domenica, 01 novembre 2009
Honduras, centro America, uno dei paesi più poveri del continente, più di sette milioni di abitanti. A fine giugno, all'avvicinarsi delle elezioni, Manuel Zelaya, leader "progressista" viene prelevato con la forza dall'esercito e portato in Costa Rica. I golpisti impongono come capo di Stato Roberto Micheletti, già presidente del Congresso. Il colpo di Stato e le proteste che ogni giorno si susseguono in tutto l'Honduras hanno provocato numerose sparizioni, morti e violazioni gravi. Secondo i dati del Comitato dei Familiari dei Detenuti e Desaparecidos in Honduras (COFADEH), sarebbero 17 le persone morte a causa della violenza scatenata dalle forze repressive dopo il 28 giugno. Si contano centinaia di feriti e quasi un centinaio di cittadini sono sotto accusa per sedizione, in quanto hanno difeso l'ordine costituzionale interrotto dal colpo di Stato. Il 21 settembre Zelaya riesce a ritornare nel paese, rifugiandosi nell'ambasciata brasiliana della capitale Tegucigalpa. Il governo di Roberto Micheletti, ormai privo di supporti esterni e in crisi sul fronte interno, il 27 settembre ha decretato la restrizione di tutte le garanzie individuali per 45 giorni. I negoziati tra Zelaya e il golpista Micheletti sono a un punto di stallo; ad ogni modo Zelaya ha deciso di non includere tra i punti dell'accordo la creazione di una nuova Assemblea nazionale costituente. Qui un'accurata cronologia della situazione in Honduras. http://www.carmillaonline.com/archives/2009/10/003212.html Proponiamo qui due articoli: il primo è un'analisi degli anarchici della regione, sintesi da alcuni articoli di due tra i principali mezzi di comunicazione libertari, il secondo è un documento del Consiglio delle Organizzazioni Popolari e Indigene dell'Honduras, che dimostra la vivace e ferma resistenza dei popoli nativi, sebbene sottintenda una visione che ancora nutre speranze in uno Stato modificabile e migliorabile. Di questo potremmo essere critici, con alle spalle una esperienza storica radicata e inossidabile, che è e potrebbe essere un contributo ad una visione del mondo, della vita, delle relazioni sociali e della natura, che con quei popoli, tutti i popoli, ci accomuna.
- Fonte: Umanità Nova -


honduras-libre
- Analisi Anarchica del colpo di stato in Honduras.- 
Come in tutte le parti del mondo, la classe dominante è divisa in fazioni rivali che si contendono l'egemonia per imporre ognuna la propria modalità di capitalismo; per la classe lavoratrice la differenza tra un capitalismo "troglodita" e uno "riformista" può significare alcuni vantaggi o miglioramenti parziali e momentanei, nulla più; in un caso come nell'altro continuerà a essere sfruttata dalla classe capitalista. In termini generali la divisione della borghesia in fazioni opposte non è che il riflesso stesso della società: è l'influenza delle imprese all'interno del sistema delle imprese, le loro rivalità e la concorrenza tra loro all'interno di questo sistema sostanziano la relazione sociale capitalista. Questa continua conflittualità non rappresenta delle opportunità per le classi lavoratrici anzi rafforza il controllo e la loro sudditanza economica; la rivalità tra bande borghesi permette di perpetuare il loro controllo politico sopra il proletariato. Non sono le crisi che nascono all'interno della borghesia ad aiutare il proletariato a riconoscere i propri diritti e interessi. Piuttosto è lo sviluppo del proletariato come forza sociale che in determinati momenti obbliga le fazioni borghesi a entrare in conflitto aperto disputandosi il dominio in una situazione instabile. Evidentemente la proposta di Zelaya di indire una consulta popolare, tra l'altro non vincolante, non è stata particolarmente gradita da una parte della borghesia honduregna, che ha preferito agire come meglio sa: con il colpo di stato. Un golpe che probabilmente ha le sue radici nei timidi e innocui tentativi di riforma avanzati da Zelaya che, in nome della trasparenza, dell'onestà, della libertà di espressione ha tentato di agire, politicamente in maniera coerente, con quei movimenti e politici "progressisti" che oggi fanno apparire l'America latina come un continente di sinistra o centro-sinistra. La borghesia internazionale più conservatrice e oscurantista e che ha nel clero un solido alleato, come quella honduregna, è timorosa anche delle miti riforme portate avanti per porre un freno a quei processi sociali che si sviluppano alla base: ha paura del riformismo. Ecco quindi alcune delle domande che si sta ponendo la borghesia mondiale e non solo sudamericana. Quello honduregno è un esperimento? Come si intende un golpe nel secolo XXI secolo? Quanto connessi e solidali tra loro sono i popoli latino americani? Permettono un golpe nel XXI secolo? Quale è la loro velocità di reazione? Fino a che punto sono disposti ad impedirlo? Inoltre: potremmo tentarlo in un altro paese? Stando ai media ufficiali sembra che la lotta sia solo tra Zelaya e Micheletti. Non giungono invece informazioni sui rastrellamenti notturni casa per casa con lo scopo di annichilire, impaurire e rendere muta una resistenza che agisce, manifesta e si organizza. Sussistono interessanti analogie con quanto successo nell'aprile del 2002 in Venezuela con il golpe padronale e militare contro Chavez quando tentarono di fermare i processi sociali in corso. In Honduras, con questo golpe, stanno tentando di fermare una consultazione, una sorta di assemblea costituente. Il risultato di questi goffi intenti in Venezuela è stato quello di dare maggiore impulso alla azione sociale della popolazione; allo stesso modo in Honduras si sta sviluppando il rafforzamento del movimento popolare; questi tentativi di limitare processi sociali pacifici hanno ottenuto così di rafforzare le forze e le reti sociali: si creano gruppi che si auto organizzano, si forgiano tramite la lotta nelle strade e danno una risposta agguerrita al progetto golpista. Il popolo honduregno subisce lo stesso golpe di sempre, solo un poco più raffinato: tagliano la luce e telefono per evitare la risposta popolare, scende in strada l'esercito prima che lo possa fare il popolo, un ibrido dei golpe tipici dell'America latina, con il sequestro presidenziale allo stile di Aristide e con il golpe mediatico stile Venezuela, con un però. Il ruolo svolto da Telesur - tutta l'America latina guarda Telesur - la televisione di stato venezuelana, ha agito sbugiardando apertamente la CNN che inizialmente ha chiamato il golpe "successione forzata", un altro parallelismo con il Venezuela quando all'epoca si era parlato di "vuoto di potere". Telesur (tramite canale 8 venezuelano) ha mostrato le immagini e commentato chiaramente: "golpe de estado en Honduras!" Nessun governo per destrorso che sia dice di riconoscere il dittatore Micheletti. Se la cosiddetta comunità internazionale ha guardato con favore al Partito di Unificazione Democratica di Zelaya è solo perché una dittatura militare, sotto l'egida del Partito Nazionale, non è sostenibile nel lungo periodo. La finalità dei diversi modelli di dominio borghese non è tanto che questi siano duraturi, ma soprattutto che diano buoni risultati. Il problema per la borghesia mondiale è che oggi una dittatura militare in Honduras non può garantire il controllo delle forze proletarie del paese né che il capitale si sviluppi senza contrattempi. Zelaya con le riforme e la sua assemblea costituente può garantire ciò, così come Chavez in Venezuela, Castro a Cuba, Morales in Bolivia, Lula in Brasile, i Tupamaros al governo in Uruguay, Kirkner in Argentina, Bachelet in Cile. La borghesia mondiale supporta la sinistra in Honduras, per le stesse ragioni per cui ha favorito uno sviluppo della sinistra in Bolivia e Venezuela: perché è consapevole che, nel gioco delle parti, solo la sua componente di sinistra è nella condizione di assicurare la continuità del capitalismo in questi paesi. Se oggi la comunità internazionale ha appoggiato Zaleya contro i golpisti si deve semplicemente al fatto che il golpe di Micheletti ha interrotto prematuramente una strategia di dominazione che prometteva buoni risultati.
lunedì, 05 ottobre 2009
Mercedes Sosa
(San Miguel de Tucumán, 9 luglio 1935 –
Buenos Aires, 4 ottobre 2009)


Sito ufficiale
http://www.mercedessosa.com.ar/marcosmaster.htm

Mercedes Sosa era una popolare cantante argentina,
simbolo della sua terra e della lotta per la pace e i diritti civili
contro la dittatura. Si definiva una cantora popular.
Ed era anche conosciuta con il soprannome di La Negra.
La sua voce e le sue canzoni hanno sempre avuto
 un profondo messaggio di impegno sociale,
ed Il suo innegabile talento, la sua onestà
insieme alle sue profonde convinzioni
 lasciano un'eredità enorme per tutte le generazioni future.
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categoria:notizie, america latina, gli artisti, musika, esseri unici, donne storiche
giovedì, 09 ottobre 2008
Noi siamo realisti...
...esigiamo l'impossibile !



41 anni fa Ernesto Guevara de la Sierna, detto "El Che" veniva barbaramente ucciso da militari e agenti della CIA americana sulle montagne della Bolivia, moriva così la speranza di una diversa visione dell'America Latina (che oggi sembra però riproporsi in tutta la sua forza e determinazione) e moriva anche il sogno di una unificazione del continente Sud Americano con cui poter contrastare lo strapotere economico e non solo dei fottuti yankee Nord americani, e non solo. Il sogno di Guevara e di generazioni intere, venne in quel momento sopito, ma non spento definitivamente, perchè ad oggi il mito di Guevara rivive in milioni di persone e non solo. Ed è proprio da quella entusiasmante esperienza che Guevara cercò di attuare, riuscendoci solo parzialmente, che oggi in quasi tutta l'Amarica Latina, i suoi insegnamenti sono di monito e ripresi da molti governi stufi della prepotenza e dello sfruttamento imposto dal fottuto yankee americano.
Medico argentino, "El Che" fu l'ultimo idealista, a partire da Simon Bolivar, cercando di applicare le proprie idee, il suo spirito di sacrificio, il suo rigore ed onestà intellettuale sono e saranno sempre fonte d’ispirazione per tutti coloro che credano tutto ciò ancora possibile !
venerdì, 15 agosto 2008
Intervista alle basi di appoggio Zapatiste del presidio per la difesa della Riserva Ecologica Comunitaria “El Huitepec”

