sabato, 12 dicembre 2009
- "Signore, vorremmo raccontare la sua storia"
- "La mia storia ! Quale storia? "
- "La sua... Lei ha perso una persona cara in piazza Fontana..."
- "Piazza Fontana? E cos'è successo a piazza Fontana?"
- "Non starà mica scherzando? La bomba nella banca dell'agricoltura...12 dicembre 1969, diciotto morti, (Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti, Giuseppe Pinelli) decine di feriti..."
- "Sto scherzando, io...? Lo stato ha detto che non esiste un colpevole, dunque nessuno ha messo la bomba, dunque non c'è stata nessuna strage, dunque io non ho una storia da raccontarvi. Per favore, mi lasci in pace! Non è successo niente, ma proprio niente, il 12 dicembre 1969."

http://rivistapaginazero.files.wordpress.com/2007/12/piazzafontana.jpg

Era il maggio del 2005 quando parlammo per telefono con il familiare di una delle vittime della strage avvenuta nella filiale della banca dell'agricoltura, a Milano. Diciotto morti, ottantotto feriti. E a trentacinque anni di distanza, proprio in quel mese di maggio, la magistratura aveva appena emesso una sentenza definitiva di innocenza per tutti gli imputati e condannando invece i sopravvissuti e i parenti dei caduti al pagamento delle spese processuali. Dopo il danno la beffa, ancora più atroce delle conseguenze della bomba. Perché quella sentenza era un macigno infilato nella bocca alle vittime, un colpo di spugna che cancellava persino la memoria del fatto. Oggi sono le vittime a chiedere ancora che le carte siano rimesse a posto. Chiedono giustizia, perchè loro sanno che hanno subito una giustizia incompleta, lacunosa, falsata da tanti omissis che li ha lasciati con l'amara senzazione di essere stati colpiti due volte. Chi sono i mandanti veri ed i responsabili materiali della strage di piazza Fontana, ma anche di Portella della Ginestre in avanti sino a piazza della Loggia, dell'Italicus etc etc....? Come è possibile che ancora si parli di errore giudiziario per la strage di Bologna?. Non un solo caso di quelli esaminati, appare senza ombre. Eppure si continua a scrivere che tutto è stato chiarito, che non c'è più nulla su cui indagare. Ed insieme al bisogno di giustizia, emerge nettamente il bisogno di verità. Non c'è stata piena giustizia perchè non c'è stata piena verità. Giustizia e verità rappresentano un binomio imprenscindibile. Per cui tutti coloro che vogliono sapere la vera verità, chiedono insieme con i parenti delle vittime che sia abolita l'eternità del segreto di stato (in nessun paese democratico la sua durata è illimitata), che siano declassificati i documenti e resi accessibili agli studiosi. Ma anche che si scavi nelle pieghe del non detto, del taciuto, e quindi non accontentarsi della falsa verità di stato, trincerata dietro a presunte verità di comodo. In passato il segreto di stato -l'abuso del segreto di stato- ha chiuso troppe bocche per troppo tempo. Rimuoverlo è il passaggio obbligato per uscire dall'anomalia italiana. Quella di un paese in fase di eterna rimozione. Di un paese che si barrica in posizioni di autodifesa per non affrontare una realtà ritenuta,(spesso per antichi vizi culturali o per un radicato riflesso psicologico), pericolosa e destabilizzante, se non peggio. Un paese immaturo che non sa fare i conti con gli errori e gli orrori della propria storia. E finito il periodo dello stragismo, il cercare a tutti i costi di rimuoverlo completamente dalla memoria, non è stata davvero la scelta migliore. Perchè, cessato il pericolo, scomparso il "nemico", sono rimaste intatte una cultura, una psicologia, un costume di quell'epoca. Resiste un sottofondo di illegalità diffusa, difficile da arginare e destinato a tornare a galla costantemente. Tangentopoli, Calciopoli, Intercettopoli etc. Nel doppiofondo del nostro paese c'è sempre un sottosuolo carsico di illeicità e scorrettezza che sprofonda o raffiora a seconda dei momenti e delle contingenze, ma che iperturbabilmente permane e che ad oggi però risulta solo come una melma maleodorante che più prima che poi ci travolgerà, se si continuerà a cancellare anche la memoria del nostro recente passato.

http://img136.imageshack.us/img136/4181/piazzafontanatargacensuza6.jpg
giovedì, 06 agosto 2009
 
  MAI PIU' ! 
giovedì, 09 ottobre 2008
Noi siamo realisti...
...esigiamo l'impossibile !



41 anni fa Ernesto Guevara de la Sierna, detto "El Che" veniva barbaramente ucciso da militari e agenti della CIA americana sulle montagne della Bolivia, moriva così la speranza di una diversa visione dell'America Latina (che oggi sembra però riproporsi in tutta la sua forza e determinazione) e moriva anche il sogno di una unificazione del continente Sud Americano con cui poter contrastare lo strapotere economico e non solo dei fottuti yankee Nord americani, e non solo. Il sogno di Guevara e di generazioni intere, venne in quel momento sopito, ma non spento definitivamente, perchè ad oggi il mito di Guevara rivive in milioni di persone e non solo. Ed è proprio da quella entusiasmante esperienza che Guevara cercò di attuare, riuscendoci solo parzialmente, che oggi in quasi tutta l'Amarica Latina, i suoi insegnamenti sono di monito e ripresi da molti governi stufi della prepotenza e dello sfruttamento imposto dal fottuto yankee americano.
Medico argentino, "El Che" fu l'ultimo idealista, a partire da Simon Bolivar, cercando di applicare le proprie idee, il suo spirito di sacrificio, il suo rigore ed onestà intellettuale sono e saranno sempre fonte d’ispirazione per tutti coloro che credano tutto ciò ancora possibile !
sabato, 13 settembre 2008
 ANTIFASCISTA 
 SEMPRE, OVUNQUE E COMUNQUE ! 
martedì, 19 agosto 2008
http://www.mda.mil/mdalink/images/CannotCatchRussian.jpg

La storia dello "Scudo Stellare" :
 http://www.nenasili.cz/it/806_lo-scudo-stellare

L’installazione di un sistema missilistico di difesa nell’Europa dell’Est è una virtuale dichiarazione di guerra. Immaginiamoci la reazione degli Usa se la Russia, o la Cina, o l’Iran o qualsiasi altra potenza straniera osasse persino pensare di piazzare un sistema missilistico di difesa sul suolo o ai confini dell’America, per non parlare della sua attuazione. In tale inimmaginabile circostanza, una reazione violenta degli Usa non sarebbe soltanto quasi certa, ma comprensibile, per motivi chiari e semplici. Tutti sanno che la cosiddetta difesa missilistica ( leggi scudo stellare ) è prima di tutto un’arma di offesa. Stimati (da loro quindi) analisti militari americani la descrivono come “non un semplice scudo, ma un potenziale trampolino di lancio per azioni di guerra americane”. “Agevolerà di molto l’impiego di forze militari americane all’estero”. “Salvaguardando da possibili rappresaglie il suolo americano, lo scudo stellare garantisce agli Stati Uniti sia la capacità che la volontà di ‘plasmare’ il territorio altrui”. “La difesa missilistica non è veramente intesa alla protezione dell’America, ma uno strumento di dominio globale”. “Lo scudo stellare serve a consolidare il potere dell’America all’estero. Non è per difesa, ma per l’attacco, ed è questo il vero motivo per cui ne abbiamo bisogno”. Tutte le frasi citate sopra sono state pronunciate da autorevoli e rispettate fonti liberali, che sono a favore dell’impiego del sistema missilistico di difesa e alla sua installazione nei più remoti angoli del dominio statunitense globale. La logica è chiara e semplice, un sistema funzionante di difesa missilistica informa i potenziali bersagli che “noi vi attaccheremo quando ci pare e piace, e voi non potrete vendicarvi contro di noi, per cui non potete impedirci di farlo”. Il sistema è “venduto” agli europei come “difesa contro i missili iraniani”, ma anche se l’Iran possedesse armi nucleari e missili ad ampio raggio, le probabilità che ne faccia uso per attaccare l’Europa sono tanto remote quanto lo è la probabilità che l’Europa sia colpita da un asteroide, per cui se la difesa ne è la ragione, la Repubblica Ceca dovrebbe installare un sistema di difesa contro gli asteroidi. Se l’Iran dovesse anche solo accennare di avere quel tipo di intenzioni, verrebbe vaporizzato. Il sistema è certamente inteso per l’Iran, ma per attaccarlo. Fa parte delle crescenti minacce Usa contro questo Paese, minacce già di per sé illegali e contrarie alla Carta delle Nazioni Unite, anche se non applicabili a stati “fuorilegge”. Quando Gorbachev acconsentì alla Germania unita di aderire ad un’alleanza militare ostile, accettò una grave minaccia alla sicurezza della Russia, ma lo fece per le ragioni che tutti conosciamo. In cambio il governo USA promise solennemente di non allargare la NATO verso l’Est. La promessa fu violata alcuni anni dopo, destando poche critiche all’Ovest, ma aumentando di molto la minaccia di uno scontro militare. La cosiddetta “difesa missilistica” ha accresciuto le probabilità di una nuova guerra. La “difesa” che offre è sintomo premonitore di aggressione nel Medio Oriente, che avrebbe conseguenze incalcolabili, data la minaccia di una guerra nucleare totale. Più di mezzo secolo fa Bertrand Russell e Albert Einstein fecero uno straordinario appello ai popoli del mondo, avvertendoli di trovarsi di fronte ad una scelta “tetra ed ineluttabile, ossia quella di  mettere fine alla razza umana o rinunciare alle guerre”. Accettando il cosiddetto “sistema missilistico di difesa” la scelta è stata fatta a favore della fine della razza umana, forse addirittura in un futuro non molto distante. Complimenti !


