sabato, 16 agosto 2008
Il "Lodo Moro", l'accordo che prevedeva libertà di movimento per i terroristi palestinesi in Italia in cambio di un occhio di riguardo per la sicurezza del nostro Paese da parte dell'Olp, «a questo punto rappresenta una certezza per la nostra politica estera sempre molto attenta all'interesse nazionale, che ci poneva ai limiti estremi dell'ortodossia atlantica». L'avvocato Giovanni Pellegrino (Pd), già presidente della commissione Stragi e ora alla guida della Provincia di Lecce, non ha perso il gusto dell'analisi storica e per questo aggiunge un tassello in più rispetto a quello che Bassam Abu Sharif, ex leader storico del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ha rivelato nell'intervista a Davide Frattini pubblicata ieri sul Corriere della Sera.
EFFETTI COLLATERALI
Spiega Pellegrino: "Moro ne accenna in una lettera all'ambasciatore Cottafavi del 22 aprile del '78, durante la sua prigionia. "Noi con i palestinesi ci regoliamo in altro modo...". E commentando questa lettera, da ultimo, Miguel Gotor (autore del libro "Lettere dalla prigionia ") ha individuato la genesi del Lodo Moro nell'ottobre del '73 (l'anno della guerra del Kippur). Pellegrino, poi, propone un incastro che spiegherebbe gli effetti collaterali del lodo. Pellegrino dice "L'idea del giudice Mastelloni che indagò su Argo 16 (il 23 novembre 1973 un bimotore dell'Aeronautica militare italiana, Argo 16, precipita a Marghera: i 4 militari dell'equipaggio muoiono, il possibile disastro ecologico viene solo sfiorato.), anche se il processo poi non lo ha confermato, era che vi fosse stata una ritorsione del Mossad per punire l'Italia di avere fatto il patto con i palestinesi ".
INTERMEDIARI CON LE BR 
Il legame tra apparati italiani e palestinesi, dunque, era talmente consolidato che lo stesso Moro spende questa carta quando si tratta di salvare la sua vita, ed in una delle lettere dalla prigionia Moro richiama l'esperienza di Giovannone (capo centro del Sid a Beirut, ndr) dicendo che solo i palestinesi potevano fare da intermediari con le Br. E, ora, Abu Sharif conferma.
STRAGE DI BOLOGNA
Due anni dopo, il 2 agosto del 1980, la strage di Bologna, per la quale verranno condannati i terroristi neri Mambro, Fioravanti e Ciavardini ma che è ancora oggetto di polemiche a causa della pista palestinese secondo la quale uno o più terroristi mediorientali stavano trasportando una bomba che poi sarebbe accidentalmente esplosa, "ma è una pista che fin dall'inizio puzzava di marcio, anche se era doveroso percorrerla. Con la commissione, dopo aver stabilito le modalità per interrogarlo, Carlos fu ambiguo e poi fece saltare deliberatamente l'audizione". Ammesso che nell'80 il Lodo Moro fosse ancora efficace, perché i palestinesi avrebbero dovuto trasportare valigie di esplosivo sui treni italiani? Dall'intervista ad Abu Sharif sembra che loro utilizzassero l'Italia come fronte logistico, quindi può darsi anche per il transito degli esplosivi: dalle notizie che avevamo noi, la pista palestinese descriveva un incidente e non un attentato. E oggi Abu Sharif non esclude questo, ma lo attribuisce a un trucco fatto da altri servizi per poi dare la responsabilità ai palestinesi.

-L'intervista a Bassam Abu Sharif,
leader storico del Fronte popolare-

«Trattai io il lodo Moro.Mani libere a noi palestinesi»
«Trasportavamo armi e l'Italia era immune dai nostri attacchi»

GERICO  L'occhio di Bassam Abu Sharif vaga verso le montagne di roccia rossa che circondano Gerico. L'altro è fisso da oltre trent'anni nello stesso sguardo cristallizzato. «Un regalo del Mossad», dice. Nel 1970, era il portavoce del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, finito sulla copertina di Time come il «volto del terrore», durante i dirottamenti di Dawson's Field. Quel volto viene devastato da un pacco bomba, spedito a Beirut due anni dopo. Con la mano destra mutilata, si sforza di infilare le piccole pile nell'apparecchio acustico.Ora è pronto a ricordare il periodo a fianco di George Habash, nell'ufficio politico del Fronte. E' lui che ha reclutato Ilich Ramirez Sanchez (e lo ha battezzato con il nome di battaglia Carlos), è lui che ha seguito, tra gli anni Settanta e Ottanta, la "politica estera" dell'Fplp, i rapporti internazionali, compresi quelli con l'Italia. Fino alla rottura con il gruppo e al ruolo di consigliere per Yasser Arafat. E' un uomo di 62 anni che, dopo la conversione a sostenitore della pace, ha voglia di raccontare. A volte fatica a ricordare le date, a volte le usa come appiglio per la memoria. Premette di poter parlare della strategia generale, senza dettagli sulle operazioni. "Quello che le dico è la verità, non tutta la verità".
lunedì, 04 agosto 2008

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Nella notte del 4 agosto 1974 una bomba esplode nella vettura numero 5 dell'espresso Roma-Brennero. I morti sono 12 e i feriti circa 50, ma una strage spaventosa è stata evitata per questione di secondi: se la bomba fosse esplosa nella galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro i morti sarebbero stati centinaia. Racconta un testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall'esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l'odore dolciastro e nauseabondo della morte». Alcuni che hanno assistito alla sciagura raccontano: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c'era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. 'Mettetevi in salvo', abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. 'Vieni via da lì', gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo». I neofascisti non nascondono di essere gli esecutori. Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti».