mercoledì, 23 dicembre 2009
Il 23 Dicembre 1984 il rapido “904” proveniente da Napoli e diretto a Milano era strapieno di viaggiatori. La maggior parte di essi andava a trovare i loro cari per le feste di Natale. Quel treno non giunse a destinazione. Nella galleria di S. Benedetto Val di Sambro una volontà criminale, politico mafiosa, eversiva delle Istituzioni, volle un massacro di cittadini innocenti. Tutto fu predisposto per provocare il maggior numero possibile di vittime: l’occasione del Natale, la potenza dell’esplosivo, il “timer” regolato per fare esplodere la bomba sotto la galleria, in coincidenza del transito, sul binario opposto, di un altro convoglio. Solo il tempismo del conducente che prontamente bloccò la linea evitò una strage maggiore. In quella galleria sono rimasti i corpi di 15 persone e centinaia ne sono usciti feriti in maniera anche gravissima, alcuni morendone a distanza di anni.

 

 

Immagine 16 da marioarpaia.

XXV Anniversario della strage sul treno Rapido 904
Napoli – Milano del 23 dicembre 1984

Venticinque anni fa una bomba posta nella nona carrozza di II classe del treno Rapido 904 stroncò le vite di 16 persone e segnò dolorosamente l' esistenza dei familiari delle vittime e dei feriti sopravvissuti a quella tragica sera dell'antivigilia di Natale del 1984. Quest’anno la commemorazione sarà articolata in due fasi che ripropongono il tragico viaggio delle vittime e dei feriti compiuto 25 anni fa. La manifestazione inizierà a Napoli nell’Atrio della Stazione Centrale alle ore 12.30 e si concluderà nel Piazzale della Stazione di San Benedetto Val di Sambro alle ore 19.30 . L' “Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage sul Treno Rapido 904 Napoli-Milano del 23 dicembre 1984”, nel ricordare il sacrificio delle vittime e impegnandosi a trasmettere la memoria di una delle più efferate stragi che hanno colpito il nostro Paese intende riaffermare il diritto a conoscere tutta la verità sulla strage e ottenere giustizia. Ringraziamo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per aver espresso la partecipe solidarietà ai familiari delle vittime e per aver esortato, nel messaggio inviato alla nostra Associazione, a non dimenticare ,a far rivivere il ricordo di tutte le vittime di una così cieca e crudele violenza perché ciò è un dovere che la comunità nazionale ha nei confronti delle nuove generazioni.

fonte: http://www.stragetreno904.it/Default.asp
(Associazione dei familiari delle vittime e dei feriti rimasti invalidi in seguito alla strage sul treno Rapido 904 del 23 dicembre 1984)

sabato, 12 dicembre 2009
- "Signore, vorremmo raccontare la sua storia"
- "La mia storia ! Quale storia? "
- "La sua... Lei ha perso una persona cara in piazza Fontana..."
- "Piazza Fontana? E cos'è successo a piazza Fontana?"
- "Non starà mica scherzando? La bomba nella banca dell'agricoltura...12 dicembre 1969, diciotto morti, (Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti, Giuseppe Pinelli) decine di feriti..."
- "Sto scherzando, io...? Lo stato ha detto che non esiste un colpevole, dunque nessuno ha messo la bomba, dunque non c'è stata nessuna strage, dunque io non ho una storia da raccontarvi. Per favore, mi lasci in pace! Non è successo niente, ma proprio niente, il 12 dicembre 1969."

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Era il maggio del 2005 quando parlammo per telefono con il familiare di una delle vittime della strage avvenuta nella filiale della banca dell'agricoltura, a Milano. Diciotto morti, ottantotto feriti. E a trentacinque anni di distanza, proprio in quel mese di maggio, la magistratura aveva appena emesso una sentenza definitiva di innocenza per tutti gli imputati e condannando invece i sopravvissuti e i parenti dei caduti al pagamento delle spese processuali. Dopo il danno la beffa, ancora più atroce delle conseguenze della bomba. Perché quella sentenza era un macigno infilato nella bocca alle vittime, un colpo di spugna che cancellava persino la memoria del fatto. Oggi sono le vittime a chiedere ancora che le carte siano rimesse a posto. Chiedono giustizia, perchè loro sanno che hanno subito una giustizia incompleta, lacunosa, falsata da tanti omissis che li ha lasciati con l'amara senzazione di essere stati colpiti due volte. Chi sono i mandanti veri ed i responsabili materiali della strage di piazza Fontana, ma anche di Portella della Ginestre in avanti sino a piazza della Loggia, dell'Italicus etc etc....? Come è possibile che ancora si parli di errore giudiziario per la strage di Bologna?. Non un solo caso di quelli esaminati, appare senza ombre. Eppure si continua a scrivere che tutto è stato chiarito, che non c'è più nulla su cui indagare. Ed insieme al bisogno di giustizia, emerge nettamente il bisogno di verità. Non c'è stata piena giustizia perchè non c'è stata piena verità. Giustizia e verità rappresentano un binomio imprenscindibile. Per cui tutti coloro che vogliono sapere la vera verità, chiedono insieme con i parenti delle vittime che sia abolita l'eternità del segreto di stato (in nessun paese democratico la sua durata è illimitata), che siano declassificati i documenti e resi accessibili agli studiosi. Ma anche che si scavi nelle pieghe del non detto, del taciuto, e quindi non accontentarsi della falsa verità di stato, trincerata dietro a presunte verità di comodo. In passato il segreto di stato -l'abuso del segreto di stato- ha chiuso troppe bocche per troppo tempo. Rimuoverlo è il passaggio obbligato per uscire dall'anomalia italiana. Quella di un paese in fase di eterna rimozione. Di un paese che si barrica in posizioni di autodifesa per non affrontare una realtà ritenuta,(spesso per antichi vizi culturali o per un radicato riflesso psicologico), pericolosa e destabilizzante, se non peggio. Un paese immaturo che non sa fare i conti con gli errori e gli orrori della propria storia. E finito il periodo dello stragismo, il cercare a tutti i costi di rimuoverlo completamente dalla memoria, non è stata davvero la scelta migliore. Perchè, cessato il pericolo, scomparso il "nemico", sono rimaste intatte una cultura, una psicologia, un costume di quell'epoca. Resiste un sottofondo di illegalità diffusa, difficile da arginare e destinato a tornare a galla costantemente. Tangentopoli, Calciopoli, Intercettopoli etc. Nel doppiofondo del nostro paese c'è sempre un sottosuolo carsico di illeicità e scorrettezza che sprofonda o raffiora a seconda dei momenti e delle contingenze, ma che iperturbabilmente permane e che ad oggi però risulta solo come una melma maleodorante che più prima che poi ci travolgerà, se si continuerà a cancellare anche la memoria del nostro recente passato.

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domenica, 06 dicembre 2009

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Un anno fa prese il via la rivolta greca seguita all'omicidio ad Atene di Alexandros Grigoropoulos, 15enne colpito a morte dalla pallottola di un poliziotto. In occasione del primo anniversario dalla sua uccisione il movimento greco ha annunciato manifestazioni in tutto il paese e constestualmente è partita la macchina repressiva del governo greco. Da ieri oltre diecimila agenti di polizia sono schierati ad Atene, e ieri sera 163 persone sono state fermate in una serie di retate al centro e alla periferia di Atene alla vigilia delle grandi manifestazioni previste per oggi. 75 persone, tra le quali cinque italiani, sono state poste in stato di arresto. La retate sono avvenute dopo scontri con la polizia avvenuti nel quartiere di Exarchia, al centro di Atene, al termine di un presidio e dopo una irruzione in uno spazio occupato. Tre auto della polizia sono state date alle fiamme. Il movimento studentesco si è mobilitato da alcuni giorni all'insegna dello slogan "Un anno dopo non dimentichiamo". Da venerdì sono occupate centinaia di scuole e facoltà universitarie nella capitale, a Salonicco e in tutto il paese.
domenica, 06 dicembre 2009
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Fu una "strage premeditata" dai fottuti padroni capitalisti senza scruopoli, questo è il vero nome con cui va chiamato ciò che avvenne nella notte di giovedì 6 dicembre 2007 in quel della ThyssenKrupp di Torino, un ennesimo "incidente sul lavoro" che sconvolse la vita di 7 famiglie proletarie e non solo. Ben 7 operai vennero travolti da un incendio sviluppatosi nel reparto trattamento termico dove i laminati d'acciaio vengono portati ad altissime temperature e poi raffreddati in bagni d'olio per temperarli. Antonio Schiavone,36 anni che morì subito bruciato vivo, Roberto Scola, 32 anni, che aveva il corpo interamente ricoperto di ustioni, morì intorno alle 7 del giorno dopo, mentre alle 17.45 sempre del 7 morì Angelo Laurino, 43 anni, che era stato ricoverato all'ospedale Giovanni Bosco con ustioni su oltre il 90%, Bruno Santino che aveva 26 anni morì anche lui nella tarda serata, era un altro dei feriti gravissimi che non risci a resistere alle gravi ustioni. Un'agonia durata invece dieci giorni, per un peggioramento subito nelle ultime ore riguardò invece Rocco Marzo, 54 anni, che morì all'ospedale Le Molinette.  Rocco stava facendo un giro di controllo, ed aveva in tasca la radio d'emergenza, ma non fece mai in tempo a usarla, aveva riportato ustioni sull'80% del corpo. Rosario Rodinò aveva anche lui ustioni su quasi tutto il corpo, venne mantenuto in coma farmacologico perché non sentisse dolore, ma alla fine morì anche lui nell'ospedale Villa Scassi di Genova dopo tredici giorni di agonia. Giuseppe Demasi che morì per arresto cardiaco all’ospedale Cto di Torino all’età di 26 anni dopo oltre tre settimane di agonia, fu l'ultima vittima, in ordine di tempo, di quella infame strage avvenuta alla thyssenkrupp...Le acciaierie del fuhrer.  Gli operai morti e gravemente ustionati di quei giorni avevano già fatto le loro 8 ore e stavano facendo altre 4 ore di straordinario, per di più notturno, in tutto 12 ore consecutive. Impegnati fino allo stremo in lavorazioni che anche per una sola ora sono massacranti, ed in quella maledetta fabbrica, come in tante altre, chi non accettava di fare gli straordinari veniva cacciato. In soli 200 operai, a "tanti" erano stati ridotti, solo 200 dovevano fare la produzione che fino a luglio scorso era fatta da 385 operai, un suicidio preannunciato. Il ricatto del lavoro è la regola per i fottuti capitalisti che sfruttano al massimo possibile uomini e macchinari, con la manutenzione dei macchinari che è ovviamente e regolarmente in difetto se non assente del tutto. Gli alti signori delle istituzioni e della politica in occasioni come queste sono sempre pronti a spargere le loro lacrime rilasciando dichiarazioni vergognosamente ipocrite di grande preoccupazione per le condizioni di lavoro operaie, ma sanno benissimo che la sicurezza sui posti di lavoro oramai è un'emergenza. Le leggi ci sono, ma vanno rispettate e questo purtroppo invece non avviene, i controlli devono funzionare, ma nessuno fa nulla perchè ciò avvenga, tutti lo sanno ma nessuno fa nulla e chi si lamenta viene mandato a casa con un bel calcio nel culo. E intanto gli operai muoiono nelle fabbriche, nei cantieri, nelle miniere e non ci sono mai capitalisti che paghino salati i loro assassinii! Il modo per obbligare i capitalisti ad applicare le misure di sicurezza sul posto di lavoro c'è, e non è quello seguito fino ad oggi dai cosiddetti uffici competenti, nè quello seguito dai sindacati collaborazionisti, tante chiacchiere, ma fatti reali non se sono mai visti! Quindi è giunta l'ora di dire BASTA, non si può continuare a morire, a mutilarsi, ad invalidarsi per ingrassare i profitti di questi fottuti padroni capitalisti. E' giunta l'ora di riprendere la lotta nelle nostre mani, organizzarci nelle assemblee e nei comitati, nelle azioni di sabotaggio contro questi fottuti padroni e contro questo vile sfruttamento indiscriminato senza scrupoli, combattere strenuamente con ogni mezzo non solo per la difesa delle condizioni di sicurezza sui posti di lavoro e di vita degli operai! Ma anche e soprattutto per far si che siano finalmente gli operai a gestire la fabbrica ed il proprio lavoro, non viceversa. E ad ogni minimo soppruso sul lavoro, avviare subito uno sciopero immediato fino a quando tutte le richieste non siano state esaudite, e senza sospensione della paga. E se muore un operaio sul posto lavoro, sciopero generale, immediato, ad oltranza, con la mobilitazione di tutte le categorie. Perchè quando un operaio perde la vita per colpa dei fottuti padroni capitalisti, tutti i fottuti padroni capitalisti sono egualmente responsabili, così come lo sono le fottute istituzioni che li proteggono, quindi la lotta dovrà colpirli tutti, nessuno escluso !

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L'acciaio del führer. Nel 1933 Gustav Krupp, il proprietario delle acciaierie Krupp, finanziava generosamente il partito nazional-socialista tedesco e la sua ascesa al potere. Negli anni successivi la Krupp guida il riarmo della Germania, sviluppando il famigerato cannone antiaereo da 88 cm ed i primi panzer con motore diesel ma soprattutto continua a guadagnare e sguazzare nel terzo reich. Alla fine della II Guerra Mondiale si scoprì poi che Herr Alfried Krupp affittava direttamente dalle SS prigionieri politici a 4 marchi al giorno. I giudici del processo di Norimberga infatti lo condannano per uso ed abuso assassino di lavoro forzato a 12 anni di carcere ed alla cessione del 75% degli averi di famiglia. A riprova ulteriore che i processi siano un mero esercizio di potere, la condanna nei confronti dell’ariano Alfried non viene eseguita e l’ultimo Krupp in ordine di tempo ritorna al comando dell’azienda di famiglia. Nel 1999 il gruppo Krupp si fonde con le acciaierie di un’altra dinastia tedesca di aperti sostenitori della dittatura nazista: i Thyssen.

- La Fabbrica assassina colpisce ancora -

Il 1° dicembre 2009 a quasi due anni dal tragico anniversario della strage alla Thyssenkrupp di Torino è morto a Terni un giovane operaio di 31 anni, intossicato dalle esalazioni di acido cloridrico. Diego Bianchina non doveva essere solo ad effettuare quelle operazioni pericolose che lo hanno portato alla morte. Le morti di lavoro nel nostro paese sono una strage quotidiana, 4 caduti al giorno, 1.450 l’anno circa. La settimana che è appena conclusa ha visto un grave incidente al Tubificio, ad Aprile un lavoratore delle ditte in appalto è morto, sempre alla Thyssenkrupp. Non si può parlare di tragica fatalità, per quanto ci riguarda le responsabilità sono chiare: i ritmi accelerati di produzione, l’inosservanza delle regole di base per tutelare la salute e la vita dei lavoratori producono un contesto in cui chi la mattina timbra per andare a lavorare rischia di non uscire la sera. La logica del profitto ha portato a monetizzare la salute dei lavoratori, le leggi attuali hanno anche depenalizzato la responsabilità dei vertici aziendali, ma per noi una cosa è certa: la responsabilità degli incidenti e delle morti di lavoro è dei padroni e degli Amministratori Delegati, cioè di chi fa profitti col lavoro di operai e impiegati. A Torino i vertici della Thyssenkrupp sono stati inquisiti per omicidio volontario. Per noi anche questo di Diego è un omicidio volontario. Per questo, quando si è diffusa la notizia della sua morte gli operai spontaneamente sono usciti dalla fabbrica e hanno bloccato la produzione e viale Brin. Il blocco è continuato con lo sciopero del turno di notte e con quello di tutta la giornata del 2 dicembre. Ma questa morte non riguarda solo gli operai e la fabbrica, riguarda tutta la città di Terni e non solo.
giovedì, 12 novembre 2009
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Sono Maria Ciuffi, la mamma di Marcello Lonzi. Purtroppo vengo a sapere solo adesso che il venerdì non è un giorno lavorativo al Parlamento, quindi mi recherò in Piazza Montecitorio giovedì 12 novembre dalle 9.00 in poi. Mio figlio è morto a 29 anni nel carcere di Livorno l'11 luglio del 2003. Dopo il decesso il corpo di Marcello presentava numerose ferite ed ecchimosi come è facile constatare dalle fotografie facilmente reperibili su internet. Nonostante questo il referto dell'autopsia indicava che mio figlio era morto per "cause naturali". In questi sei anni e mezzo ho tentato di tutto per sapere finalmente la verità sulla morte di Marcello, ma ad oggi non c'è ancora nessun indagato. Dopo il caso di Stefano Cucchi, che presenta numerose analogie con quello di mio figlio, ho inviato una lettera al ministro Alfano per chiedere che oltre al caso di Stefano si occupi anche della morte di Marcello e di tutte le altre morti 'sospette', ma non ho ricevuto nessuna risposta. Per questo giovedì 12 novembre mi recherò a Roma davanti al Parlamento, dalle 9.00 in poi, per mostrare le foto di Marcello per chiedere se è possibile che un ragazzo ridotto in quelle condizioni possa essere morto per "cause naturali" e che finalmente, dopo sei anni e mezzo di lotte e di battaglie, sia fatta luce sulla morte di mio figlio visto che a breve si prospetta l'ennesima richiesta di archiviazione del caso. Ringrazio tutti coloro che mi sono stati vicini e mi hanno sostenuto in questi anni e mi auguro che possano essere al mio fianco anche venerdì. Maria Ciuffi

Il caso di Marcello Lonzi  http://www.ainfos.ca/04/jul/ainfos00213.html

domenica, 08 novembre 2009
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92° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre

La borghesia è riuscita ad uccidere in molti lavoratori la fiducia di essere capaci di conoscere la verità e la fiducia di essere capaci di cambiare il mondo, di costruire un mondo a misura dei loro bisogni, delle loro migliori aspirazioni e dei loro migliori sentimenti. Ma non è riuscita a ucciderla in tutti. Milioni di lavoratori conservano quella fiducia e gli altri, quelli in cui la fiducia è morta, hanno bisogno che il nostro contagio la rianimi, perché è l'unico modo in cui possono uscire dal marasma e dall'incubo in cui la borghesia li ha cacciati e ogni giorno di più li affonda. La lotta per far fronte agli effetti devastanti delle contraddizioni del capitalismo, rese nuovamente laceranti in tutti i paesi dal procedere della sua seconda crisi generale, in ogni angolo del mondo dovrà essere una priorità assoluta, per tutti. Il 9 novembre 1989 padroni e Vaticano hanno annunciato al mondo che il crollo del muro di Berlino segnava la morte del comunismo e il trionfo del capitalismo con cui avrebbe avuto inizio un epoca di pace e democrazia. Negli ultimi 20 anni l'enfasi dei loro proclami è aumentata tanto quanto è diminuita, man mano, la certezza che ciò fosse vero. Senza i vincoli posti dal movimento comunista, i capitalisti hanno dispiegato liberamente la loro attività in tutto il mondo: il risultato è il disastro in cui siamo immersi. A 20 anni dal crollo del Muro del revisionismo, milioni di operai, lavoratori, donne, giovani, in ogni angolo della terra salutano il 92° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre come l'alba di una nuova civiltà che si affaccia al mondo, la soluzione della crisi che genera morte, miseria, abbrutimento, devastazione ambientale e oppressione. 92 anni fa gli operai e le masse popolari russe, guidate dal Partito Comunista, mostrarono ai lavoratori del mondo intero che rovesciare il potere feudale, cacciare gli imperialisti e costruire uno stato governato e diretto dai lavoratori e dalle masse popolari era possibile. Facendo fronte alle aggressioni degli imperialisti, ai sabotaggi, alzarono più in alto la bandiera che la classe operaia aveva già issato con la Comune di Parigi e crearono per la prima volta nella storia dell'umanità un paese socialista: collettivizzazione dei mezzi di produzione, abolizione della proprietà privata, collettivizzazione delle terre, alfabetizzazione di massa, autodeterminazione dei popoli oppressi e delle minoranze, emancipazione delle donne. In pochi decenni l'Unione Sovietica ha mostrato che, libera dai vincoli dello sfruttamento e del profitto, l'umanità ha di fronte a sé un futuro di sviluppo, emancipazione, solidarietà e prosperità. Sulla spinta della Rivoluzione d'Ottobre si è sviluppata la prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale che ha cambiato la faccia del mondo: ha orientato la lotta vittoriosa contro i nazisti e i fascisti che, sostenuti più o meno apertamente dagli imperialisti, avevano il mandato di cancellare dalla storia l'Unione Sovietica, ha aperto la strada alla costruzione di altri paesi socialisti che sono arrivati a comprendere un terzo dell'umanità, ha contribuito in modo determinante alle conquiste di civiltà e benessere ottenute con le lotte delle masse popolari dei paesi imperialisti e ha alimentato le lotte di liberazione nazionale nei paesi coloniali. Oggi la crisi del capitalismo è entrata nella fase acuta e irreversibile e anche le fanfare delle celebrazioni della caduta del muro di Berlino e della morte del comunismo sono confuse fra le grida dei borghesi, dei vescovi e degli imperialisti: alcuni gridano alla fine del mondo (e hanno ragione... è la fine del loro mondo!), altri si affannano per convincere che la crisi è finita, mentre cercano di salvare il salvabile delle loro ricchezze e del loro potere. La loro società cade a pezzi, le loro aziende chiudono, il degrado e l'abbrutimento morale e materiale dilagano, come la corruzione; i loro appelli alla mobilitazione reazionaria delle masse popolari e alla guerra fra poveri cadono nel vuoto, o comunque non raccolgono e non intruppano la maggioranza dei lavoratori e delle masse popolari. Non hanno nessuna soluzione credibile, plausibile, realistica e costruttiva per le masse popolari per uscire dalla crisi. La mobilitazione popolare cresce, crescono le lotte contro i licenziamenti, per difendere le conquiste e i diritti, per difendere la dignità e il livello di civiltà e moralità raggiunto dalle masse popolari con le lotte dei decenni passati. Centinaia di migliaia di lavoratori, donne, giovani cercano una strada per non pagare la crisi dei padroni, perché non si rassegnano ad essere carne da macello o da cannone per la borghesia. L'Unione Sovietica e gli altri paesi sono crollati, ma perché una parte dei "comunisti" hanno volutamente commesso degli errori: il risultato è che i partiti comunisti, gli organismi statali e produttivi sono stati presi in mano da chi sosteneva che l'importante non era sviluppare e rafforzare sempre più la direzione dei lavoratori e delle masse in ogni campo, ma solo produrre di più e meglio, e diventare una grande potenza imperialista, più "forte" ancora dei paesi imperialisti. Lì sono iniziati i guai per le masse dei paesi socialisti, è così che i borghesi vecchi e nuovi hanno ripreso via via potere e libertà, è così che hanno iniziato a restaurare gradualmente il capitalismo. E gli orrori sono arrivati quando i criminali e i nuovi zar sino a Putin oggi, degni compari dei potenti nostrani e del mondo, hanno iniziato a imporre su grande scala e con ogni mezzo le "delizie" del capitalismo. La lezione è che dobbiamo imparare dai nostri errori per fare meglio, per andare più avanti! E come gli uomini sono passati dalle caverne a viaggiare nello spazio! Noi metteremo fine una volta per tutte al vergognoso sistema capitalistico, allo sfruttamento economico, all'oppressione politica e all'arretratezza culturale,  e tanto altro..! Un altro mondo è possibile e la sua costruzione incomincia dal mettere alla direzione della nostra società individui e organismi che misurano il loro successo e spingono ognuno di noi a misurare il proprio successo dal numero di uomini e donne, di bambini e vecchi che si liberano dal bisogno, affrontano con serenità la vita, trovano un posto e un ruolo dignitoso nella società, esprimono il meglio che le loro caratteristiche individuali permettono e guardano con fiducia e speranza al loro avvenire.

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giovedì, 01 ottobre 2009
 01-10-1949...01-10-2009 

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La rivoluzione cinese ebbe inizio con la rivolta di Wuchang (1911), durante la quale la maggioranza delle province meridionali della Cina aderirono alla nuova entità statale. La proclamazione della repubblica avvene il 1º gennaio 1912, e Sun Yat-sen fu nominato presidente provvisorio dal Consiglio delle province. Pochi mesi dopo, Sun Yat-Sen, per evitare ulteriori conflitti, rinunciò alla presidenza a favore di Yuan Shikai, generale dell'esercito del nord, che aveva nel frattempo fatto dichiarare la caduta dell'ultimo imperatore della Cina, Aisin-Gioro Pu Yi. Alla caduta della monarchia le province periferiche del Tibet e dello Xinjiang si resero autonome. La Mongolia divenne indipendente perché era un territorio della Corona e, alla dissoluzione della dinastia, non sussistevano ormai più legami con la Cina . Il 12 agosto 1912 fu fondato il Guomindang (partito nazionalista), di cui lo stesso Sun Yat-sen fu acclamato presidente. Nel novembre 1913 Yuan Shikai sciolse il parlamento ed iniziò un processo di accentramento su di sé del potere che lo avrebbe quasi portato, nel 1916, ad essere insediato come imperatore. Il 6 giugno di quello stesso anno però, pur essendo già iniziati i riti di intronizzazione, Yuan Shikai morì lasciando la Cina alla mercé dell'anarchia del governo dei signori locali (i "signori della guerra"). Nel frattempo, nel 1915, il Giappone aveva presentato al debole governo cinese le ventuno richieste, nelle quali si imponeva il riconoscimento degli interessi giapponesi sul territorio cinese, nonché la partecipazione di consiglieri giapponesi alla pubblica amministrazione. Questo episodio fu di ispirazione per il movimento del 4 maggio 1919 che ebbe come uno dei maggiori ispiratori Chen Duxiu (1879-1942). Il movimento si proponeva una rinascita culturale in virtù della scienza e della democrazia, nel rifiuto della cultura tradizionale. Nel luglio 1921 venne fondato a Shanghai il Partito comunista cinese, che ebbe come primo segretario Chen Duxiu. Nello stesso periodo il Guomindang venne riorganizzato come moderno partito di massa da consiglieri sovietici. La prima fase di esistenza del Partito Comunista Cinese (Pcc) viene definita epoca delle "basi rosse" (1927-1934), ed è individuata dalla storiografia quale "prima fase dell'esperimento degli istituti politici e giuridici" su cui si sarebbe fondata la Repubblica Popolare. Nelle "aree liberate" furono adottati importanti atti normativi, tra i cui intenti comparivano la ridistribuzione delle terre, l'ottenimento della parità dei diritti tra uomini e donne, la repressione dell'usura del brigantaggio e della corruzione morale che regnavano nel paese. Il Pcc cercò di sviluppare, nelle basi rivoluzionarie rurali sotto il suo controllo, un proprio sistema giudiziario e di governo. Grazie alla figura predominante di Mao Zedong si giunse, alla fine del 1931, alla fondazione della Repubblica sovietica cinese. La legittimazione legislativa dell'evento fu fornita dalla stesura e, dalla conseguente promulgazione, di una bozza costituzionale che distribuiva tutto il potere nelle mani di operai, contadini, soldati dell' Armata Rossa (il nuovo nome attribuito all'esercito comunista) e chiunque appartenesse ad una classe sociale riconosciuta povera. Essa enunciava per la prima volta il principio di "dittatura del proletariato". Seguirono alcuni anni con un'alternanza al potere repubblicano di alcune "cricche" militari. Il 12 marzo 1925 morì Sun Yat-sen. Seguì l'ascesa del generale Chiang Kai-shek, che eliminò in un primo tempo la componente comunista dall'esercito (1926), ed in un secondo tempo costrinse le forze comuniste alla clandestinità (1927) dando inizio ad una guerra civile che sarebbe terminata solo nel 1950. Da questo momento iniziò il cosiddetto decennio di Nanchino (1927-1937). La crescente aggressività giapponese portò all'invasione della Manciuria (1931) e di Shanghai (1932). Il governo di Chiang Kai-shek preferì però continuare la guerra civile, lasciando campo libero ai giapponesi. I comunisti di Mao Zedong, che nel frattempo avevano istituito la "repubblica sovietica cinese" nel sud del paese, furono costretti ad intraprendere una lunga marcia (1934-1935) per sfuggire all'accerchiamento delle truppe di Chiang. Nel 1936 i generali di quest'ultimo, lo arrestarono a Xi'an costringendolo a parlamentare con i comunisti e a formare un fronte unico antigiapponese. Da parte comunista l'epoca di Yan'An (1935-1945) ossia la seconda fase della "sperimentazione", coincise con la fine della Lunga Marcia e fu caratterizzata dall'uso indiscriminato della legislazione comunista e nazionalista, con l'esclusione dei provvedimenti nazionalisti ritenuti assolutamente incompatibili con l'ideologia e l'etica rivoluzionaria. Con la sconfitta dei paesi dell'Asse nella seconda guerra mondiale, la Cina si ritrovò fra le potenze vincitrici, ottenendo un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'ONU. La terza ed ultima fase, l'epoca post-bellica (1946-1949), si sviluppò nell'arco di tempo che va dalla capitolazione del Giappone alla fondazione della Repubblica Popolare. In questo periodo il partito provvide al perfezionamento delle istituzioni che avrebbero amministrato il paese. Nel 1946 riprese la guerra civile, e forze comuniste si assestarono nel nord del paese, mentre quelle nazionaliste arretrarono verso sud. La debolezza dell'esercito nazionalista si dimostrò nell'avanzata quasi incontrastata degli avversari che costrinse infine Chiang Kai-shek a rifugiarsi con le sue ultime truppe sull'isola di Taiwan (luglio 1949). Il 1º ottobre del 1949 avvenne la fondazione della Repubblica Popolare Cinese ad opera del Partito comunista. I comunisti, che non mancarono mai di fare ampio ricorso ai mezzi politici per sostenere l'azione militare, promossero diverse riforme nelle zone sotto il loro controllo anche durante i periodi di guerra civile. Come si è precedentemente detto, il partito aveva provveduto già da un ventennio alla compilazione di una legislazione adatta allo stato che si approntava a governare. La fondazione della Repubblica Popolare Cinese pose le basi per l'instaurazione di un sistema politico socialista e diede vita ad una nuova era nella storia della legislazione cinese. Per concludere il processo di costruzione della base giuridica del futuro governo, pochi mesi prima dell'instaurazione della Repubblica Popolare, il comitato centrale del Partito Comunista Cinese abolì tutta la legislazione nazionalista definita "lo strumento volto a proteggere il potere reazionario dei latifondisti, dei compradores, dei burocrati e dei borghesi e l'arma con la quale opprimere e vessare le masse popolari".
 
  Mao Zedong alla prima Conferenza Nazionale 

 del Partito Comunista Cinese nel 1927 


  Bisognerà ancora e sempre fare la rivoluzione. 
 C'è sempre gente che si sentirà oppressa. 
  ( MAO ZEDONG ) 

 
martedì, 29 settembre 2009
...Per Far Sì Che NON Si Ripeta MAI PIÙ !

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“Il clima di quello scorcio di settembre del 1977 era a Roma molto teso. Le azioni fasciste contro i militanti della sinistra si susseguono a ritmo serrato. Il 27 due studenti sono feriti a colpi di arma da fuoco all’EUR e la sera del 29 Elena Pacinelli, 19 anni, è colpita da tre proiettili in piazza Igea, luogo di ritrovo dei giovani del movimento. Per venerdì 30 viene organizzato un volantinaggio di protesta nel quartiere della Balduina. In viale medaglie d’oro i compagni di Elena, dopo aver subito un’aggressione con sassi e bottiglie partita dalla vicina sede del MSI, vedono un blindato della polizia avanzare lentamente verso di loro, seguito da un gruppo di fascisti che lo utilizza come scudo. Tra costoro c’è anche Andrea Insabato, autore nel 2000 di un attentato contro “Il Manifesto”. Dopo aver fatto fuoco contro i giovani di sinistra i missini arretrano, mentre gli agenti si scagliano su chi tenta di soccorrere Walter Rossi, 20 anni, militante di Lotta Continua colpito alla nuca. Proseguendo la corsa, il proiettile ferirà lievemente un benzinaio. Walter arriverà privo di vita in ospedale. Cortei e manifestazioni percorrono l’Italia nei giorni successivi, mentre sedi e ritrovi dei fascisti vengono devastati e dati alle fiamme. Durante i funerali 100 mila persone salutano Walter con le note dell’Internazionale.

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Claudio Miccoli, ventenne napoletano pacifista e ambientalista (militava nel WWF, di cui era Consigliere regionale), morì andando incontro, solo e disarmato, a una squadra di neofascisti armati di bastoni e di coltelli che avevano aggredito un giovane pochi minuti prima in una pizzeria a piazza Sannazzaro a Napoli, la sera del 30 settembre 1978. Egli cercava il dialogo: un semplice gesto di pace che, unito alla "colpa" di portare barba e capelli lunghi, bastò a scatenare la furia dei suoi assassini, che gli sfondarono il cranio a bastonate. Morì dopo sei giorni di agonia, il 6 ottobre del 1978, non senza aver prima espresso il desiderio di donare ad altri i suoi organi (oggi due persone vedono grazie a lui).

Ed In Ricordo anche di...



E' sera, poco prima delle dieci. Davanti la sezione ancora aperta del PCI di via Appia Nuova (Roma), al quartiere Alberone, sostano tre ragazzi; stanno leggendo "L'Unità" che come ogni giorno viene affissa nell'apposita bacheca. In particolare stanno dando uno sguardo alla programmazione prevista nei cinema per quella sera. Il popolare e periferico quartiere non offre tante possibilità e spazi di svago per i giovani, così spesso il cinema rappresenta l'unica alternativa per trascorrere una serata con gli amici. I tre ragazzi presenti sono Vincenzo De Blasio, ventotto anni, Luciano Ludovisi, trent'anni e Ivo Zini, il più giovane, di venticinque anni. All'improvviso si avvicina un "Vespone" bianco da cui scendono due ragazzotti a volto coperto. Sono pochi gli istanti per capire quello che sta per accadere; Luciano accortosi che i due hanno un'arma, non ha neanche il tempo per avvisare gli amici che quelli esplodono quattro colpi di pistola. Questi rimane fortunatamente illeso ma Vincenzo e Ivo giacciono a terra. Da subito le condizioni di quest'ultimo, colpito al torace, sembrano gravissime. Accorre presto un ambulanza chiamata dai militanti che accorrono fuori dalla sezione; Ivo non ce la farà a raggiungere neanche l'ospedale S.Giovanni e morirà poco dopo a bordo dell'autoambulanza. Vincenzo, colpito alla gamba e al polso, è operato d'urgenza, se la caverà. Alle 23:00 circa i NAR (nuclei armati rivoluzionari) rivendicheranno con una telefonata al "Messaggero" la paternità dell'attentato.
...

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Gli anarchici , Angelo, Annalise, Franco e Gianni con coraggio e determinazione raccolgono prove e collegamenti che il deragliamento del treno "Freccia del Sud" è opera di neofascisti con l’aiuto della delinquenza organizzata locale. A Settembre uno degli anarchici telefona a Roma, alla federazione nazionale Anarchica, avvertendoli che dalla loro contro inchiesta scaturiscono compromettenti documenti e fatti. Gianni dirà alla madre qualche tempo dopo "abbiamo scoperto delle cose che faranno tremare l’Italia”. Intanto i ragazzi vengono minacciati con telefonate e atti di violenza come l’aggressione a Franco da parte di un gruppo di neofascisti “venuti da Roma” come dirà lui stesso agli amici. Hanno l’occasione di andare a Roma per manifestare contro Nixon, quindi decidono di anticipare di qualche settimana il loro viaggio nella capitale. Partono da Reggio con la MiniMorris di Gianni, si fermano a Vibo Valentia per partecipare ad una riunione e li danno un passaggio ad un compagno di Cosenza, Luigi Lo Celso, ma a Roma purtroppo non arriveranno mai, visto che sull'A2 nei pressi di Ferentino, a circa 60 Km da Roma, la Mini si schianta sul rimorchio di un autotreno, Angelo, Luigi e Franco muoiono sul colpo , Gianni durante il trasporto all’ospedale mentre Annalise morirà 20 giorni dopo in ospedale. La dinamica dell’incidente appare subito non chiara;
perché la Mini non si è incastrata sotto il rimorchio?
perché i fanalini di coda del rimorchio non sono distrutti?
perché i danni maggiori del rimorchio sono sulla fiancata che sul retro?
La polizia stradale in base alle dichiarazione dei due autisti del camion, e alle verifiche sul posto emetteranno il seguente verdetto” tamponamento con urto violento”. Restano comunque molti dubbi e perplessità mai chiarite.
E il dossier sul deragliamento? Dove è finito? Fu spedito ai compagni di Roma dove non è mai arrivato?

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giovedì, 06 agosto 2009
 
  MAI PIU' ! 
lunedì, 16 marzo 2009
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Nella notte fra il 16 e il 17 marzo 2003 moriva Davide “Dax” Cesare, militante del Centro Sociale O.R.So (“Officina di Resistenza Sociale”) di Milano. Era da poco uscito, assieme ad alcuni compagni, da un bar del quartiere ticinese. Fuori, ad aspettare i ragazzi, un paio di neofascisti armati di coltelli, spalleggiati da un terzo elemento più anziano. Si scoprirà solo in seguito che i due giovani sono fratelli e che l’uomo è il loro padre; si tratta rispettivamente di Federico, Mattia e Giorgio Morbi (28,17 e 54 anni all’epoca del fatto). L’aggressione dei neofascisti è rapida e particolarmente violenta. Numerose coltellate vengono inferte in punti vitali: Davide non giungerà vivo all’ospedale; altri due ragazzi sono feriti (uno in modo grave, ma si salverà).

domenica, 01 marzo 2009
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Il 28 Febbraio del 1978 muore a Roma, vittima di un commando di estrema destra Roberto Scialabba di soli 24 anni. Quel giorno era il terzo anniversario dell'uccisione di M.Mantakas, giovane della destra universitaria di avanguardia nazionale (fuan). Nello stesso periodo furono fondati i NAR, organizzazione clandestina di estrema destra guidata dai fratelli Cristiano e Valerio Fioravanti, insieme con molti altri esponenti di spicco dell'area neofascista (Francesca Mambro, Dario Pedretti, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini, Stefano Soderini, Franco Anselmi, Massimo Carminati, Claudio e Stefano Bracci, Guido Zappavigna, Mario Corsi detto "Marione", Stefano Tiraboschi, Lino Lai, Paolo Pizzonia, Patrizio Trochei, Walter Sordi, Marco Mario Massimi, Pasquale Belsito, Fiorenzo Trincanato, Andrea Vian, Pasquale Guaglianone, Pierluigi Bragaglia.). I NAR erano convinti, tramite una "soffiata" di un camerata giunta dal carcere di Regina Coeli, che i colpevoli dell'agguato di via Acca Larentia provenissero da uno stabile occupato a Cinecittà. La sera del 28 Febbraio quindi vi si recarono con la chiara intensione di vendicarsi, non sapendo che lo stesso stabile era stato sgomberato dalla polizia il giorno prima. In conseguenza di ciò scatenarono la loro sete di vendetta in un raid omicida nella zona Don Bosco, uccidendo appunto Roberto Scialabba colpito al torace da un proiettile e successivamente freddato da Valerio Fioravanti a bruciapelo, che dopo essergli montato sopra, gli spara ulteriori due colpi alla nuca. Nella sparatoria rimane ferito anche il fratello di Roberto, Nicola, che tuttavia riesce a fuggire e mettersi in salvo poiché i fascisti si allarmano per l'arrivo di una macchina di passaggio. Per quattro anni il delitto non ebbe colpevoli, la stampa vergognosamente parlò a lungo di regolamento di conti fra spacciatori, fino a quando nel 1982 Cristiano Fioravanti racconto come erano andati i fatti.
domenica, 22 febbraio 2009


