domenica, 01 marzo 2009
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Il 28 Febbraio del 1978 muore a Roma, vittima di un commando di estrema destra Roberto Scialabba di soli 24 anni. Quel giorno era il terzo anniversario dell'uccisione di M.Mantakas, giovane della destra universitaria di avanguardia nazionale (fuan). Nello stesso periodo furono fondati i NAR, organizzazione clandestina di estrema destra guidata dai fratelli Cristiano e Valerio Fioravanti, insieme con molti altri esponenti di spicco dell'area neofascista (Francesca Mambro, Dario Pedretti, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini, Stefano Soderini, Franco Anselmi, Massimo Carminati, Claudio e Stefano Bracci, Guido Zappavigna, Mario Corsi detto "Marione", Stefano Tiraboschi, Lino Lai, Paolo Pizzonia, Patrizio Trochei, Walter Sordi, Marco Mario Massimi, Pasquale Belsito, Fiorenzo Trincanato, Andrea Vian, Pasquale Guaglianone, Pierluigi Bragaglia.). I NAR erano convinti, tramite una "soffiata" di un camerata giunta dal carcere di Regina Coeli, che i colpevoli dell'agguato di via Acca Larentia provenissero da uno stabile occupato a Cinecittà. La sera del 28 Febbraio quindi vi si recarono con la chiara intensione di vendicarsi, non sapendo che lo stesso stabile era stato sgomberato dalla polizia il giorno prima. In conseguenza di ciò scatenarono la loro sete di vendetta in un raid omicida nella zona Don Bosco, uccidendo appunto Roberto Scialabba colpito al torace da un proiettile e successivamente freddato da Valerio Fioravanti a bruciapelo, che dopo essergli montato sopra, gli spara ulteriori due colpi alla nuca. Nella sparatoria rimane ferito anche il fratello di Roberto, Nicola, che tuttavia riesce a fuggire e mettersi in salvo poiché i fascisti si allarmano per l'arrivo di una macchina di passaggio. Per quattro anni il delitto non ebbe colpevoli, la stampa vergognosamente parlò a lungo di regolamento di conti fra spacciatori, fino a quando nel 1982 Cristiano Fioravanti racconto come erano andati i fatti.
domenica, 22 febbraio 2009


