialismo Tascabile" ha ricevuto il Premio "Fuori dal Mucchio" dedicato alla migliore opera prima. A Dicembre 2005 il collettivo ha ritirato a Livorno il Premio Piero Ciampi per il miglior disco di esordio.

vedere anche : http://offlagadiscopax.splinder.com/
domenica, 16 marzo 2008


Siamo tutti bersagliTUTTI POTENZIALI BERSAGLI

Nel ’95, il 25 aprile, in occasione dei festeggiamenti del cinquantesimo anniversario della Liberazione si installava a Roma, a piazzale Ostiense, un monumento dedicato alle vittime del fascismo e del razzismo. Era la terza volta, dopo quello a Giordano Bruno a Campo de Fiori (promosso da una colletta universitaria e installato dopo tredici anni di lotte con il potere clericale) e quello dedicato a Walter Rossi nell’omonima piazza finanziato dal movimento degli anni Settanta, che un monumento fosse ideato, realizzato, voluto e finanziato dal basso. Ideato e realizzato da un gruppo di attivisti che per scelta politica e artistica decisero di rimanere anonimi e esterni al mercato, nell’intento di consegnarlo ad un immaginario collettivo il più ampio possibile, il monumento ottenne il sostegno di associazioni di base, centri sociali e case occupate di Roma, Milano, Ostia e Seregno che si impegnarono a raccogliere i fondi necessari. Subito dopo bisognò difenderlo con manifestazioni e raccolta di firme per rispondere ad una interrogazione in consiglio comunale di Alleanza Nazionale e all’intera destra che ne chiedeva la rimozione. Successivamente l’opera fu inserita nel censimento del patrimonio artistico del Comune di Roma, ma il progetto originario di messa in posa definitiva non è stato ancora realizzato. L’autorizzazione, arrivata la sera prima dell’installazione, fu data per i primi dieci giorni e poi rinnovata per altri dieci. Poi è rimasta lì senza autorizzazioni fino al censimento avvenuto poco più di un anno fa. Ancora oggi come allora crediamo che per evitare nuove barbarie le nostre città debbano essere marcate da “segnali antifascisti”, Luoghi della memoria che invitino i passanti a riflettere anche solo pochi istanti sugli effetti delle persecuzioni politiche e razziali. Soprattutto ora che nuove “guerre sante” muovono contro i più deboli, che siano lavavetri o rumeni, writers o prostitute, quelle cinque sagome da tiro al bersaglio con le mani legate dietro la schiena hanno bisogno di essere protette e valorizzate da quel “sentire collettivo” che le ha prodotte. Con quei cinque triangoli colorati sui loro petti stanno lì a ricordarci come i nazisti distinguevano gli internati nei loro campi di sterminio: rosa per gli omosessuali, azzurro per l’immigrato, doppio triangolo giallo (Stella di Davide) per l’ebrea, rosso per l’antifascista e marrone per la nomade. L’installazione è un monumento dedicato a tutte le minoranze perseguitate e ai/alle diversi/e, in un mondo pieno di monumenti dedicati agli “eroi” o fatti erigere dai potenti a loro futura memoria. Ora non ci accontentiamo solo più che rimanga lì, nel luogo storico della Resistenza a Roma, dove è stato posto da una manifestazione di decine di migliaia di antifascisti/e, ma vorremmo vedere finalmente realizzato il progetto di messa in posa definitiva e di restauro. Riteniamo che il Comune debba farsene carico ma vorremmo anche mantenere lo spirito con cui è nato, facendo pressioni dal basso affinché ciò avvenga il prima possibile e contribuire con una sottoscrizione popolare a finanziare l’operazione. Invitiamo tutte le associazioni, i centri sociali, le realtà di movimento, a partire dai promotori del ’95, a difenderlo impegnandosi ancora per raggiungere il completamento del progetto originario con la sua posa definitiva e il suo restauro, dando vita ad una forte campagna antirazzista e antifascista contro ogni forma di discriminazione, contro ogni politica nefasta e autoritaria, a sostegno della libera espressione artistica e di ciò che produce. Una campagna popolare che porti il prossimo 25 aprile ad inaugurare l’apertura del cantiere. Per maggiori informazioni e adesioni: http://potenzialibersagli.noblogs.org e per comunicare le adesioni scrivere a potenzialibersagli@anche.no

fonte: isole.ecn.org
domenica, 16 marzo 2008
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Nella notte fra il 16 e il 17 marzo 2003 moriva Davide “Dax” Cesare, militante del Centro Sociale O.R.So (“Officina di Resistenza Sociale”) di Milano. Era da poco uscito, assieme ad alcuni compagni, da un bar del quartiere ticinese. Fuori, ad aspettare i ragazzi, un paio di neofascisti armati di coltelli, spalleggiati da un terzo elemento più anziano. Si scoprirà solo in seguito che i due giovani sono fratelli e che l’uomo è il loro padre; si tratta rispettivamente di Federico, Mattia e Giorgio Morbi (28,17e 54 anni all’epoca del fatto). L’aggressione dei neofascisti è rapida e particolarmente violenta. Numerose coltellate vengono inferte in punti vitali: Davide non giungerà vivo all’ospedale; altri due ragazzi sono feriti (uno in modo grave, ma si salverà). Alla tragedia di Dax seguono altri fatti a dir poco inquietanti. Prima il ritardo nei soccorsi; sul luogo del delitto arrivano per prime numerose pattuglie di polizia e carabinieri, che rendono ancora più difficoltoso l’arrivo del personale medico. Poi al pronto soccorso dell’ospedale San Paolo, gli amici dei feriti (sconvolti dalla notizia che per Davide non c’è più nulla da fare) vengono brutalmente picchiati dalle forze dell’ordine. Uno scenario che ricorda tristemente le cronache di Genova e Napoli 2001; con la differenza che, stavolta, la brutalità della polizia non ha neppure la debole scusa delle tensioni di piazza. Una brutalità che finirà col coinvolgere anche personale di assistenza medica e pazienti dell’ospedale: in seguito alle cariche il pronto soccorso dovrà cessare il servizio fino alle sette del mattino seguente, e numerosi pazienti finiranno con l’essere trasferiti in altre strutture. Infine giunge l’ultima vergogna, quasi un marchio di fabbrica delle vicende di cui abbiamo parlato finora: le menzogne degli apparati dello Stato, assecondati da organi di stampa sempre compiacenti e aiutati a posteriori dalla copertura morale prontamente offerta da certi politici. L’omicidio viene spiegato con il degenerare di una “rissa tra balordi”. Il pestaggio dei giovani al San Paolo viene giustificato con la reazione delle forze dell’ordine alle intemperanze dei compagni di Dax, ed in special modo alla loro richiesta di “trafugare” dall’ospedale la salma. Per fortuna le testimonianze dei giovani presenti all’ospedale, assieme alle dichiarazioni coraggiose di elementi del personale medico del San Paolo, hanno in seguito smentito quelle prime ricostruzioni (senza che, purtroppo, la stampa nazionale si sia affannata troppo nel concedere a tali smentite uno spazio uguale a quello che ebbero le prime, false versioni). Dal punto di vista processuale la vicenda è tuttora aperta su più fronti: per la morte di Davide, Giorgio Morbi è stato già prosciolto (non ci sarebbero prove della sua partecipazione diretta all’agguato mortale); al giovane Mattia è stata riconosciuta quella che giuridicamente si chiama “messa in prova” (tre anni sotto il controllo di una comunità, al termine dei quali sarà valutato il suo “percorso di recupero”); a rispondere dell’omicidio resta dunque il solo Federico Morbi. Per quanto concerne i fatti del San Paolo, sono ancora aperte le indagini; presto si dovrebbe arrivare ai processi, sia a carico di alcuni giovani, sia a carico di alcuni fra gli agenti colpevoli dei pestaggi.


da: reti-invisibili.net
sabato, 15 marzo 2008
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Truffa o bufala? La verità, molto probabilmente, non si saprà mai. Fatto sta che intorno al sorteggio di Champions League che si è svolto ieri a Nyon, iniziano a circolare strane voci. Tutto ha avuto inizio quando, poco prima del sorteggio stesso, sul sito del Liverpool è apparso uno strano messaggio di un tifoso in cui, almeno due ore prima, venivano azzeccati gli accoppiamenti: al Chelsea sarebbe toccato il Fenerbahce, al Manchester United la Roma, al Liverpool l'Arsenal e al Barcellona lo Schalke. Previsioni azzeccate in pieno.
Dunque, lo scenario che si configurerrebbe sarebbe semplicemente devastante per il mondo del calcio europeo e per il mondo delle scommesse sportive. A rigor di logica è infatti evidente che, se la notizia fosse vera, ma sembra di si, i bookmakers controllerebbero ed orienterebbero i sorteggi Uefa. Una calciopoli a livello europeo quindi. Fantasie? Probabilmente no, ed infatti ad alimentare il detto che a pensar male ci si azzecca sempre, poco dopo è arrivata una notizia, quindi verificabile, secondo cui, pochi minuti dopo la strana rivelazione, alcuni bookmaker avrebbero smesso di accettare scommesse sui sorteggi. Immediata la smentita della Uefa, guarda caso. Il portavoce William Gallard ha liquidato la questione con un pizzico di ironia, ma al quale noi non sorridiamo affatto:«Questo utente deve avere dei superpoteri. Conosco chi ha condotto il sorteggio e sono sicuro al 150 percento che sia tutto onesto. Si può prendere in giro un computer, ma tutti vedono come sono sorteggiate le squadre. Ed è tutto corretto in questo modo».