http://img166.imageshack.us/img166/933/vaffanculoguerraatomicajk1.jpg

Fuck you yankee came back home
sabato, 16 agosto 2008
Il "Lodo Moro", l'accordo che prevedeva libertà di movimento per i terroristi palestinesi in Italia in cambio di un occhio di riguardo per la sicurezza del nostro Paese da parte dell'Olp, «a questo punto rappresenta una certezza per la nostra politica estera sempre molto attenta all'interesse nazionale, che ci poneva ai limiti estremi dell'ortodossia atlantica». L'avvocato Giovanni Pellegrino (Pd), già presidente della commissione Stragi e ora alla guida della Provincia di Lecce, non ha perso il gusto dell'analisi storica e per questo aggiunge un tassello in più rispetto a quello che Bassam Abu Sharif, ex leader storico del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ha rivelato nell'intervista a Davide Frattini pubblicata ieri sul Corriere della Sera.
EFFETTI COLLATERALI
Spiega Pellegrino: "Moro ne accenna in una lettera all'ambasciatore Cottafavi del 22 aprile del '78, durante la sua prigionia. "Noi con i palestinesi ci regoliamo in altro modo...". E commentando questa lettera, da ultimo, Miguel Gotor (autore del libro "Lettere dalla prigionia ") ha individuato la genesi del Lodo Moro nell'ottobre del '73 (l'anno della guerra del Kippur). Pellegrino, poi, propone un incastro che spiegherebbe gli effetti collaterali del lodo. Pellegrino dice "L'idea del giudice Mastelloni che indagò su Argo 16 (il 23 novembre 1973 un bimotore dell'Aeronautica militare italiana, Argo 16, precipita a Marghera: i 4 militari dell'equipaggio muoiono, il possibile disastro ecologico viene solo sfiorato.), anche se il processo poi non lo ha confermato, era che vi fosse stata una ritorsione del Mossad per punire l'Italia di avere fatto il patto con i palestinesi ".
INTERMEDIARI CON LE BR 
Il legame tra apparati italiani e palestinesi, dunque, era talmente consolidato che lo stesso Moro spende questa carta quando si tratta di salvare la sua vita, ed in una delle lettere dalla prigionia Moro richiama l'esperienza di Giovannone (capo centro del Sid a Beirut, ndr) dicendo che solo i palestinesi potevano fare da intermediari con le Br. E, ora, Abu Sharif conferma.
STRAGE DI BOLOGNA
Due anni dopo, il 2 agosto del 1980, la strage di Bologna, per la quale verranno condannati i terroristi neri Mambro, Fioravanti e Ciavardini ma che è ancora oggetto di polemiche a causa della pista palestinese secondo la quale uno o più terroristi mediorientali stavano trasportando una bomba che poi sarebbe accidentalmente esplosa, "ma è una pista che fin dall'inizio puzzava di marcio, anche se era doveroso percorrerla. Con la commissione, dopo aver stabilito le modalità per interrogarlo, Carlos fu ambiguo e poi fece saltare deliberatamente l'audizione". Ammesso che nell'80 il Lodo Moro fosse ancora efficace, perché i palestinesi avrebbero dovuto trasportare valigie di esplosivo sui treni italiani? Dall'intervista ad Abu Sharif sembra che loro utilizzassero l'Italia come fronte logistico, quindi può darsi anche per il transito degli esplosivi: dalle notizie che avevamo noi, la pista palestinese descriveva un incidente e non un attentato. E oggi Abu Sharif non esclude questo, ma lo attribuisce a un trucco fatto da altri servizi per poi dare la responsabilità ai palestinesi.

-L'intervista a Bassam Abu Sharif,
leader storico del Fronte popolare-

«Trattai io il lodo Moro.Mani libere a noi palestinesi»
«Trasportavamo armi e l'Italia era immune dai nostri attacchi»

GERICO  L'occhio di Bassam Abu Sharif vaga verso le montagne di roccia rossa che circondano Gerico. L'altro è fisso da oltre trent'anni nello stesso sguardo cristallizzato. «Un regalo del Mossad», dice. Nel 1970, era il portavoce del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, finito sulla copertina di Time come il «volto del terrore», durante i dirottamenti di Dawson's Field. Quel volto viene devastato da un pacco bomba, spedito a Beirut due anni dopo. Con la mano destra mutilata, si sforza di infilare le piccole pile nell'apparecchio acustico.Ora è pronto a ricordare il periodo a fianco di George Habash, nell'ufficio politico del Fronte. E' lui che ha reclutato Ilich Ramirez Sanchez (e lo ha battezzato con il nome di battaglia Carlos), è lui che ha seguito, tra gli anni Settanta e Ottanta, la "politica estera" dell'Fplp, i rapporti internazionali, compresi quelli con l'Italia. Fino alla rottura con il gruppo e al ruolo di consigliere per Yasser Arafat. E' un uomo di 62 anni che, dopo la conversione a sostenitore della pace, ha voglia di raccontare. A volte fatica a ricordare le date, a volte le usa come appiglio per la memoria. Premette di poter parlare della strategia generale, senza dettagli sulle operazioni. "Quello che le dico è la verità, non tutta la verità".
venerdì, 15 agosto 2008
Intervista alle basi di appoggio Zapatiste del presidio per la difesa della Riserva Ecologica Comunitaria “El Huitepec”

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Huitepec, 7 agosto 2008
Il Cerro de Huitepec e´una delle montagne che circonda la citta´di San Cristobal, a nord. E´ricoperta di boschi e di corsi d’acqua. Dal marzo del 2007 la Giunta di Buon Governo della zona Altos, di Oventik, ha istallato un riserva ecologica comunitaria, per difendere una parte della montagna dal tentativo del governo e di privati di sfruttare a fini di lucro le ricchezze che vi si trovano. La riserva comunitaria, di 102 ettari, è vigilata da un presidio di basi di appoggio zapatiste provenienti dalle comunita´della zona Altos. Le basi d’appoggio permangono al presidio con turni di una settimana.
D: Cos’e´il Cerro di Huitepec e quali risorse vi si trovano?
R: Huitepec e´il nome della montagna. Qui si incontrano sorgenti e ruscelli che forniscono l’acqua alle comunità circostanti e ad alcuni quartieri della città di San Cristobal. Ci sono molte specie di piante medicinali, molti alberi, alcuni dei quali hanno 300 o 400 anni. Sono risorse di grande valore. Sulla montagna sembra che ci siano anche dei resti archeologici Maya, ancora sotterrati.
D: Quali interessi ha il governo sulla riserva di Huitepec?
R: Il governo vuole fare affari sulla riserva. Sta espropriando le terre alle comunità ed alle famiglie contadine per venderle ai ricchi. I ricchi, molti dei quali stranieri, hanno cominciato a costruire case di villeggiatura sulle pendici della montagna. Il governo espropria le terre ai contadini senza pagarle il loro vero valore, ma dando solo elemosine. Il governo municipale di San Cristobal ha dato queste elemosine alle famiglie priiste (affiliate al partito del PRI ), per farle tacere dell’espropriazione. Le famiglie zapatiste non accettano questi soldi ma vogliono difendere la riserva. Il governo sta pensando di scavare i resti archeologici perchè vengano i turisti, vuole costruire strade sulla montagna. Il governo vende l’acqua a delle imprese. La cocacola sta prendendo l’acqua da alcuni ruscelli perchè vuole costruire una fabbrica di imbottigliamento. Questi ruscelli fino ad ora rifornivano alcune comunità e alcuni quartieri poveri di San Cristobal. Noi sappiamo che l’acqua è di dio (della terra veramente ndskb), quindi di tutti. Non è del governo nè di un’impresa privata.
D: Perchè avete creato la Riserva Ecologica Comunitaria “El Huitepec” e il Campamento Civil por la Paz (presidio) ?.
R: La riserva Ecologica Comunitaria “El Huitepec”, di 102 ettari, la stiamo difendendo perchè per noi ha un immenso valore. Ci sono tante piante e animali, c'è ossigeno. Per noi la vegetazione è vita. La stiamo difendendo non solo per noi ma per tutti. Sulla montagna di Huitepec vivono alcune comunità indigene che da molti anni sanno proteggendo la riserva. Abbiamo istallato il Campamento Civil por la Paz (presidio) perchè vogliamo difenderla in modo pacifico. Sappiamo che la riserva è di noi indigeni, e da sempre è stata dei nostri antenati.
D: Vivono famiglie zapatiste sulla montagna di Huitepec? Quale e´il rapporto con le altre famiglie?
R: Sulla montagna di Huitepec ci sono alcune famiglie basi di appoggio zapatiste, ma non ci sono comunità interamente zapatiste. Nei primi mesi del presidio le famiglie priiste ci volevano cacciare perchè il governo municipale di San Cristobal li pagava per crearci problemi. Adesso la maggior parte delle famiglie non zapatiste si è resa conto che è importante la difesa della riserva. Anche se non partecipano alla lotta non si oppongono più al presidio. Solo le autorità di alcune comunità sono contro il presidio, ma non più la gente. Queste autorità si comportano così perchè sono pagate dal partito ( PRI ) e dal governo municipale di San cristobal.

"Ringraziamo i compagni e le compagne che sono venuti a portare la loro solidarietà, alcuni da luoghi molto lontani. Ci dà molto coraggio la vostra presenza, e ci dà molto coraggio conoscere che in altre parti del mondo ci siano presidi per la difesa dei territori e attuino anche loro molte lotte che, come la nostra, si battono per costruire un mondo migliore. Dobbiamo organizzarci nei nostri luoghi e dobbiamo unire le nostre lotte.
"

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http://enlacezapatista.ezln.org.mx/comision-sexta/978/
(Audio Originale)
Parole del Subcomandante Insurgente Marcos alla Carovana Nazionale e Internazionale di Osservazione e Solidarietà con le Comunità Zapatiste

Traduzione del discorso del Subcomandante Insurgente Marcos

Buon pomeriggio, buona sera. Il mio nome è Marcos, Subcomandante Insurgente Marcos, e sono qui per presentarvi il Tenente Colonnello Insurgente Moisés. Lui è l’incaricato dell’attività internazionale per la Comandancia Generale dell’EZLN, che noi chiamiamo la Commissione Intergalattica e la Sesta Internazionale, perché, rispetto a tutti noi, lui è l’unico che riesce ad essere paziente con voi.

Parleremo lentamente, per permettere la traduzione. We will speak slowly, for the translation. Nous allons parler doucement, pour la traduction.

Vogliamo ringraziarvi di essere venuti fino qua per conoscere direttamente quello che sta accadendo nel processo zapatista, non solo le aggressioni che stiamo subendo, ma anche quanto si sta realizzando qui in territorio ribelle, in territorio zapatista.

Speriamo che ciò che vedrete e che ascolterete possa essere portato lontano: in Grecia, in Italia, in Francia, in Spagna, nei Paesi Baschi, negli Stati Uniti e nel resto del nostro paese, con i nostri compagni dell’Altra Campagna.

Speriamo non facciate come la cosiddetta Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani, che la sola cosa che ha fatto venendo qua, alcuni mesi fa, è stata lavare le mani del governo perredista del Chiapas, dicendo che le aggressioni che subiscono le nostre comunità non vengono dal governo statale ma dal governo federale.
giovedì, 14 agosto 2008
Una "rivoluzione rosa" in Georgia aveva portato Mikhail Saakashvili ed il suo destroso Movimento Nazionale al potere nel 2004. In questi 4 anni la Georgia ha rafforzato i suoi legami con la NATO e con la UE, in forte contrasto quindi con la Russia, che applica un duro embargo nei confronti della Georgia, ma che sostiene le due regioni secessioniste e di fatto fuori del controllo georgiano, quelle della Abkhazia e dell'Ossezia del Sud. La presidenza di Saakashvili non ha manenuto le promesse fatte prima delle elezioni, visto che almeno un terzo della popolazione georgiana vive sotto la soglia di povertà, il tasso di disoccupazione è al 16%, ma in realtà è molto più alto, la pensione è di 16 euro al mese. La legislazione sul lavoro consente oggi il licenziamento senza giusta causa. Il malcontento popolare è esploso in occasione delle elezioni presidenziali dello scorso gennaio indette in seguito alle grandi manifestazioni di protesta del novembre 2007, con la povertà che cresceva insieme alla...crescita economica. Saakashvili ha vinto per la seconda volta, ma ha dovuto reprimere decine di migliaia di manifestanti che nella capitale Tbilisi denunciavano brogli, corruzione, autoritarismo e disastro economico. Cosa importa!! Il controllo strategico della Georgia vale molto di più di come vive la sua popolazione. E quella autonomia di fatto, sotto protezione russa, dell'Ossezia del Sud è un bell'impiccio per gli interessi USA ed europei nell'area. Infatti con il previsto ingresso della Georgia nella NATO, sarebbe giustificata una presenza militare internazionale finalizzata alla protezione ed al controllo dei 2 corridoi di grande importanza stragica per l'occidente. Il famoso BTC (Baku-Tbilisi-Cehyan) che porta petrolio dal Mar Caspio al Mar Mediterraneo ed il BTE (Baku-Tbilisi-Erzerum) che porta gas dal Mar Caspio alla Turchia e da qui si immetterà nel corridoio TIG (il "Nabucco") che collegherà la Turchia alla Grecia e all'Italia. Ma entrambi gli oleo-gasdotti passano troppo oltraggiosamente a sud della Russia e troppo vicini all'Ossezia. La Russia e la sua Gazprom non se ne stanno certo a guardare, e quindi finchè ci sarà tensione nel Caucaso, non ci sarà spazio per la NATO e l'Europa dovrà fare i conti con la Russia se vuole che le arrivi il gas ed il petrolio dal Mar Caspio. Il ministro degli esteri italiano teme che il conflitto contagi anche l'Abkazia..., ma in realtà i timori sono rivolti agli interessi dell'ENI (quota del 5%) nel BTC e di Edison nel BTE e già offre una presenza militare "di pace" italiana nel Caucaso su mandato europeo. Dove passa la via della seta del XXI secolo, non vale nulla la vita dei 70.000 abitanti dell'Ossezia del Sud ( a cui viene negata quella indipendenza che si concede invece altrimenti al Kòssovo), nè vale quella del popolo georgiano; due popoli apparentemente divisi da conflitti etnici, ma in realtà ostaggio dello scontro inter-imperialistico per il controllo delle materie prime e dei relativi corridoi. Non ci sarà pace, nè stabiltà nel Caucaso finchè i popoli non riacquisteranno piena autonomia ed autodeterminazione sui loro destini e non coopereranno per la produzione e la veicolazione solidale delle materie prime, contro i dittatori e le classi dominanti locali, contro ogni nazionalismo, ogni imperialismo, contro il capitalismo.
martedì, 12 agosto 2008
"Per la Bolivia si apre davvero una storia nuova, una storia fatta di uguaglianza, giustizia, equità, pace e giustizia sociale"

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"Somos todos Evo"

Evo Morales ha vinto. Una vittoria rotonda, piena, senza ombre. Con oltre il 62% dei voti, otto punti in più del risultato delle presidenziali del 2005, il presidente indio e il suo abilissimo vice, l'intellettuale bianco Alvaro Garcia Linera, la vera anima radicale del governo, sono stati confermati alla guida del Paese. Il referendum revocatorio li ha incoronati di nuovo. Un processo di identificazione totale lega il popolo boliviano al suo Presidente, una connessione sentimentale profonda che si ritrova nei volti di quei contadini che, in lunghissime file davanti ai seggi, hanno aspettato silenziosamente il loro turno per votare, si votare Evo Morales, perchè "Tutti siamo Evo". Evo lo chiamano, usano solo il nome per parlare del Presidente della Repubblica ed ognuno di loro è pronto a raccontare, con minuzie di particolari, quando Evo è andato nel loro villaggio. Questa la bellezza della nuova Bolivia che cresce ogni giorno, con i racconti di questi campesinos e l'efficace semplicità nel descrivere l'impegno del governo per i più poveri e con le pericolose ed allo stesso tempo vergognose false rivendicazioni delle oligarchie imprenditoriali che però  "Evo ha cacciato dal potere". Infatti la vergognosa stampa boliviana, controllata dai ricchi latifondisti del Paese, ha agitato gli animi lasciando presagire scontri e violenze e spalleggiando i prefetti delle regioni che rivendicano l'indipendenza dal potere centrale, il popolo boliviano ha dato un grande esempio di partecipazione democratica. Il voto, negli ultimi anni, è diventato sacro: è una conquista recente, perché solo grazie ad Evo l'opinione dei contadini più poveri del Paese è tenuta in grande considerazione fino a diventare espressione del governo. Evo ha trasformato i diseredati della terra in protagonisti del proprio futuro, ha consegnato il potere reale nelle mani di chi non aveva mai percepito di essere importante. Hanno la faccia scavata di chi ha lavorato una vita, la fatica è scritta nelle loro mani e nella loro lentissima andatura. Niente può fermare il popolo boliviano il giorno del voto, in quel 10 agosto che ha rafforzato il prestigio nazionale ed internazionale di Evo Morales, unico presidente nella storia della Bolivia ad avere un consenso superiore al 60%. Nessuno vuole mancare alla "festa" del referendum ed infatti l'83% di affluenza alle urne non è frutto esclusivo dell'obbligatorietà dell'esercizio elettorale ma è emblematico di una voglia reale di partecipazione e di cambiamento. Evo Morales è espressione di questa impresa democratica, di questa straordinaria offensiva politica, sociale e culturale che ha trasformato l'America Latina nel laboratorio più avanzato della sinistra anti-liberista. Tutto ciò mentre le edizioni straordinarie dei telegiornali delle scandalose televisioni private, raccontando di inesistenti frodi e violenze nei seggi, trasmettevano il discorso di Ruben Costas, il prefetto filo-fascista confermato di Santa Cruz, che si lanciava in una invettiva inqualificabile, razzista ed eversiva, contro Evo Morales, parlando di "fondamentalismo Aymara" (Evo Morales è un indios Aymara) e di "terrorismo di Stato" mentre i suoi ricchi seguaci accorsi in piazza con le bandiere indipendentiste di Santa Cruz urlavano come cornacchie spellacchiate "Evo assassino".
lunedì, 11 agosto 2008
Prendendo spunto direttamente dalle guerre sporche di croati, musulmani bosniaci ed albanesi del Kosovo (internazionalizzare il problema e richiedere l'aiuto occidentale mentre si attaccano gli altri), il presidente georgiano "si è direttamente appellato alla comunità internazionale, affermando che il conflitto riguardava l'America, i valori e la libertà".

http://www.eurasianet.org/resource/georgia/images/georgia_map.jpg

Qualcuno si ricorda del KLA?
http://freebooter.da.ru/
(l'esercito della Cia)

"Saakashvili ha detto che la sua nazione di cinque milioni di abitanti, con il suo comparabilmente piccolo esercito, non ha nessuna possibilità di sconfiggere la potenza della Russia. E' per questo che si è rivolto al mondo esterno perché intervenga e fermi ciò che ha chiamato l'esplicita aggressione di Mosca". Così, anche se Saakashvili è ben consapevole di non potere assolutamente affrontare la Russia, nondimeno attacca ed uccide peacekeeper e civili russi in Ossezia del Sud. Questo potrebbe essere solamente perché sa di poter contare sulla NATO a guida USA per combattere la sua guerra sporca. Proprio come Tudjman, Izetbegovic e Thaci prima di lui. Ora gli Stati Uniti diventeranno fortemente coinvolti nella guerra con la Russia? Ora la NATO bombarderà Mosca? Se sostengono che la Russia è un "aggressore" per cercare di proteggere 75.000 sventurati russi in Ossezia del Sud, quindi dovrebbero provare ad attaccare la Russia come la Serbia, vediamo come va questa... se giungono a sorvolare l'Europa occidentale prima di fracassarsi i denti. O, più probabilmente, faranno "soltanto" marciare la NATO nell'Ossezia del Sud popolata da russi sotto la veste di "peacekeeper", per permettere al Thaci della Georgia di sterminare tutti i russi ed avere quel pezzo strategico di Caucaso sotto i loro stivali, esattamente come la provincia serba del Kosovo e Metohija? Se tutto va bene, i russi saranno più scaltri e meno ingenui dei serbi, ora che sanno bene di come vengono fatte queste cose, dalla ex Jugoslavia e dalla Serbia in particolare.

http://www.clandestinoweb.com/images/stories/mondo/immagini/ossezia_03_280x200.jpg

Un passo indietro....

- La guerra è cominciata
La notte del 7 agosto, le forze georgiane hanno lanciato un attacco su Tskhinvali, che Tbilisi descrive cinicamente come un tentativo per ristabilire l'ordine costituzionale. Appena poche ore prima, Saakashvili ha dichiarato un cessate il fuoco nella zona del conflitto, ma la mossa era solamente una manovra propagandistica che nascondeva il piano di un'offensiva su vasta scala. Il tempismo è stato scelto attentamente, visto che l'attenzione mondiale è concentrata sull'apertura dei giochi olimpici, il Primo Ministro russo V. Putin è a Pechino ed il Presidente russo D. Medvedev è in una breve vacanza. Le forze georgiane si stanno comportando con estrema ferocia. E' stata riferita la devastazione totale del centro di Tskhinvali, che è stata colpita dal fuoco di missili Grad, artiglieria, mortai e mitragliatrici. Dozzine di esplosioni frantumano la città ogni minuto. Decine di veicoli corazzati e migliaia di soldati si sono spostati nella zona del conflitto. Il vice comandante della Forza di pace russa V. Ivanov ha dichiarato che le posizioni dei peacekeeper non erano direttamente prese di mira o colpite e che continuano ad osservare la situazione nella regione. Comunque, la parte ossetina ed i giornalisti russi affermano che il quartier generale dei peacekeeper è stato colpito.

-
Non inaspettatamente, l'amministrazione USA si schiera apertamente con i teppisti di Saakashvili
L'offensiva ha già causato la morte di centinaia se non di migliaia di persone. Tuttavia, pare che l'attività dei peacekeeper rimanga limitata a monitorare la situazione. La loro inerzia aiuta l'aggressore, visto che la parte georgiana dichiara che i peacekeeper russi non stanno intervenendo nel conflitto. L'esercito dell'Ossezia del Sud ha risposto al fuoco, ma non ha nessun potenziale paragonabile a quello delle forze georgiane. Diversi villaggi ossetini sono già stati presi e vi è la possibilità che l'autostrada Zar che collega la repubblica alla Russia verrà bloccata. La dichiarazione resa da Mathew Bryza in collegamento con gli eventi è straordinariamente cinica, appoggiando astutamente la Georgia ed interpretando la posizione di Mosca nel modo di un vero e proprio teppista, ha incolpato l'Ossezia del Sud dell'escalation. Prima a Tbilisi C. Rice ha dichiarato che nel conflitto gli USA erano completamente dalla parte della Georgia, non lasciando così nessun dubbio riguardo alla posizione USA. Il portavoce del Dipartimento di Stato USA Gonzalo Gallegos ha detto che gli USA pretendono che Mosca eserciti pressione sulla leadership della Ossezia del Sud per raggiungere un cessate il fuoco nella zona del conflitto. Allo stesso tempo, la parte georgiana non è più che consigliata ad esercitare limitazione.
lunedì, 04 agosto 2008

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Nella notte del 4 agosto 1974 una bomba esplode nella vettura numero 5 dell'espresso Roma-Brennero. I morti sono 12 e i feriti circa 50, ma una strage spaventosa è stata evitata per questione di secondi: se la bomba fosse esplosa nella galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro i morti sarebbero stati centinaia. Racconta un testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall'esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l'odore dolciastro e nauseabondo della morte». Alcuni che hanno assistito alla sciagura raccontano: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c'era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. 'Mettetevi in salvo', abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. 'Vieni via da lì', gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo». I neofascisti non nascondono di essere gli esecutori. Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti».

domenica, 03 agosto 2008

Noi che sapevamo e stringendoci
nelle spalle dicemmo: "figurarsi!"
senza voler credere alla pazzia
e continuammo ognuno i propri affari
intenti fino al crepuscolo del giorno
e distrattamente leggendo ogni mattina
le notizie dell’orrore a venire
come cosa che non ci riguardasse
alla stregua di una catastrofe
remota sulle mappe dell’Africa
o della scomparsa di rettili alati
e che dalle statistiche tuttavia
venivamo esattamente informati
dell’aumento percentuale del tasso
del profitto nell’industria di guerra
e pensammo: "cose troppo complicate:
ci basta combinare pranzo e cena"
e preferimmo intanto nei segni astrali
decifrare il destino e la scommessa
e che mentre si moltiplicavano
gli indizi e la voce da più parti
metteva in guardia eravamo occupati
a disquisire se le dive usassero
o meno indossare le mutande e anzi
infastiditi corremmo a chiuderci
le orecchie con cuffie e con canzoni
ma fummo i primi a consolarsi quando
compiaciuti dei muscoli esibiti
ci sentimmo sicuri col più forte
e che solo borbottammo: "affari loro"
vedendo bombe e missili cadere
su altri come noi con braccia e gambe
e tranquilli dell’alba e del tramonto
tornammo ad affollarci per le strade
e continuammo a camminare in tondo
camminare in tondo camminare in tondo
fin che poi non vi fu più nulla


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Esercito a pattugliare le strade delle grandi città. Ma solo per pochi mesi? Manovra iniziale di una fututra e più ampia dittatura dell'attuale governo neo fascista e xenofobo o naturale conseguenza di piani decisi da oltre dieci anni da alcuni paesi della NATO? Questa affermazione non è l’ennesimo tentativo maldestro di voler accollare a carico dell’Alleanza militare occidentale oscuri disegni di militarizzazione della nostra società, bensì il frutto di specifiche ricerche su alcuni progetti, condotti sotto la guida del Pentagono e riguardanti l’uso degli eserciti nelle megalopoli del futuro. Si tratta del lavoro di esperti NATO UO 2020 nel gruppo di studio SAS 30 Urban Operation in the year 2020 , al quale partecipano dal 1998 esperti di sette Nazioni della NATO ( Italia, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Stati Uniti d’America ) e che ha gettato le basi per l’evoluzione dell’impiego dello strumento militare nello scenario più probabile del prossimo futuro.