Sono trascorsi quasi 30 anni da quel barbaro crimine di matrice fascista. E gli infami vigliacchi assassini di Valerio, i fascisti dei Nar, rimangono purtroppo ancora vergognosamente anonimi ed impuniti. Aldilà delle inchieste, congetture, omissioni, insabbiamenti etc...dell’instancabile impegno di mamma Carla, donna di un coraggio e di una forza senza pari...Ancora nessuna verità è stata fatta, o voluta fare sulla tragica morte di Valerio. Si rende quanto mai necessario ricordare, necessario per NON dimenticare, MAI ! Ma si rende anche quantomai necessario inorridire, e indignarsi senza però mai smettere di lottare difronte al tempo passato senza aver dato la Verità ad una mamma che da sempre lotta per far si che ciò avvenga ! Le storie oggi sono peggiorate. Peggiorate a causa del degrado morale e materiale del ceto politico che ahinoi si nutre degli stessi nefasti ideali di chi allora uccise Valerio Verbano, magari commilitone degli stessi, e che ha fatto ad oggi, tramite un vergognoso revisionismo storico, la chiave di volta per autolegittimarsi e dedicarsi così esclusivamente alla loro carriera politica e all’affarismo. Non fa piacere, anzi fa ribrezzo, udire le bocche "istituzionali" di Fini e Alemanno dichiarare “di essere antifascisti”, o come il secondo permettersi solo di pensare di voler partecipare al corteo per Valerio, sapendo quanta ipocrisia e calcolo c’è in questo atteggiarsi revisionista, mentre nei fatti continuano a dimostrarsi fascisti con i centri sociali e solidali invece con chi aggredisce i Rom, i Migranti, i Diversi etc. C’è sempre una buona scusante, un’esimente, per il truce comportamento dei vari clan nazifascisti. C’è il placet alle scorrerie, ai pogrom, alle ronde, all’uso diffuso della violenza e dell’esercito. Aggiungiamoci lo scenario di fondo, quel clima generale di smobilitazione dei valori della Resistenza, il decadimento dei partiti ed il totale fallimento delle istituzioni che hanno da sempre tradito un popolo troppo spesso compiacente a questo decadimento annunciato.  Ecco così che rispunta prepotente la cultura nazifascista che si pensava oramai sepolta per sempre, in cui l’addestramento ad offendere, a colpire, ad uccidere diventa la norma. Le lame, soprattutto i famigerati coltelli a serramanico portati-branditi-usati, diventano ancora una volta la triste e torva divisa del fascista, la mentalità dell’agire fascistoide che alligna sempre più e a cui si modellano i membri del branco, la "coatteria" di molte curve e periferie. In questo mutato orizzonte si inquadrano le centinaia di coltellate già esercitate “contro i nemici” in gran parte d’Italia. Scatenate da motivi banali, uno sguardo di troppo, la sigaretta negata, l’occhiata alla donna, un sorpasso maldestro, se non deliberatamente contro comunisti o "zecche", contro gli anarchici, contro i gay. Ma tutte sempre e solo riconducibili a quella matrice fascista devastante e a cultura-zero, quella mentalità bacata, deviata, invasata, che ha armato le mani che hanno assassinato compagni come Valerio appunto, ma anche Dax, Renato, Nicola, altri Giovani, Donne, Rom e Migranti. L’antifascismo, è il riconoscere che il pericolo fascista è tutt'oggi ancora presente nella società, guai se non fosse così. Che persiste in quanto la società in cui viviamo, dal dopoguerra alle attuali mutazioni, non ha voluto fare fino in fondo i conti con la propria storia, fino a cancellare alla radice l’impronta del ventennio e dello stato autoritario. Permangono infatti come iperboli ed abissi, il Codice Rocco e il Tulps, norme razziste, leggi corporative, Ordini professionali , caste,gerarchie, concordato, scuola selettiva , residui coloniali, le stele e i monumenti fascisti, i tombini con i fasci littori e tanto troppo altro che invece sarebbe stato più salutare distruggere o cancellare per sempre. Se il pericolo c’è, l’antifascismo non può essere solo “la ragion dell’anima”, ma va praticato, reso militante, a significare il tratto distintivo di una formazione della personalità tesa ad acquisire e a respirare “uguaglianza, fraternità, solidarietà”. E’ una sfida al sistema di potere, tesa a realizzare la nuova società attraverso la riappropriazione dei bisogni negati e dei diritti universali. Il sacrificio di Valerio Verbano è inscritto in questa vicissitudine. Non si può capire la profondità del suo arguto impegno se non si inquadrano i terribili avvenimenti che caratterizzarono il paese dal ’68, durante la lunga stagione stragista iniziata con la Strage di P.za Fontana, passando per i moti del ’77 e la resistenza contro lo Stato e le bande armate fasciste. Quando, a quella generazione insorgente che voleva rivoluzionare l’Italia e il mondo, già nel ‘69 si contrappose lo Stragismo di Stato e la manovalanza fascista, con bombe mortali nelle banche-piazze-treni-stazioni, con assassini di compagni ed anarchici (Pinelli, Varalli, Zibecchi, Serantini, Lupo...), con torture e prigionia (Valpreda e centinaia di antifascisti). Successivamente, dal ’77 all’81 le leggi emergenziali e le bande armate di Kossiga (Gladio compresa), quelle della nuova destra, misero in atto disegni criminosi ai danni del moto popolare che ebbe come protagonisti il Movimento ’77 e l’autonomia operaia. L’antifascismo militante e il prezioso lavoro di controinformazione realizzato da giovani come Valerio, ebbe la meglio e mise a tacere il nuovo squadrismo (si arresero). In questa resistenziale impresa persero la vita numerosi compagni a cui perennemente rendiamo memoria e tributo : Walter Rossi, Roberto Scialabba, Benedetto Petrone, Ivo Zini, Valerio Verbano e tanti altri….Lo smascheramento dello stragismo dei NAR, le loro relazioni con la grande criminalità (banda della Magliana, Loggia P2, mafia), le protezioni di cui godevano in ambienti borghesi, nei partiti, nella magistratura e apparati dello stato, fu un lavorone di Valerio e compagni. Il Dossier che i Nar (e non solo) cercavano da Valerio, era tanto prezioso da causarne la morte! Copia del Dossier (sequestrato dalla Digos il 20/4/79 nella perquisizione- arresto, Valerio si fece 7 mesi di carcere per detenzione di una pistola), la stessa pistola che poi lo uccise, il passamontagna e un guinzaglio lasciati dai Killer, "Il faldone portante” (uno dei 2 dell’Istruttoria), sono presto spariti dall’Ufficio Corpi di Reato e dall’Archivio del Tribunale, a testimonianza degli intrighi intorno alla verità su Valerio, gli stessi di cui abbiamo parlato sulle Stragi di Stato. Il popolo italiano "sovrano" non deve sapere come in verità sono andate le cose dal ’68 ad oggi. Al tempo dell’assassinio di Valerio, il giudice romano Mario Amato era giunto a buon punto nelle indagini incrociate su quegli intrighi (utilizzando anche il Dossier), tanto da rendere necessaria la sua eliminazione, che puntualmente avvenne sempre per mano dei Nar il 23/6/1980. Aldilà della scontata rivendicazione Nar dell’assassinio di Valerio, rimangono vergognosamente introvabili esecutori e mandanti, per il solo fatto che quando ci sono di mezzo anche i servizi e la malavita, “diventa impossibile“ poter o voler risolvere i casi. Cadrebbero presto le argomentazioni sul presunto “spontaneismo armato“ dei Nar e di altre infami bande fasciste, la scomoda verità rivelerebbe ancora una volta le trame imbastite dallo “stato parallelo” (con l’utilizzo dei fascisti in chiave anticomunista) ai danni della sinistra e della trasformazione della società. La verità storica e popolare ha già condannato per le Stragi, fascisti-DC-apparati dello Stato. Così come ha attribuito l’assassinio materiale di Valerio ai Nar, aldilà di altri possibili mandanti. Per tutte le generazioni presenti e a venire, Valerio rimane il simbolo amatissimo dell’antifascismo militante, di quei nuovi partigiani che dal ’68 in poi sacrificarono la loro gioventù ed anche la vita per sconfiggere lo stragismo e per impedire che potesse riprodursi in forme più subdole e atroci. Per la riconoscenza e l’amore grande verso quel giovane di 19 anni che si è sacrificato per valori universali, da quel tempo e ancora in futuro, tutto questo non dovrà MAI essere dimenticato, per far si non solo di ottenere quella giustizia e quella verità da troppo tempo negata, ma soprattutto per far si che la morte di Valerio come quella di altri non sia stata vana.

valerio vive
mercoledì, 01 ottobre 2008
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La storia di Walter Rossi, giovane romano di venti anni assassinato in un agguato coordinato tra polizia e fascisti, fa parte del lungo elenco di tragedie politiche che hanno caratterizzato e marcato indelebilmente sessanta anni di "democrazia" repubblicana. Tragici eventi che hanno visto protagonisti servizi segreti civili e militari, forze dell’ordine, fascisti, gruppi stranieri, organizzazioni più o meno segrete, l’Alleanza Atlantica, le basi americane presenti in Italia, il tutto coperto e protetto dalla magistratura e dalla classe politica. Come tutti sanno, di gran parte di questi fatti di sangue non si conoscono (o non si vuole che si conoscano ndskb) mandanti ed esecutori, di molti altri  ne è stata (vergognosamente ndskb) garantita l’impunità. La morte di Walter non è stata ritenuta degna neanche di un processo nonostante siano stati individuati i responsabili materiali, i mandanti e le coperture che questi hanno avuto e ricevono tuttora dalle istituzioni. Il suo assassino, Cristiano Fioravanti, vive libero sotto falso nome, stipendiato dallo Stato, i fascisti che hanno spalleggiato l’assassino non sono mai stati condannati, i poliziotti che erano presenti all’omicidio non sono mai stati giudicati, così come i responsabili delle sedi missine coinvolte nella preparazione e attuazione dell’omicidio, come i dirigenti di polizia presenti da ore sul luogo della tragedia. Un fatto come tanti di giustizia negata che ha marcato ulteriormente la vita di migliaia di cittadini di questo paese subendo oltre allo strazio di una perdita violenta, l’insulto infame della negazione della verità, arrivando oggi all’imposizione del silenzio, dell’oblio, sotto la logica dell’"equidistanza" tra vittime e carnefici, della pari dignità tra valori di libertà, uguaglianza e solidarietà con quelli di oppressione, disprezzo per i deboli, eliminazione del dissenso. Le associazioni che da più di quaranta anni combattono con la sola arma della memoria i crimini di questa repubblica, si sono purtroppo moltiplicate, anche se sempre più isolate, tentano di riportare anno dopo anno la questione della giustizia nelle piazze, nelle scuole, nei quartieri, nelle istituzioni. A lungo si è richiesta giustizia per Walter come per le vittime delle stragi e assassini ai danni di cittadini ignari, di giovani, di operai, di contadini, scontrandosi inevitabilmente con il muro di gomma dello Stato fatto di coperture, insabbiamenti, menzogne, processi farsa e assoluzioni a priori per assassini in divisa, omertà nei confronti di organizzazioni segrete eversive, cosche massoniche e mafiose.

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- Manifestazione Antifascista in memoria di W.Rossi (Roma 30-9-08)
Nel ricordo di Walter Rossi, e per rimarcare i valori dell'antifascismo si è svolta in quel di Roma, zona Balduina- Medaglie d'oro, una riuscitissima e molto numerosa manifestazione per far si che la memoria su questo, ed altri tragici avvenimenti non venga mai meno, come invece vorrebbero molte delle istituzioni assassine e fasciste. Alla manifestazione di oggi 30-9-2008 hanno partecipato quasi 2000 persone che hanno sfilato lungo il percorso che si snodava per il quartiere, con striscioni antifascisti ed in ricordo del compagno Walter Rossi. Davanti alla lapide in memoria di Walter, si sono svolti anche discorsi sui temi dell'antifascismo, ma non solo, tenuti da alcuni dei partecipanti alla Riuscitissima e molto partecipata manifestazione antifascista.

domenica, 28 settembre 2008
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Questa è la storia non di un ragazzo normale, ma di un eroe, un eroe di cui purtroppo si conserva appena una targa, di cui non si scrive una storia, di cui i genitori non hanno fatto clamore e non sono apparsi nei format televisivi e ad oggi non si riesce nemmeno a vederne il viso. Questo ragazzo venne ucciso nel lontano 28 sett. 1978, ma vergognosamente come troppo spesso è avvenuto in questo paese di buffoni, ancora il colpevole non è stato dichiarato in un'aula di tribunale, nonostante tutte le prove lo inchiodassero. Questa è la storia di un eroe senza volto, questa in fondo è la storia di un ragazzo, divenuto un eroe senza volto come tanti, troppi e senza “storia”. Ivo Zini.

I fatti :
Da qualche tempo sono sempre più frequenti le azioni della destra eversiva in quel di Roma. Molti sono firmate dai "NAR" ("Nuclei Armati Rivoluzionari"). La sigla non sottintende la presenza di un vero gruppo costituito, vuole piuttosto essere il contenitore per vecchi e nuovi fascisti più o meno vicini a organizzazioni gravitanti ai margini del MSI (come il FUAN). Il 19 settembre 1978 si registra l'ennesima "gesta" squadristica: nel quartiere di Monteverde Nuovo viene ferito un giovane militante della FGCI, Paolo Lanari. Nove giorni dopo la sigla NAR viene utilizzata nuovamente per rivendicare un attentato dal tragico epilogo. E' sera, poco prima delle dieci, davanti la sezione ancora aperta del PCI di via Appia Nuova, al quartiere Alberone, sostano tre ragazzi; stanno leggendo "L'Unità" che come ogni giorno viene affissa nell'apposita bacheca. In particolare stanno dando uno sguardo alla programmazione prevista nei cinema per quella sera. Il popolare e periferico quartiere non offre tante possibilità e spazi di svago per i giovani, così spesso il cinema rappresenta l'unica alternativa per trascorrere una serata con gli amici. I tre ragazzi presenti sono Vincenzo De Blasio, ventotto anni, Luciano Ludovisi, trent'anni e Ivo Zini, il più giovane, di venticinque anni. All'improvviso si avvicina un "Vespone" bianco da cui scendono due ragazzotti a volto coperto. Sono pochi gli istanti per capire quello che sta per accadere; Luciano accortosi che i due hanno un'arma, non ha neanche il tempo per avvisare gli amici che quelli esplodono quattro colpi di pistola. Questi rimane fortunatamente illeso ma Vincenzo e Ivo giacciono a terra. Da subito le condizioni di quest'ultimo, colpito al torace, sembrano gravissime. Accorre presto un ambulanza chiamata dai militanti che accorrono fuori dalla sezione; Ivo non ce la farà a raggiungere neanche l'ospedale S.Giovanni e morirà poco dopo a bordo dell'autoambulanza. Vincenzo, colpito alla gamba e al polso, è operato d'urgenza, se la caverà. Alle 23:00 circa i NAR rivendicheranno con una telefonata al "Messaggero" la paternità dell'attentato. Ivo si era da poco laureato in scienze politiche, ed era come tanti altri in cerca di un lavoro che gli aprisse una prospettiva di vita migliore. Era simpatizzante del PCI, ma come tanti ne criticava le scelte. L'attentato cade a poco meno di un anno da un altro tragico evento: l'omicidio di Walter Rossi; probabilmente ciò nelle farneticanti intenzioni dei suoi esecutori non era un caso. Si voleva ribadire e perpetuare la stessa campagna di odio. Ma la grande manifestazione con cui Roma rispondeva, ricordando Walter e Ivo, testimoniava la mobilitazione popolare per rafforzare, vigilare e isolare i criminali fascisti. Gli esecutori materiali di quell'"azione" rimangono tutt'oggi ignoti. In una delle sue numerose dichiarazioni il "pentito" Cristiano Fioravanti si è professato totalmente estraneo agli eventi scagionando inoltre i "fondatori" della sigla NAR (Valerio Fioravanti e Alessandro Alibrandi su tutti). Secondo Cristiano Fioravanti gli esecutori sono probabilmente da ricercarsi tra i fascisti che frequentavano a quei tempi la sede del FUAN di via Siena 8. Durante la sua esistenza in esso sono confluite numerose sezioni del MSI come quelle della Montagnola, della Balduina, di via Noto e del rione Prati. Da quest'ultima proviene Mario Corsi detto "Marione" (attualmente "popolare" conduttore di una trasmissione radiofonica sulla A.S.Roma). Egli viene accusato nel 1984 per l'omicidio di Ivo Zini nonché per gli omicidi di Fausto TInelli e Lorenzo "Jaio" Jannucci (18 marzo 1978). Il 2 maggio 1985 Corsi riceve una condanna a nove anni per altri reati minori ma per il delitto Zini viene prosciolto per non aver commesso il fatto. Il 19 aprile c'è il secondo grado. In appello Corsi viene condannato a ventitre anni di carcere. Il 9 aprile 1987, la Cassazione dispone un nuovo processo che si conclude con la sua assoluzione. Nel 1989 la Cassazione ratifica e Corsi viene prosciolto in via definitiva. Da allora dei due esecutori di quel delitto non si saprà più nulla.