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Huitepec, 7 agosto 2008
Il Cerro de Huitepec e´una delle montagne che circonda la citta´di San Cristobal, a nord. E´ricoperta di boschi e di corsi d’acqua. Dal marzo del 2007 la Giunta di Buon Governo della zona Altos, di Oventik, ha istallato un riserva ecologica comunitaria, per difendere una parte della montagna dal tentativo del governo e di privati di sfruttare a fini di lucro le ricchezze che vi si trovano. La riserva comunitaria, di 102 ettari, è vigilata da un presidio di basi di appoggio zapatiste provenienti dalle comunita´della zona Altos. Le basi d’appoggio permangono al presidio con turni di una settimana.
D: Cos’e´il Cerro di Huitepec e quali risorse vi si trovano?
R: Huitepec e´il nome della montagna. Qui si incontrano sorgenti e ruscelli che forniscono l’acqua alle comunità circostanti e ad alcuni quartieri della città di San Cristobal. Ci sono molte specie di piante medicinali, molti alberi, alcuni dei quali hanno 300 o 400 anni. Sono risorse di grande valore. Sulla montagna sembra che ci siano anche dei resti archeologici Maya, ancora sotterrati.
D: Quali interessi ha il governo sulla riserva di Huitepec?
R: Il governo vuole fare affari sulla riserva. Sta espropriando le terre alle comunità ed alle famiglie contadine per venderle ai ricchi. I ricchi, molti dei quali stranieri, hanno cominciato a costruire case di villeggiatura sulle pendici della montagna. Il governo espropria le terre ai contadini senza pagarle il loro vero valore, ma dando solo elemosine. Il governo municipale di San Cristobal ha dato queste elemosine alle famiglie priiste (affiliate al partito del PRI ), per farle tacere dell’espropriazione. Le famiglie zapatiste non accettano questi soldi ma vogliono difendere la riserva. Il governo sta pensando di scavare i resti archeologici perchè vengano i turisti, vuole costruire strade sulla montagna. Il governo vende l’acqua a delle imprese. La cocacola sta prendendo l’acqua da alcuni ruscelli perchè vuole costruire una fabbrica di imbottigliamento. Questi ruscelli fino ad ora rifornivano alcune comunità e alcuni quartieri poveri di San Cristobal. Noi sappiamo che l’acqua è di dio (della terra veramente ndskb), quindi di tutti. Non è del governo nè di un’impresa privata.
D: Perchè avete creato la Riserva Ecologica Comunitaria “El Huitepec” e il Campamento Civil por la Paz (presidio) ?.
R: La riserva Ecologica Comunitaria “El Huitepec”, di 102 ettari, la stiamo difendendo perchè per noi ha un immenso valore. Ci sono tante piante e animali, c'è ossigeno. Per noi la vegetazione è vita. La stiamo difendendo non solo per noi ma per tutti. Sulla montagna di Huitepec vivono alcune comunità indigene che da molti anni sanno proteggendo la riserva. Abbiamo istallato il Campamento Civil por la Paz (presidio) perchè vogliamo difenderla in modo pacifico. Sappiamo che la riserva è di noi indigeni, e da sempre è stata dei nostri antenati.
D: Vivono famiglie zapatiste sulla montagna di Huitepec? Quale e´il rapporto con le altre famiglie?
R: Sulla montagna di Huitepec ci sono alcune famiglie basi di appoggio zapatiste, ma non ci sono comunità interamente zapatiste. Nei primi mesi del presidio le famiglie priiste ci volevano cacciare perchè il governo municipale di San Cristobal li pagava per crearci problemi. Adesso la maggior parte delle famiglie non zapatiste si è resa conto che è importante la difesa della riserva. Anche se non partecipano alla lotta non si oppongono più al presidio. Solo le autorità di alcune comunità sono contro il presidio, ma non più la gente. Queste autorità si comportano così perchè sono pagate dal partito ( PRI ) e dal governo municipale di San cristobal.

"Ringraziamo i compagni e le compagne che sono venuti a portare la loro solidarietà, alcuni da luoghi molto lontani. Ci dà molto coraggio la vostra presenza, e ci dà molto coraggio conoscere che in altre parti del mondo ci siano presidi per la difesa dei territori e attuino anche loro molte lotte che, come la nostra, si battono per costruire un mondo migliore. Dobbiamo organizzarci nei nostri luoghi e dobbiamo unire le nostre lotte.
"

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http://enlacezapatista.ezln.org.mx/comision-sexta/978/
(Audio Originale)
Parole del Subcomandante Insurgente Marcos alla Carovana Nazionale e Internazionale di Osservazione e Solidarietà con le Comunità Zapatiste

Traduzione del discorso del Subcomandante Insurgente Marcos

Buon pomeriggio, buona sera. Il mio nome è Marcos, Subcomandante Insurgente Marcos, e sono qui per presentarvi il Tenente Colonnello Insurgente Moisés. Lui è l’incaricato dell’attività internazionale per la Comandancia Generale dell’EZLN, che noi chiamiamo la Commissione Intergalattica e la Sesta Internazionale, perché, rispetto a tutti noi, lui è l’unico che riesce ad essere paziente con voi.

Parleremo lentamente, per permettere la traduzione. We will speak slowly, for the translation. Nous allons parler doucement, pour la traduction.

Vogliamo ringraziarvi di essere venuti fino qua per conoscere direttamente quello che sta accadendo nel processo zapatista, non solo le aggressioni che stiamo subendo, ma anche quanto si sta realizzando qui in territorio ribelle, in territorio zapatista.

Speriamo che ciò che vedrete e che ascolterete possa essere portato lontano: in Grecia, in Italia, in Francia, in Spagna, nei Paesi Baschi, negli Stati Uniti e nel resto del nostro paese, con i nostri compagni dell’Altra Campagna.

Speriamo non facciate come la cosiddetta Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani, che la sola cosa che ha fatto venendo qua, alcuni mesi fa, è stata lavare le mani del governo perredista del Chiapas, dicendo che le aggressioni che subiscono le nostre comunità non vengono dal governo statale ma dal governo federale.
martedì, 12 agosto 2008
"Per la Bolivia si apre davvero una storia nuova, una storia fatta di uguaglianza, giustizia, equità, pace e giustizia sociale"

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"Somos todos Evo"

Evo Morales ha vinto. Una vittoria rotonda, piena, senza ombre. Con oltre il 62% dei voti, otto punti in più del risultato delle presidenziali del 2005, il presidente indio e il suo abilissimo vice, l'intellettuale bianco Alvaro Garcia Linera, la vera anima radicale del governo, sono stati confermati alla guida del Paese. Il referendum revocatorio li ha incoronati di nuovo. Un processo di identificazione totale lega il popolo boliviano al suo Presidente, una connessione sentimentale profonda che si ritrova nei volti di quei contadini che, in lunghissime file davanti ai seggi, hanno aspettato silenziosamente il loro turno per votare, si votare Evo Morales, perchè "Tutti siamo Evo". Evo lo chiamano, usano solo il nome per parlare del Presidente della Repubblica ed ognuno di loro è pronto a raccontare, con minuzie di particolari, quando Evo è andato nel loro villaggio. Questa la bellezza della nuova Bolivia che cresce ogni giorno, con i racconti di questi campesinos e l'efficace semplicità nel descrivere l'impegno del governo per i più poveri e con le pericolose ed allo stesso tempo vergognose false rivendicazioni delle oligarchie imprenditoriali che però  "Evo ha cacciato dal potere". Infatti la vergognosa stampa boliviana, controllata dai ricchi latifondisti del Paese, ha agitato gli animi lasciando presagire scontri e violenze e spalleggiando i prefetti delle regioni che rivendicano l'indipendenza dal potere centrale, il popolo boliviano ha dato un grande esempio di partecipazione democratica. Il voto, negli ultimi anni, è diventato sacro: è una conquista recente, perché solo grazie ad Evo l'opinione dei contadini più poveri del Paese è tenuta in grande considerazione fino a diventare espressione del governo. Evo ha trasformato i diseredati della terra in protagonisti del proprio futuro, ha consegnato il potere reale nelle mani di chi non aveva mai percepito di essere importante. Hanno la faccia scavata di chi ha lavorato una vita, la fatica è scritta nelle loro mani e nella loro lentissima andatura. Niente può fermare il popolo boliviano il giorno del voto, in quel 10 agosto che ha rafforzato il prestigio nazionale ed internazionale di Evo Morales, unico presidente nella storia della Bolivia ad avere un consenso superiore al 60%. Nessuno vuole mancare alla "festa" del referendum ed infatti l'83% di affluenza alle urne non è frutto esclusivo dell'obbligatorietà dell'esercizio elettorale ma è emblematico di una voglia reale di partecipazione e di cambiamento. Evo Morales è espressione di questa impresa democratica, di questa straordinaria offensiva politica, sociale e culturale che ha trasformato l'America Latina nel laboratorio più avanzato della sinistra anti-liberista. Tutto ciò mentre le edizioni straordinarie dei telegiornali delle scandalose televisioni private, raccontando di inesistenti frodi e violenze nei seggi, trasmettevano il discorso di Ruben Costas, il prefetto filo-fascista confermato di Santa Cruz, che si lanciava in una invettiva inqualificabile, razzista ed eversiva, contro Evo Morales, parlando di "fondamentalismo Aymara" (Evo Morales è un indios Aymara) e di "terrorismo di Stato" mentre i suoi ricchi seguaci accorsi in piazza con le bandiere indipendentiste di Santa Cruz urlavano come cornacchie spellacchiate "Evo assassino".