Non è certo la prima volta che il mondo delle scommesse sportive finisce sotto accusa, sospettato di strani inciuci. Poco più di un anno fa, sempre in Inghilterra, quattro allenatori di Premiership vennero accusati per aver puntato su alcune partite, infrangendo quindi una precisa norma. I nomi dei tecnici non furono mai rivelati per motivi di privacy ma si sa che uno di loro avrebbe scommesso più di un milione di sterline in un anno. Anche in quel caso, la vicenda venne alla luce grazie ad una gola profonda del mondo delle scommesse. Molte perplessità sul sorteggio sono state fatte anche da vari allenatori delle stesse squadre di calcio impegnate nella Champions, Sir A.Ferguson del Manch.Untd ha espresso anche lui la sua perplessità per la "coincidenza" del sorteggio che ancora una volta (la sesta in due anni) vedrà impegnato il suo Manchester Untd ancora una volta con la temibilissima e attrezzatissima AS Roma del campionissimo romano e romanista F.Totti.
postato da: skenderback alle ore 18:02 | Permalink | commenti
categoria:sport, notizie, girovagando, free internet, calciopoli europea
venerdì, 14 marzo 2008
Fascismo e democrazia non sono che due metodi o due forme di uno stesso esercizio della dittatura capitalista. Sono, cioè, due facce della stessa medaglia. Per la classe operaia non si pone l'alternativa tra democrazia e fascismo ma tra dittatura capitalistica e dittatura proletaria. Questo è un punto fondamentale del programma comunista e finché la classe operaia non lo mette in pratica essa è destinata ad essere soggiogata da una delle forme della dittatura del capitale. Lenin dice che la democrazia è il migliore involucro della dittatura del capitale. Qual'è il senso profondo di questa chiarissima definizione leninista?
- In che modo possiamo utilizzare la sua stretta attualità?
E' la stessa realtà sociale e politica a dare la risposta. Mai come oggi la democrazia ha dimostrato di essere il migliore involucro della dittatura del capitale, mai come oggi la democrazia ha dimostrato di essere una fittissima rete che imprigiona ogni movimento della lotta operaia e lo costringe a dibattersi dentro confini rigidamente delimitati dal potere capitalista. Ogni lotta operaia viene egemonizzata dall'opportunismo e si impantana nelle sabbie mobili della democrazia perché non sa e non può porsi il problema del potere, l'alternativa tra dittatura borghese e dittatura proletaria. Ma come può la democrazia avere questa straordinaria influenza sul corso della lotta di classe? Non di certo e non solamente perché è una ideologia, ma perché questa ideologia è possibile in determinate condizioni dello sviluppo capitalistico. La democrazia è il migliore involucro del capitalismo appunto perché essa riflette una relativa stabilità del ciclo capitalistico di produzione. Questa relativa stabilità fa sì che la lotta di classe possa essere contenuta dal sistema entro limiti tollerabili per il sistema stesso. E in questa relativa stabilità l'opportunismo ha solide radici ed ha una sua stabilità. Da ciò non ne deriva che il fascismo sia il « peggiore involucro » per il capitalismo e che, quindi, in una situazione fascista la classe operaia trovi meno ostacoli da spianare sulla strada della rivoluzione. Instaurato il fascismo, la classe operaia si trova ad essere imprigionata nella dittatura borghese negli stessi termini in cui si trova ad esserlo nella democrazia. Il problema, perciò, non può e non deve essere visto in questo modo. Il problema è di vedere invece, perché in certe situazioni la dittatura del capitale prende le forme fasciste perché la classe dominante scarta la forma democratica che aveva funzionato come il suo migliore involucro, e determina la forma fascista. La situazione in cui si verifica questo mutamento è una situazione di crisi economica e di crisi politica. La crisi economica provoca una profonda instabilità nella struttura produttiva ed acutizza all'estremo la lotta di classe. La crisi politica si manifesta con l'indebolimento dell'apparato statale, con la divisione delle varie frazioni borghesi con l'oscillamento della piccola borghesia, con la disgregazione dei partiti opportunisti. In questa situazione i partiti opportunisti non riescono a svolgere efficacemente la loro funzione controrivoluzionaria di controllo e di contenimento della classe operaia. Si verifica una condizione per cui il partito leninista rivoluzionario può prendere la direzione della lotta operaia perché può dare ad essa uno sbocco politico, uno sbocco di potere. La saldatura tra condizioni oggettive (crisi economica, disgregazione nel blocco di potere tra tutte le frazioni capitaliste) e condizioni soggettive (crisi politica, disgregazione dell'opportunismo, presenza attiva del partito leninista rivoluzionario) pone concretamente la possibilità della lotta per la dittatura del proletario. In questa situazione, tutte le frazioni capitaliste hanno un interesse comune a sostenere una forma fascista di controrivoluzione.