Fonte: http://www.reti-invisibili.net/ivozini/
Da leggere anche: http://www.faustoeiaio.org/html/corsi.htm


 

sabato, 16 agosto 2008
Il "Lodo Moro", l'accordo che prevedeva libertà di movimento per i terroristi palestinesi in Italia in cambio di un occhio di riguardo per la sicurezza del nostro Paese da parte dell'Olp, «a questo punto rappresenta una certezza per la nostra politica estera sempre molto attenta all'interesse nazionale, che ci poneva ai limiti estremi dell'ortodossia atlantica». L'avvocato Giovanni Pellegrino (Pd), già presidente della commissione Stragi e ora alla guida della Provincia di Lecce, non ha perso il gusto dell'analisi storica e per questo aggiunge un tassello in più rispetto a quello che Bassam Abu Sharif, ex leader storico del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ha rivelato nell'intervista a Davide Frattini pubblicata ieri sul Corriere della Sera.
EFFETTI COLLATERALI
Spiega Pellegrino: "Moro ne accenna in una lettera all'ambasciatore Cottafavi del 22 aprile del '78, durante la sua prigionia. "Noi con i palestinesi ci regoliamo in altro modo...". E commentando questa lettera, da ultimo, Miguel Gotor (autore del libro "Lettere dalla prigionia ") ha individuato la genesi del Lodo Moro nell'ottobre del '73 (l'anno della guerra del Kippur). Pellegrino, poi, propone un incastro che spiegherebbe gli effetti collaterali del lodo. Pellegrino dice "L'idea del giudice Mastelloni che indagò su Argo 16 (il 23 novembre 1973 un bimotore dell'Aeronautica militare italiana, Argo 16, precipita a Marghera: i 4 militari dell'equipaggio muoiono, il possibile disastro ecologico viene solo sfiorato.), anche se il processo poi non lo ha confermato, era che vi fosse stata una ritorsione del Mossad per punire l'Italia di avere fatto il patto con i palestinesi ".
INTERMEDIARI CON LE BR 
Il legame tra apparati italiani e palestinesi, dunque, era talmente consolidato che lo stesso Moro spende questa carta quando si tratta di salvare la sua vita, ed in una delle lettere dalla prigionia Moro richiama l'esperienza di Giovannone (capo centro del Sid a Beirut, ndr) dicendo che solo i palestinesi potevano fare da intermediari con le Br. E, ora, Abu Sharif conferma.
STRAGE DI BOLOGNA
Due anni dopo, il 2 agosto del 1980, la strage di Bologna, per la quale verranno condannati i terroristi neri Mambro, Fioravanti e Ciavardini ma che è ancora oggetto di polemiche a causa della pista palestinese secondo la quale uno o più terroristi mediorientali stavano trasportando una bomba che poi sarebbe accidentalmente esplosa, "ma è una pista che fin dall'inizio puzzava di marcio, anche se era doveroso percorrerla. Con la commissione, dopo aver stabilito le modalità per interrogarlo, Carlos fu ambiguo e poi fece saltare deliberatamente l'audizione". Ammesso che nell'80 il Lodo Moro fosse ancora efficace, perché i palestinesi avrebbero dovuto trasportare valigie di esplosivo sui treni italiani? Dall'intervista ad Abu Sharif sembra che loro utilizzassero l'Italia come fronte logistico, quindi può darsi anche per il transito degli esplosivi: dalle notizie che avevamo noi, la pista palestinese descriveva un incidente e non un attentato. E oggi Abu Sharif non esclude questo, ma lo attribuisce a un trucco fatto da altri servizi per poi dare la responsabilità ai palestinesi.

-L'intervista a Bassam Abu Sharif,
leader storico del Fronte popolare-

«Trattai io il lodo Moro.Mani libere a noi palestinesi»
«Trasportavamo armi e l'Italia era immune dai nostri attacchi»

GERICO  L'occhio di Bassam Abu Sharif vaga verso le montagne di roccia rossa che circondano Gerico. L'altro è fisso da oltre trent'anni nello stesso sguardo cristallizzato. «Un regalo del Mossad», dice. Nel 1970, era il portavoce del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, finito sulla copertina di Time come il «volto del terrore», durante i dirottamenti di Dawson's Field. Quel volto viene devastato da un pacco bomba, spedito a Beirut due anni dopo. Con la mano destra mutilata, si sforza di infilare le piccole pile nell'apparecchio acustico.Ora è pronto a ricordare il periodo a fianco di George Habash, nell'ufficio politico del Fronte. E' lui che ha reclutato Ilich Ramirez Sanchez (e lo ha battezzato con il nome di battaglia Carlos), è lui che ha seguito, tra gli anni Settanta e Ottanta, la "politica estera" dell'Fplp, i rapporti internazionali, compresi quelli con l'Italia. Fino alla rottura con il gruppo e al ruolo di consigliere per Yasser Arafat. E' un uomo di 62 anni che, dopo la conversione a sostenitore della pace, ha voglia di raccontare. A volte fatica a ricordare le date, a volte le usa come appiglio per la memoria. Premette di poter parlare della strategia generale, senza dettagli sulle operazioni. "Quello che le dico è la verità, non tutta la verità".
mercoledì, 02 luglio 2008
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A Barrafranca (EN) il 25 Giugno 1974, Vittorio Ingria militante del PCI, 53 anni, consigliere comunale, venne barbaramente ucciso da un militante del Msi mentre sta affiggendo manifesti. Nonostante l'evidenza dei fatti avvalorati da testimoni, vergognosamente si cercherà di far passare il delitto come fatto personale.
lunedì, 16 giugno 2008
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La morte di Jolanda Palladino avvenne il 19/20 giugno 1975 in un ospedale a Napoli, ma era il 16 giugno 1975 quando Jolanda Palladino si trovò in quel posto al momento sbagliato. C'erano state le elezioni regionali ed il Pci per la prima volta conquistava la regione Campania , in serata ci fu un corteo di macchine festanti che girava per il centro di Napoli. Jolanda,commessa di negozio e giovane simpatizzante di sinistra, si trovo' nel casino per caso, tornava dal lavoro con la sua auto. Alcuni fascisti dalla locale sezione del msi, tra i cui iscritti c'era anche il boss della camorra giuseppe misso, ancora oggi a capo del clan misso pirozzi operante nel rione sanità, poi tutti identificati ma condannati a pene lievi (tanto che uno di loro anni dopo si arruolò pure lui nei Nar di Fioravanti, Mambro, Corsi, Carminati etc) lanciando delle molotov contro il corteo di macchine festanti ed una penetro' esplodendo nella 500 di Jolanda dal tettuccio aperto. Jolanda Palladino morirà appunto qualche giorno dopo per le gravissime ustioni riportate.

 
mercoledì, 28 maggio 2008
“Contro la complicità tra stato e
fascisti, sempre banditi, sempre antagonisti”


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La mattina del 28 maggio 1974 una bomba esplode sotto i portici di piazza della Loggia a Brescia, mentre è in corso una manifestazione antifascista indetta dai sindacati e dal Comitato antifascista. L’attentato rivendicato da Ordine Nero, provoca otto morti e più di novanta feriti. L'ordigno era stato posto in un cestino portarifiuti e fatto esplodere con un congegno elettronico a distanza. Due istruttorie si susseguono negli anni: la prima porta a processo, nel 1979, diversi esponenti della destra radicale bresciana. In secondo grado, nel 1982, la sentenza di condanna viene annullata. L’assoluzione definitiva per tutti gli imputati arriva con la Cassazione nel 1985. La seconda istruttoria indica come imputati altri esponenti dell’estrema destra fra cui Mario Tuti. Anch’essi saranno prosciolti per insufficienza di prove (1989). Il fascicolo di una terza istruttoria è tuttora pendente presso la Procura di Brescia

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Chi scrive è da tempo impegnato nell’”Unione delle Associazioni delle vittime per stragi”

l’Italia, dopo la Colombia, è il paese con il più alto numero di cittadini, funzionari dello Stato, caduti per atti di terrorismo, stragismo politico e mafioso, omicidi politici. La prima vittima si chiamava Antonio Guarino, fu ucciso in un agguato il 7 marzo del 1946, era il segretario della Camera del lavoro di Burgio in provincia d’Agrigento, si batteva per i diritti dei contadini, con lui morì una passante, Marina Spinelli, ….

Noi siamo il Paese delle Associazioni delle vittime.

Cosa vuol dire che i familiari si riuniscono e si battono per avere giustizia? Vuol dire che senza l’impegno di una parte di società per strappare la verità, è difficile che la verità venga fuori. Vuol dire che c’è una ferita nelle regole della democrazia, nel nostro Paese, talmente profonda che non può essere rimarginata con l’oblio, la rimozione. Vuol dire che c’è una ferita nel concetto di libertà. Vuol dire che c’è una frattura fra libertà e regole. Penso che una regola dovrebbe anche essere quella di garantire la conoscenza della propria storia, della storia del proprio paese. Libertà quindi di scegliere, di formarsi, vuol dire anche sapere, di conoscere, di conoscere senza dimenticare. Forse è questa la via: mostrare come la dimenticanza della storia può favorire il ripetersi delle sue costanti peggiori e degli episodi più oscuri.

domenica, 25 maggio 2008
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La sera del 25 maggio 1975, alle ore 22.30, Alberto Brasili e la sua fidanzata Lucia Corna furono aggrediti in via Mascagni a Milano da Cinque fascisti, A.Bega, P.Croce, G.Nicolosi, E.Caruso e G.Sciabicco, che li avevano seguiti fin da piazza San Babila perchè erano vestiti da comunisti e avevano osato sfiorare un manifesto del Msi. L'agguato scattò di fronte alla sede provinciale dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia: "Li ho sentiti arrivare quando erano ormai alle nostre spalle, raccontò poi Lucia, e ho visto luccicare le lame dei coltelli. Uno dei cinque mi ha afferrata e ha cominciato a colpirmi mentre gli altri si accanivano su Alberto." Raggiunto da cinque fendenti a organi vitali, Brasili spirò poco dopo il suo arrivo all'ospedale Fatebenefratelli
con il cuore spaccato da una coltellata. E Corna, colpita due volte all'emitorace sinistro, sfuggì alla morte solo perché la lama aveva mancato il suo cuore di pochi centimetri. "Il delitto è tanto più impressionante, venne scritto in quei giorni, in quanto ha chiaramente i connotati dell'azione terroristica. Alberto Brasili non era un compagno conosciuto, era un lavoratore studente che frequentava le scuole serali, l'ultimo anno dell'istituto tecnico industriale Settembrini, e il giorno lavorava per per una ditta di antifurti elettrici. Faceva questa vita dall'età di 14 anni perché in famiglia c'era bisogno di soldi. Brasili, dichiararono preside, professori e studenti del Settembrini, era sicuramente di sinistra e impegnato nelle lotte per il diritto allo studio. Nel 1970 aveva partecipato all'occupazione della sua scuola per l' introduzione del biennio sperimentale ed era anche stato identificato dalla polizia quando il Settembrini fu sgomberato. Non per questo, però, era più conosciuto di altri, e poi di giovani come lui in quegli anni a Milano ce n'erano decine di migliaia. E allora, perché ucciderlo ? "Non è come alcuni giornali hanno tentato di accreditare, un errore di persona, è un delitto fascista che si lega perfettamente al clima che la destra sta preparando in Milano in vista del comizio di giovedi, anniversario della strage di Brescia. Per quel giorno il Msi ha in programma di aprire la campagna elettorale con una manifestazione in piazza degli Affari, a pochi metri da piazza del Duomo. Milano però ha negato tutte le sue piazze ai fascisti per bocca del suo sindaco, il quale dopo l'assassinio di Claudio Varalli aveva preso solennemente questo impegno. Questa uccisione a freddo, di chiara matrice fascista, ha lo stesso impatto psicologico di un attentato dinamitardo". (N.B. corsi e ricorsi storici).

fonte : http://www.reti-invisibili.net/
domenica, 11 maggio 2008
A Giorgiana
...se la rivoluzione d'Ottobre
se tu vivessi ancora,
se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio,
se la mia penna fosse un’arma vincente,
se la mia paura esplodesse nelle piazze ,
coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola,
se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza,
se i fiori che abbiamo regalato alla tua coraggiosa vita
nella nostra morte diventassero ghirlande
della lotta di noi tutti, 
se...non fossero le parole a cercare d’affermare la vita
ma la vita stessa, senza aggiungere altro.

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L' anniversario della straordinaria vittoria conseguita dal popolo italiano nel 1974 con il respingimento del referendum abrogativo della legge introducente il divorzio, non dovrebbe oscurare una ben più mesta e drammatica commemorazione. Si tratta, come spero molti sappiano, del trentunesimo triste anniversario dell'assurda e, per molti versi, oscura scomparsa di Giorgiana Masi, giovane militante radicale, la cui vita fu prematuramente spezzata da un proiettile, mentre era intenta a manifestare pacificamente, insieme a molti altri, in quella stessa Piazza Navona, che vedrà Sabato prossimo confluire (auguriamoci ) molti che avranno voluto ( o potuto ) conservare memoria di quegli accadimenti.
In uno dei momenti più bui della nostra storia repubblicana quel tragico evento, non casualmente rimosso da certa storiografia ufficiale, diede tutta la misura della crisi di un regime che rischiava il ritorno ad un clima da ventennio, giocando, su più piani, una torbida partita per assicurarsi una ancorchè problematica sopravvivenza. Il tentativo era quello di creare le condizioni per un commissariamento della precaria democrazia italiana, per intenderci sul modello latino-americano o greco, da conseguirsi con un evento traumatico che, de iure, era definibile come strage. Fallito questo disegno, premura principale degli ideatori, fu quella di celarne , con ogni espediente, l'esistenza. Dopo una sarabanda di menzogne, depistaggi, reticenze e fellonie varie, solo ora, a distanza di molti anni, e per esplicita ammissione di alcuni protagonisti in merito all' "affare Moro ", per certi versi, la prosecuzione del delitto Masi in riferimento alla strategia adottata dal cosiddetto partito della fermezza, si riesce ad intravvedere tutta la complessità e la pericolosità sottesa a quel piano eversivo. A noi rimane la convinzione che é possibile sventare in futuro simili minacce per la convivenza civile con le armi che Giorgiana fieramente brandiva quel maledetto giorno di trent'anni fa, ossia una penna, un sorriso, la forza della nonviolenza.... e Non é poco...!
giovedì, 08 maggio 2008
"Peppino, militante dell'organizzazione rivoluzionaria Lotta Continua, è stato ammazzato con sapienza. Eliminare lui per mutilare tutti. Ed è andata così."

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Ricorre in queste pagine l'aggettivo: rivoluzionario. L'Italia degli anni Settanta sfornò una quantità di tali militanti. Oggi questo attributo è vago e subordinato a quello di terrorista. Oggi siamo nell'epoca di chi chiama terrorista pure una banda di tifosi che si scontra con la polizia. Delirio, o farsa, è che lo fa un magistrato. Allora bisogna occuparsi di aggettivi. Terrorista è il bombardamento aereo di una città. Non ha altro scopo fuori di quello di procurare strage a casaccio e seminare terrore tra indifesi e inermi. Il terrorismo comincia a Guernica nel 1937, sotto le bombe sganciate dalle ondate di attacchi della divisione Condor della Luftwaffe sopra un obiettivo civile che non aveva nulla di strategico, in giorno di mercato. Rispetto a questo terrorismo, tutto quello che va sotto questo nome è sfumatura. In Italia c'è stato il terrorismo ed è stato di stato. È stato di stato: uno stato al quadrato. Alimentato da apparati interni alle pubbliche istituzioni, con esplosivo scoppiato su treni, in piazze, dentro banche: è rimasto impunito. Consiglio perciò questa facile distinzione: considerate terroristi gli impuniti di stragi. La loro impunità garantisce l'aggettivo. Secondo termine da definire: rivoluzionario. Non ha niente da spartire con lo scalmanato, il ribelle, l'attaccabrighe, il clandestino. È stata una lunga specializzazione pubblica, dal basso, che si è urtata contro tutti i poteri costituiti, senza mediazione. Il Partito Comunista italiano NON fu mediatore, ma nemico storico e giurato di tutto quello che si muoveva fuori di sé alla sua sinistra. La Terza Internazionale, apparato sovietico che legava a sé tutti i partiti comunisti, lo aveva dimostrato eliminando fisicamente gli anarchici durante la guerra civile spagnola. Il Pci veniva da quella lezione e la proseguiva. In tutto l'arco parlamentare non c'era un cane che mediasse tra le istituzioni e i rivoluzionari italiani degli anni Settanta. Ma le lotte sociali dei rivoluzionari non avevano obiettivi estremisti. Si organizzavano autoriduzioni collettive delle bollette, riducendole al calcolo di 8 lire al chilowattora, tariffa pagata dall'industria. Si organizzavano occupazioni di case lasciate vuote da speculatori, per chi non aveva un tetto, si lottava in fabbrica per migliorie di ambiente e sicurezza, nell'esercito contro "l'arretrato" trattamento del soldato di leva e non solo. I rivoluzionari puntavano a obiettivi pratici e moderati. Ma la repressione contro di loro fu massiccia e smisurata, così da trasformarli lentamente in rivoluzionari a tempo pieno. I militanti della sinistra rivoluzionaria italiana sono stati i più incarcerati per motivi politici di tutta la storia d'Italia; molto di più in termini di detenzione dei prigionieri del ventennio fascista. Questa è solo una premessa per aggiornare un po' di vocabolario ricorrente in questo libro. È un documento di storia. Riporta le questioni di quel periodo e l'intelligenza collettiva che inventava risposte. La radio, come il teatro, era ed è il mezzo più immediato e democratico per la circolazione del pensiero critico e dell'informazione puntuale. Oggi la supplenza di Internet è solo un archivio di consultazione. La radio libera, il teatro chiamavano invece a voce forte a uscire, a incontrarsi in assemblea, in piazza. Davano appartenenza al tempo presente. Da noi le verità non sono uscite dai tribunali, ma dalle radio libere e dal teatro. Morte accidentale di un anarchico , di Dario Fo, è la verità sull'omicidio del ferroviere Pinelli nella questura di Milano. Vajont è la verità, grazie a Marco Paolini, sulla catastrofe provocata dalla diga. Dai tribunali sono uscite versioni di comodo, carta straccia. L'opera di Radio Aut qui documentata, merita un libro, è questo. Aut in latino è: oppure. Non è la pronuncia della parola inglese out, fuori, ma l'opposizione dell'oppure, di un'alternativa alla informazione falsa e reticente. Il suo valore aggiunto sta nella notizia data secca, senza enfasi. Il bollettino va al sodo, narra e spiega con frasi brevi. C'era uno strascico verboso nell'eloquenza della sinistra rivoluzionaria, c'era un gergo, qui completamente assente. Qui la passione politica è arrivata allo stile della notizia nuda che da sola produce impatto, mentre dà conto dei fatti. Qui c'è giornalismo vero e già solo per questo rivoluzionario. I notiziari aprivano con cronache dal mondo. Era questa la formazione sentimentale e politica della generazione rivoluzionaria, proveniva da uno schieramento su scala mondiale. Si apparteneva a un mondo che cambiava i suoi connotati e i rapporti di forza con le lotte armate rivoluzionarie. L'Italia era penisola accerchiata da fascismi, da Portogallo a Turchia, molte forze interne spingevano ad allinearla. Nel mondo vincevano le lotte rivoluzionarie in Vietnam, Angola, Mozambico. Ovunque nei continenti brulicavano lotte di liberazione. Il mondo era tutto vicino, alzava le medesime bandiere. Noi rivoluzionari degli anni Settanta siamo stati una generazione mondo. Abbiamo perciò avuto un sentimento di superiorità verso i piccoli feudatari della politica italiana, i satrapi mafiosi. Li abbiamo combattuti e irrisi, perché avevamo un più vasto passaporto. L'odio politico che ci siamo procurati è oggi incomprensibile se non si pensa a quanto rancore, misto a paura fisica, abbiamo scatenato nei nervetti deboli della classe dirigente. Peppino, militante dell'organizzazione rivoluzionaria Lotta Continua, è stato ammazzato con sapienza. Eliminare lui per mutilare tutti. Ed è andata così.