Sono trascorsi quasi 30 anni da quel barbaro crimine di matrice fascista. E gli infami vigliacchi assassini di Valerio, i fascisti dei Nar, rimangono purtroppo ancora vergognosamente anonimi ed impuniti. Aldilà delle inchieste, congetture, omissioni, insabbiamenti etc...dell’instancabile impegno di mamma Carla, donna di un coraggio e di una forza senza pari...Ancora nessuna verità è stata fatta, o voluta fare sulla tragica morte di Valerio. Si rende quanto mai necessario ricordare, necessario per NON dimenticare, MAI ! Ma si rende anche quantomai necessario inorridire, e indignarsi senza però mai smettere di lottare difronte al tempo passato senza aver dato la Verità ad una mamma che da sempre lotta per far si che ciò avvenga ! Le storie oggi sono peggiorate. Peggiorate a causa del degrado morale e materiale del ceto politico che ahinoi si nutre degli stessi nefasti ideali di chi allora uccise Valerio Verbano, magari commilitone degli stessi, e che ha fatto ad oggi, tramite un vergognoso revisionismo storico, la chiave di volta per autolegittimarsi e dedicarsi così esclusivamente alla loro carriera politica e all’affarismo. Non fa piacere, anzi fa ribrezzo, udire le bocche "istituzionali" di Fini e Alemanno dichiarare “di essere antifascisti”, o come il secondo permettersi solo di pensare di voler partecipare al corteo per Valerio, sapendo quanta ipocrisia e calcolo c’è in questo atteggiarsi revisionista, mentre nei fatti continuano a dimostrarsi fascisti con i centri sociali e solidali invece con chi aggredisce i Rom, i Migranti, i Diversi etc. C’è sempre una buona scusante, un’esimente, per il truce comportamento dei vari clan nazifascisti. C’è il placet alle scorrerie, ai pogrom, alle ronde, all’uso diffuso della violenza e dell’esercito. Aggiungiamoci lo scenario di fondo, quel clima generale di smobilitazione dei valori della Resistenza, il decadimento dei partiti ed il totale fallimento delle istituzioni che hanno da sempre tradito un popolo troppo spesso compiacente a questo decadimento annunciato.  Ecco così che rispunta prepotente la cultura nazifascista che si pensava oramai sepolta per sempre, in cui l’addestramento ad offendere, a colpire, ad uccidere diventa la norma. Le lame, soprattutto i famigerati coltelli a serramanico portati-branditi-usati, diventano ancora una volta la triste e torva divisa del fascista, la mentalità dell’agire fascistoide che alligna sempre più e a cui si modellano i membri del branco, la "coatteria" di molte curve e periferie. In questo mutato orizzonte si inquadrano le centinaia di coltellate già esercitate “contro i nemici” in gran parte d’Italia. Scatenate da motivi banali, uno sguardo di troppo, la sigaretta negata, l’occhiata alla donna, un sorpasso maldestro, se non deliberatamente contro comunisti o "zecche", contro gli anarchici, contro i gay. Ma tutte sempre e solo riconducibili a quella matrice fascista devastante e a cultura-zero, quella mentalità bacata, deviata, invasata, che ha armato le mani che hanno assassinato compagni come Valerio appunto, ma anche Dax, Renato, Nicola, altri Giovani, Donne, Rom e Migranti. L’antifascismo, è il riconoscere che il pericolo fascista è tutt'oggi ancora presente nella società, guai se non fosse così. Che persiste in quanto la società in cui viviamo, dal dopoguerra alle attuali mutazioni, non ha voluto fare fino in fondo i conti con la propria storia, fino a cancellare alla radice l’impronta del ventennio e dello stato autoritario. Permangono infatti come iperboli ed abissi, il Codice Rocco e il Tulps, norme razziste, leggi corporative, Ordini professionali , caste,gerarchie, concordato, scuola selettiva , residui coloniali, le stele e i monumenti fascisti, i tombini con i fasci littori e tanto troppo altro che invece sarebbe stato più salutare distruggere o cancellare per sempre. Se il pericolo c’è, l’antifascismo non può essere solo “la ragion dell’anima”, ma va praticato, reso militante, a significare il tratto distintivo di una formazione della personalità tesa ad acquisire e a respirare “uguaglianza, fraternità, solidarietà”. E’ una sfida al sistema di potere, tesa a realizzare la nuova società attraverso la riappropriazione dei bisogni negati e dei diritti universali. Il sacrificio di Valerio Verbano è inscritto in questa vicissitudine. Non si può capire la profondità del suo arguto impegno se non si inquadrano i terribili avvenimenti che caratterizzarono il paese dal ’68, durante la lunga stagione stragista iniziata con la Strage di P.za Fontana, passando per i moti del ’77 e la resistenza contro lo Stato e le bande armate fasciste. Quando, a quella generazione insorgente che voleva rivoluzionare l’Italia e il mondo, già nel ‘69 si contrappose lo Stragismo di Stato e la manovalanza fascista, con bombe mortali nelle banche-piazze-treni-stazioni, con assassini di compagni ed anarchici (Pinelli, Varalli, Zibecchi, Serantini, Lupo...), con torture e prigionia (Valpreda e centinaia di antifascisti). Successivamente, dal ’77 all’81 le leggi emergenziali e le bande armate di Kossiga (Gladio compresa), quelle della nuova destra, misero in atto disegni criminosi ai danni del moto popolare che ebbe come protagonisti il Movimento ’77 e l’autonomia operaia. L’antifascismo militante e il prezioso lavoro di controinformazione realizzato da giovani come Valerio, ebbe la meglio e mise a tacere il nuovo squadrismo (si arresero). In questa resistenziale impresa persero la vita numerosi compagni a cui perennemente rendiamo memoria e tributo : Walter Rossi, Roberto Scialabba, Benedetto Petrone, Ivo Zini, Valerio Verbano e tanti altri….Lo smascheramento dello stragismo dei NAR, le loro relazioni con la grande criminalità (banda della Magliana, Loggia P2, mafia), le protezioni di cui godevano in ambienti borghesi, nei partiti, nella magistratura e apparati dello stato, fu un lavorone di Valerio e compagni. Il Dossier che i Nar (e non solo) cercavano da Valerio, era tanto prezioso da causarne la morte! Copia del Dossier (sequestrato dalla Digos il 20/4/79 nella perquisizione- arresto, Valerio si fece 7 mesi di carcere per detenzione di una pistola), la stessa pistola che poi lo uccise, il passamontagna e un guinzaglio lasciati dai Killer, "Il faldone portante” (uno dei 2 dell’Istruttoria), sono presto spariti dall’Ufficio Corpi di Reato e dall’Archivio del Tribunale, a testimonianza degli intrighi intorno alla verità su Valerio, gli stessi di cui abbiamo parlato sulle Stragi di Stato. Il popolo italiano "sovrano" non deve sapere come in verità sono andate le cose dal ’68 ad oggi. Al tempo dell’assassinio di Valerio, il giudice romano Mario Amato era giunto a buon punto nelle indagini incrociate su quegli intrighi (utilizzando anche il Dossier), tanto da rendere necessaria la sua eliminazione, che puntualmente avvenne sempre per mano dei Nar il 23/6/1980. Aldilà della scontata rivendicazione Nar dell’assassinio di Valerio, rimangono vergognosamente introvabili esecutori e mandanti, per il solo fatto che quando ci sono di mezzo anche i servizi e la malavita, “diventa impossibile“ poter o voler risolvere i casi. Cadrebbero presto le argomentazioni sul presunto “spontaneismo armato“ dei Nar e di altre infami bande fasciste, la scomoda verità rivelerebbe ancora una volta le trame imbastite dallo “stato parallelo” (con l’utilizzo dei fascisti in chiave anticomunista) ai danni della sinistra e della trasformazione della società. La verità storica e popolare ha già condannato per le Stragi, fascisti-DC-apparati dello Stato. Così come ha attribuito l’assassinio materiale di Valerio ai Nar, aldilà di altri possibili mandanti. Per tutte le generazioni presenti e a venire, Valerio rimane il simbolo amatissimo dell’antifascismo militante, di quei nuovi partigiani che dal ’68 in poi sacrificarono la loro gioventù ed anche la vita per sconfiggere lo stragismo e per impedire che potesse riprodursi in forme più subdole e atroci. Per la riconoscenza e l’amore grande verso quel giovane di 19 anni che si è sacrificato per valori universali, da quel tempo e ancora in futuro, tutto questo non dovrà MAI essere dimenticato, per far si non solo di ottenere quella giustizia e quella verità da troppo tempo negata, ma soprattutto per far si che la morte di Valerio come quella di altri non sia stata vana.

valerio vive
martedì, 27 gennaio 2009
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27-01-2009
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giovedì, 11 dicembre 2008
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Milano - 12 dicembre 1969
un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. Il bilancio delle vittime è di 16 morti e 87 feriti.

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sabato, 06 dicembre 2008
thyssen2
Fu una "strage premeditata" dai fottuti padroni capitalisti senza scruopoli, questo è il vero nome con cui va chiamato ciò che avvenne nella notte di giovedì 6 dicembre 2007 in quel della ThyssenKrupp di Torino, un ennesimo "incidente sul lavoro" che sconvolse la vita di 7 famiglie proletarie e non solo. Ben 7 operai vennero travolti da un incendio sviluppatosi nel reparto trattamento termico dove i laminati d'acciaio vengono portati ad altissime temperature e poi raffreddati in bagni d'olio per temperarli. Antonio Schiavone,36 anni che morì subito bruciato vivo, Roberto Scola, 32 anni, che aveva il corpo interamente ricoperto di ustioni, morì intorno alle 7 del giorno dopo, mentre alle 17.45 sempre del 7 morì Angelo Laurino, 43 anni, che era stato ricoverato all'ospedale Giovanni Bosco con ustioni su oltre il 90%, Bruno Santino che aveva 26 anni morì anche lui nella tarda serata, era un altro dei feriti gravissimi che non risci a resistere alle gravi ustioni. Un'agonia durata invece dieci giorni, per un peggioramento subito nelle ultime ore riguardò invece Rocco Marzo, 54 anni, che morì all'ospedale Le Molinette.  Rocco stava facendo un giro di controllo, ed aveva in tasca la radio d'emergenza, ma non fece mai in tempo a usarla, aveva riportato ustioni sull'80% del corpo. Rosario Rodinò aveva anche lui ustioni su quasi tutto il corpo, venne mantenuto in coma farmacologico perché non sentisse dolore, ma alla fine morì anche lui nell'ospedale Villa Scassi di Genova dopo tredici giorni di agonia. Giuseppe Demasi che morì per arresto cardiaco all’ospedale Cto di Torino all’età di 26 anni dopo oltre tre settimane di agonia, fu l'ultima vittima, in ordine di tempo, di quella infame strage avvenuta alla thyssenkrupp...Le acciaierie del fuhrer.  Gli operai morti e gravemente ustionati di quei giorni avevano già fatto le loro 8 ore e stavano facendo altre 4 ore di straordinario, per di più notturno, in tutto 12 ore consecutive. Impegnati fino allo stremo in lavorazioni che anche per una sola ora sono massacranti, ed in quella maledetta fabbrica, come in tante altre, chi non accettava di fare gli straordinari veniva cacciato. In soli 200 operai, a "tanti" erano stati ridotti, solo 200 dovevano fare la produzione che fino a luglio scorso era fatta da 385 operai, un suicidio preannunciato. Il ricatto del lavoro è la regola per i fottuti capitalisti che sfruttano al massimo possibile uomini e macchinari, con la manutenzione dei macchinari che è ovviamente e regolarmente in difetto se non assente del tutto. Gli alti signori delle istituzioni e della politica in occasioni come queste sono sempre pronti a spargere le loro lacrime rilasciando dichiarazioni vergognosamente ipocrite di grande preoccupazione per le condizioni di lavoro operaie, ma sanno benissimo che la sicurezza sui posti di lavoro oramai è un'emergenza. Le leggi ci sono, ma vanno rispettate e questo purtroppo invece non avviene, i controlli devono funzionare, ma nessuno fa nulla perchè ciò avvenga, tutti lo sanno ma nessuno fa nulla e chi si lamenta viene mandato a casa con un bel calcio nel culo. E intanto gli operai muoiono nelle fabbriche, nei cantieri, nelle miniere e non ci sono mai capitalisti che paghino salati i loro assassinii! Il modo per obbligare i capitalisti ad applicare le misure di sicurezza sul posto di lavoro c'è, e non è quello seguito fino ad oggi dai cosiddetti uffici competenti, nè quello seguito dai sindacati collaborazionisti, tante chiacchiere, ma fatti reali non se sono mai visti! Quindi è giunta l'ora di dire BASTA, non si può continuare a morire, a mutilarsi, ad invalidarsi per ingrassare i profitti di questi fottuti padroni capitalisti. E' giunta l'ora di riprendere la lotta nelle nostre mani, organizzarci nelle assemblee e nei comitati, nelle azioni di sabotaggio contro questi fottuti padroni e contro questo vile sfruttamento indiscriminato senza scrupoli, combattere strenuamente con ogni mezzo non solo per la difesa delle condizioni di sicurezza sui posti di lavoro e di vita degli operai! Ma anche e soprattutto per far si che siano finalmente gli operai a gestire la fabbrica ed il proprio lavoro, non viceversa. E ad ogni minimo soppruso sul lavoro, avviare subito uno sciopero immediato fino a quando tutte le richieste non siano state esaudite, e senza sospensione della paga. E se muore un operaio sul posto lavoro, sciopero generale, immediato, ad oltranza, con la mobilitazione di tutte le categorie. Perchè quando un operaio perde la vita per colpa dei fottuti padroni capitalisti, tutti i fottuti padroni capitalisti sono egualmente responsabili, così come lo sono le fottute istituzioni che li proteggono, quindi la lotta dovrà colpirli tutti, nessuno escluso !

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L'acciaio del führer.
Nel 1933 Gustav Krupp, il proprietario delle acciaierie Krupp, finanziava generosamente il partito nazional-socialista tedesco e la sua ascesa al potere. Negli anni successivi la Krupp guida il riarmo della Germania, sviluppando il famigerato cannone antiaereo da 88 cm ed i primi panzer con motore diesel ma soprattutto continua a guadagnare e sguazzare nel terzo reich. Alla fine della II Guerra Mondiale si scoprì poi che Herr Alfried Krupp affittava direttamente dalle SS prigionieri politici a 4 marchi al giorno. I giudici del processo di Norimberga infatti lo condannano per uso ed abuso assassino di lavoro forzato a 12 anni di carcere ed alla cessione del 75% degli averi di famiglia. A riprova ulteriore che i processi siano un mero esercizio di potere, la condanna nei confronti dell’ariano Alfried non viene eseguita e l’ultimo Krupp in ordine di tempo ritorna al comando dell’azienda di famiglia. Nel 1999 il gruppo Krupp si fonde con le acciaierie di un’altra dinastia tedesca di aperti sostenitori della dittatura nazista: i Thyssen.