Il fascismo poi, non riuscirà a superare la crisi economica e politica che lo ha partorito, ma riuscirà a superarne il punto più pericoloso, per il sistema capitalistico, e soprattutto ad impedire che si verifichi il collegamento tra la lotta operaia ed il partito rivoluzionario. Tutto ciò, sempre che si verifichino le condizioni che abbiamo elencato. Se manca il partito rivoluzionario, la disgregazione delle organizzazioni opportunisti che si ricompone in nuove formazioni controrivoluzionarie, in partiti centristi opportunisti, in movimenti spontaneisti che altro non sono che una variante socialdemocratica. Mancando il polo d'attrazione costituito dal partito leninista, la classe operaia rimane allo stadio massimalistico e non riesce ad elevarsi ad un più alto livello di coscienza politica, ad una più alta consapevolezza del problema del potere. Stabilito un controllo sulla classe operaia con queste nuove forme controrivoluzionarie, il capitalismo non ha bisogno della controrivoluzione fascista. Riesce a contenere la sua crisi dentro la forma democratica. Da un punto di vista della strategia proletaria, il problema non è quindi, quello della scelta tra democrazia e fascismo ma quello di scatenare la battaglia rivoluzionaria nel momento della crisi economica e politica, nel momento in cui la democrazia non è più possibile ed il fascismo non è ancora possibile. E' in questo preciso momento, in questa specie di « terra di nessuno » del potere, che si gioca la sorte della dittatura del proletariato e della rivoluzione socialista. E' un dialettico, un marxista, il rivoluzionario che riesce a fare due cose in una volta sola, dice Lenin. Il proletariato deve saper combattere contemporaneamente democrazia e fascismo, deve saperlo fare in ogni momento ma soprattutto nel momento in cui la democrazia si trasforma in fascismo. Il proletariato deve sapere approfittare di quel momento di crisi del sistema, di quel momento particolare che, in fondo, è sintomo di squilibrio nell'apparato capitalistico del potere, di quel momento particolare in cui la controrivoluzione democratica sta perdendo i colpi e la controrivoluzione fascista non è ancora in grado di darli tutti. Solo in quel particolare momento la lotta a fondo contro la democrazia e contro il fascismo ha la possibilità di essere realizzata in pieno e di concludersi con la dittatura del proletariato. Ancora una volta, elemento determinante è il partito leninista perché solo un partito che abbia elaborato dettagliatamente la strategia rivoluzionaria e che abbia la capacità di tradurla in centralizzazione organizzativa può essere in grado di dare una forma militare alla lotta operaia. - Tutta l'energia della classe deve, quindi, concentrarsi in un efficace strumento di lotta che sappia colpire con estrema precisione e massima razionalità i nodi fondamentali dello schieramento controrivoluzionario nell'ala democratica e nell'ala fascista.- In una guerra di classe di questo tipo, il proletariato non può rimanere sulla difensiva ma deve passare all'attacco. Ed attacco significa massimo di strategia, massimo di organizzazione, massimo di centralizzazione.
Giornali di Lotta Comunista, sito non ufficiale

martedì, 11 marzo 2008
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Son passati all'alba
e mi hanno preso,
intontito dal sonno e dal fragore
Buio negli occhi,
colpi sordi allo stomaco
ad ogni momento trascorso
Freddo il mattino,
Freddo il camion
che, impunemente sfrecciava via
Poi la stanza, le risa sguaiate
Frigide le lampade al neon
sullo sporco giaciglio
Topo fra i topi
livido e nudo
come il mattino della mia città
quando urla per la sua Libertà
Alienato disperante
senza alcuna cognizione del tempo
Solamente l'assillo ritmato
del dolore delle percosse
Estinzione della volontà
desiderio della fine
Gettato, lordato, rovesciato
come uno straccio ormai smesso
Infine mischiato con gli altri
tristi destini intrecciati
nella fossa comune delle ossa spezzate
la vita sprangata
per lasciar morire ogni nostro ideale
postato da: skenderback alle ore 23:04 | Permalink | commenti
categoria:pensieri e parole, antifascismo, esseri unici, a mio zio, unico per me, anti nazismo
sabato, 08 marzo 2008
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http://www.hfxnews.ca/photos/TheDailyNews/stories/HFX-Movies-Todd700.jpg L'immagine “http://blog.seattlepi.nwsource.com/thebigblog/library/sweeney_todd.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.
postato da: skenderback alle ore 18:33 | Permalink | commenti
categoria:spettacoli, teatro, ciack si gira