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Fonte E.De Luca Liberazione 8-5-2008
mercoledì, 30 aprile 2008


Una “Città Aperta” non può e non deve consentire la riproposizione di una "cultura" fascista, vanno quindi adottate da subito misure drastiche per sconfiggere questa subcultura che sfrutta con assoluta demagogia tutte quelle "esigenze" dei cittadini che via via si vengono a creare., strumentalizzando e negando non solo la realtà delle cose, ma la storia. Vanno quindi attuati immediatamente tutti gli interventi possibili...e non, con le necessarie applicazioni sociali tempestive che contrastino efficacemente il proliferare di tutti questi contesti deleteri, agghiaccianti e criminali che ormai operano a piene mani in tutto il territorio urbano ed oltre. La situazione oramai diffusa che si ha oggi a Roma, ma non solo, è quella di una irrefrenabile voglia di “ordine & disciplina” e di una assoluta certezza e consapevolezza del proprio potere, che permetta stavolta di applicarlo realmente, In più questo stato di "malessere" è stata l'occasione per la destra che ora richiederà deportazioni di massa per romeni, rom, etc, persone con disagio e senza tetto, con dichiarazioni che riproporranno “modalità” dei regimi fascisti e nazisti e che hanno rappresentato un “invito” agli interventi squadristici razzisti dei gruppi neofascisti. Ma interpretare il disagio della città solo come lotta tra esclusione e inclusione, significherebbe solo alimentare la cultura dell’ineguaglianza da sempre peculiare del pensiero della destra, istituzionale e neofascista, accompagnata dal principio della difesa della nazionalità da qualsiasi inquinamento etnico. Per la destra l’ineguaglianza è in natura e legittima la caccia al diverso che di volta in volta può essere un qualsiasi come l’omosessuale, il calciatore di colore, la “zecca” comunista, quello a cui piace una musica diversa dalla tua. Ma agli odiosi temi del razzismo e dell’intolleranza, la destra , istituzionale e neofascista, sta affiancando in modo sempre più capillare e sistematico, quelli dell’attacco alla vita democratica del paese, riuscendo a radicare nel disagio sociale del popolo ignorante e nelle difficoltà del vivere della nostra città e del paese. Per trovare spazi la destra si è trasformata, ha cambiato la sua immagine “a cura“ di uomini comunque cresciuti secondo modelli e pensieri del regime fascista e dei protagonisti del neofascismo delle stragi e dei golpe. Una trasformazione evidente nelle formazioni neofasciste, che da gruppi “militari” si ricostituiscono come gruppi “sociali”, sulla base dei principi del primo fascismo, rifacendosi al suo carattere”rivoluzionario” e populista. Un neofascismo che non assume più le forme del terrorismo militarizzato, ma che usa la democrazia come strumento per conquistare quegli spazi sociali che la Costituzione gli ha negato sessanta anni fa, dove la parola popolo è riferita alla folla che omaggia il trionfatore, dove l’oppositore viene intimidito, dove il diverso viene deportato, dove l’uso della forza e della violenza è funzionale all’esercizio del potere.
domenica, 27 aprile 2008
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Fausto Tinelli era nato a Trento, poi si è trasferito a Milano con la famiglia.
Il 18 marzo 1978, in via Mancinelli a Milano, venne assassinato con otto colpi di pistola da terroristi di destra, insieme all’amico Lorenzo Iannucci detto Iaio.
Per la sua morte, ad oggi, nessuna giustizia penale, anche se dalle carte giudiziarie emerge una verità storica. Fausto Tinelli e Lorenzo iannucci sono stati riconosciuti dallo Stato vittime del terrorismo.
Fausto è da trent’anni seppellito nel cimitero di Trento.
In occasione del giorno della memoria (9 maggio), istituito dalla Presidenza della Repubblica in ricordo delle vittime delle stragi e del terrorismo, chiediamo alle istituzioni di Trento di dedicare una strada, una piazza, o un parco in sua memoria.
Sarebbe un riconoscimento delle istituzioni trentine ad un cittadino ucciso per le sue idee di pace e giustizia sociale.
domenica, 20 aprile 2008
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Ha vinto uno dei due poli confindustriali e il nuovo governo applicherà quindi uno dei due programmi fotocopia. L'unica differenza tra Pd e Pdl è che Berlusconi non porta in dote il rapporto con le burocrazie sindacali e la socialdemocrazia, motivo per cui la grande borghesia ha puntato fino all'ultimo sul Pd di Veltroni, o forse è proprio il contrario?. Ora la borghesia farà di necessità virtù e si adatterà al nuovo governo, sperando che non faccia troppi danni (cioè che gli interessi di Berlusconi non ostacolino quelli delle altre famiglie capitalistiche), aspettando che il pendolo, nella logica dell'alternanza borghese tra due schieramenti simili, si risposti verso Veltroni che intanto proseguirà nella costruzione del suo partito confindustriale. Ovviamente è da anni che la sinistra governista (Prc, Pdci, etc.) ha fallito e sta sparendo, ormai priva di radicamento e militanza. Ora anche le urne confermano questa prognosi persino sul terreno elettorale, la conferma è clamorosa. Prc, Pdci, Verdi e Sd arretrano al di sotto di qualsiasi minimo storico e non avranno più né deputati né senatori. Nemmeno uno! Se la rappresentanza parlamentare non è il fulcro per un partito rivoluzionario, lo è invece per partiti che hanno fatto del governismo la loro ragion d'essere e che hanno apparati elefantiaci che oramai stanno implodendo. Siamo di fronte ad un fallimento politico e strategico senza precedenti. E' la conferma completa di tutto quanto diciamo da anni e della ragione di fondo che ha ispirato la nostra azione extraparlamentare anni fa, per avviare la costruzione di un nuovo movimento. La socialdemocrazia, cioè il progetto di governare con una parte del padronato ingabbiando le lotte, è fallita per l'ennesima volta nella storia. Stavolta con un tonfo gigantesco. Non è ancora chiaro quale sarà la sorte dei gruppi dirigenti dell'Arcobaleno, ma è probabile che si avvierà una resa dei conti tra le diverse burocrazie, che una parte (l'ala di Bertinotti e Giordano) proseguirà nel progetto di scioglimento in una "casa comune socialista" che si candiderà a una nuova stagione di governo col Pd veltroniano per la prossima oscillazione del pendolo dell'alternanza, mentre un'altra parte (Diliberto e Grassi ma anche in qualche modo Ferrero) sarà tentata dal mantenimento e dal rilancio strumentale dei simboli del mondo del lavoro a puri fini elettorali, comunque rimanendo all'interno di un orizzonte governista che verrà giustificato, anche la prossima volta, con "l'esigenza di battere le destre" etc etc. A farne le spese comunque, nello scontro politico tra i poli borghesi sono i lavoratori. Colpiti dagli uni e dagli altri, raggirati dalle burocrazie sindacali e socialdemocratiche che svendono i loro interessi in cambio di una mezza porzione di lenticchie. La prima esigenza è allora quella di ripartire dalle lotte di opposizione a entrambi gli schieramenti borghesi, ai loro governi nazionali e locali. Un'opposizione fondata sull'indipendenza di classe dei lavoratori, dei disoccupati, di tutti gli sfruttati. Una lotta che per noi è già partita anni fa, ma che ora dovrà intensificarsi, nelle piazze, e ovunque si renda necessario contro la terza riedizione del governo Berlusconi-Bossi-Fini, a cui la sinistra governista ha spianato la strada governando con i padroni e rimuovendo l'opposizione di classe.
lunedì, 07 aprile 2008


Il 7 Aprile 1976 il compagno Mario Salvi di Primavalle viene  ucciso da un colpo di pistola alla nuca, dopo  un'azione di protesta contro il Ministero di Grazia e Giustizia, la protesta era dovuta al fatto che il tribunale di Salerno aveva condannato a 9 anni di carcere il compagno anarchico Giovanni Marini reo di essersi difeso da un'aggressione di fascisti armati di coltello, Marini seppur ferito riusciva a togliere un coltello e colpiva il fascista Falvella il quale in seguito alla  ferita moriva. Giovanni Marini è morto alla fine del 2001  per le malattie sopraggiunte alla ferita ed ai duri anni di carcere  ai quali ha dovuto sottostare. L'otto Aprile 1976 i Comitati Autonomi Operai, nel corso di una manifestazione di protesta, diffondono un documento sulla morte di Mario Salvi in cui, tra l'altro, si legge: "L'agente Domenico Velluto con la pistola in pugno ha percorso centinaia di metri lungo le strade che portano a Campo de Fiori,alla ricerca di una vittima a cui sparare a freddo con tutta calma. Infatti quando Velluto ha sparato, nessuno stava scappando: il nostro compagno è stato freddato mentre camminava…” Il 15 Aprile l’agente Velluto viene arrestato per omicidio preterintenzionale. Il 7 Luglio il tribunale  lo assolve “per aver fatto uso legittimo delle armi”. In via degli Specchi nel quartiere di Campo de Fiori, all’altezza del numero civico 25 è affissa una lapide di commemorazione “ qui è caduto Mario Salvi comunista rivoluzionario di 21 anni ucciso dal piombo di stato mentre manifestava il suo odio di classe contro la giustizia borghese. Il suo ricordo vive nelle lotte degli sfruttati. Mario era un giovane che, come altre migliaia di giovani e meno giovani, in quegli anni aveva fatto della militanza politica e dell’ impegno sociale una scelta di vita.
In principio fu Lotta Continua. Erano i primissimi anni settanta e portare i capelli lunghi non ci bastava piu’. Anche se la maggior parte della "comitiva" di Torrevecchia era formata da studenti, era pero’ evidente che, andando avanti in questo modo, tra la bisca e la cronica mancanza di soldi, la situazione ci avrebbe portato prima o poi in galera. E qualcuno di noi, per cosiddetti "reati comuni", quell’ esperienza l’ aveva gia’ fatta. Se dovevamo fare i "ribelli" tanto valeva farlo fino in fondo. E ci presentammo nella neonata sezione di Lotta Continua di Primavalle, in Via Pietro Bembo. La sezione si chiamava "Mario Lupo" dal nome di un manovale edile, militante di L.C., ucciso pochi mesi prima a Parma dai fascisti. Qui i fondatori della sede, quasi tutti studenti del Liceo Mamiani e futuri giornalisti di grido, ci accolsero come Gesu’ Bambino a Natale. Avevano gia’ aggregato qualche anziano "coatto" che si era avvicinato al gruppo nell’ esperienza carceraria, alcuni dei quali poi formeranno i Nap. Ma un folto gruppo di giovani proletari della zona che arrivavano gratis, di iniziativa loro, era veramente una manna dal cielo che non si aspettavano. Per un po’ fummo esibiti dappertutto, conoscemmo Sofri e passammo molte serate ospiti nella casa di Fulvio Grimaldi, a Trastevere. Ci fecero persino fare la scorta a due militanti dell’ IRA irlandese, ospiti del gruppo a Roma e che furono a loro volta esibiti a sorpresa in un comizio a Piazza Esedra, tra la rabbia e lo sconforto dei militanti degli altri gruppi extraparlamentari che, non avendo Grimaldi, non potevano contare su certi contatti internazionali. Ma francamente la disciplina di gruppo ci andava stretta ed anche se qualcuno di noi aveva trovato il lavoro e la donna dentro Lotta Continua – e la fame di reddito e di sesso era veramente notevole - cominciammo presto a stancarci.