LO STUDIO NATO UO ( Urban operations) 2020
Questo studio ,ultimato negli ultimi mesi del 2002 e reso pubblico nei primi mesi del 2003, prima della guerra in Iraq , rende esplicito come in maniera omogenea il nocciolo duro del militarismo mondiale ritiene più che probabile le città del futuro come campo della "Battaglia Finale", quella per la sopravvivenza del sistema capitalista ed in cui il ruolo dello strumento militare avrà un carattere dominante anche in quelle che sembrerebbero essere "normali" operazioni di polizia urbana. E’ l’ambiente urbanizzato che si qualifica come il contesto nel quale l’Umanità del ventunesimo secolo condurrà una difficile vita: le sterminate megalopoli abitate da decine, se non centinaia ,di milioni di esseri umani concentreranno nel loro interno tutte le contraddizioni della società capitalista allo stadio supremo. Differenze di classe e azzeramento dei servizi sociali capaci di attutire il senso diffuso di ingiustizia, degradamento delle complesse regole di interazione tra diversi strati della popolazione, scarsità di cibo e di lavoro genereranno forti conflitti tra diversi strati sociali, coinvolgendo il sistema statale locale e/o organismi e attività multinazionali. In questo contesto che le "normali" forze di polizia non saranno in grado di condurre operazioni tra folle “ostili” o semplicemente “complici” dei nemici da colpire e neutralizzare senza il rischio di forti perdite o addirittura ritirate catastrofiche da banlieus in fiamme. Rischi di effetto domino su scala mondiale con scene di folle tumultuanti, affamate e disperate che assaltano (giustamente) centri commerciali, quartieri dell’alta borghesia e centri di potere provocherebbe il panico nell’intero sistema capitalistico. L’invio dell’esercito condotto con armi tradizionali e all’ultimo momento potrebbe essere addirittura controproducente scatenando ancor più le folle e i partiti di opposizione. Per questo motivo nello studio UO2020 si consiglia così di iniziare gradatamente in base alle necessità ad utilizzare l’esercito in funzione di ordine pubblico man mano che la crisi mondiale quella che è ipotizzata per il 2020, si avvicina. Nel frattempo ogni paese aderente a questo gruppo compresa l’Italia deve finalizzare reparti appositi che si specializzino per condurre le operazioni di contenimento delle folle e di controllo del territorio compresi i rastrellamenti a caccia di sovversivi ed agitatori nei quartieri.

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IL RUOLO ITALIANO NELLA COSTITUZIONE DELL’ESERCITO INTERNAZIONALE ANTISOMMOSSA

L’Italia in questo campo ha proposto la possibilità di sviluppare nuove specializzazioni e di preparare personale addestrato a muoversi e combattere negli ambienti urbani ove occorre isolare quartieri, edifici , abitazioni, ma anche padroneggiare gli impianti di comunicazioni e distribuzione dell’energia e dell’acqua. In effetti l’Italia è considerata da USA e Gran Bretagna come uno di migliori fornitori di personale addestrato ad operazioni antisommossa a partire dai reparti dei Carabinieri che sono inquadrati , principalmente nell’area balcanica nelle MSU. Da quando l’Italia si è impegnata a fornire personale nelle guerre umanitarie, aree militari sono state attrezzate per ricostruire ambienti urbani e rurali dove si addestrano carabinieri, parà, assaltatori e bersaglieri che vanno ad operare all’estero, mentre gli stessi reparti di polizia militare sono addestrati realmente , nell’ambiente metropolitano, con l’impiego di ordine pubblico quotidiano sul territorio nazionale e sono gli stessi che presto grazie al nuovo decreto sulla sicurezza del governo berlusconi vedremo operare nelle grandi città e a guardia di siti di rilevevanza nazionale: discariche centrali nucleari in costruzione, termovalorizzatori ecc. Addestramenti sul territorio nazionale sono stati condotti da tempo come per esempio quello del 28 febbraio 2003 che si concludeva presso il Centro di Addestramento alle CRO (Crises Response Operation/ Operazioni di risposta alle crisi) di Cesano con la certificazione del 2° Corso per Istruttori della Forza Armata di “Controllo della folla” . Corso svolto alle porte della capitale dal 17 al 28 febbraio condotto da istruttori della 2a Brigata mobile dei Carabinieri a cui hanno preso parte 7 Ufficiali, 19 Sottufficiali e 3 Vfb. E in cui a far da comparse nel ruolo dei sovversivi tumultuanti c’erano 50 Volontari in Ferma annuale del 7° Reggimento Bersaglieri. La ricerca ossessiva di sistemi di controllo della popolazione ha nello studio NATO UO2020 alcune parziali risposte di natura tecnologica.
sabato, 02 agosto 2008
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La città di Bologna non dimentica il terribile atto terroristico di 28 anni fa: era il 2 agosto del 1980, ore 10.25, quando un’esplosione devasta la sala d’aspetto della Stazione e uccide 85 persone e ne ferisce 218.



 
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UNA STRAGE DI "MENTE" STATALE
& DI "MANO" NEOFASCISTA !
venerdì, 01 agosto 2008
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L'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) ha incassato l'ennesimo (e giusto) stop, dopo nove anni di ripartenze a singhiozzo, e i 153 Paesi che ne fanno parte sono tutti lì a chiedersi che cosa succederà domani e dopodomani. Nettamente divisi tra possibilisti e sfiduciati, c'è chi si lagna di dover rinunciare a tanti nuovi clienti possibili nei Paesi in crescita, come l'Europa industriale e i più forti esportatori. C'è chi tira un sospiro di sollievo, soprattutto tra i Paesi africani o quelli che, come l'Italia o la Francia, possono continuare a proteggersi e a pagare un po' di sussidi, in attesa che qualcuno in patria creda davvero allo sviluppo rurale o si ponga il problema di riqualificare un minimo d'assetto produttivo, magari un po' più sostenibile. C'è chi, nei Caraibi, vede sfumare l'accordo sulle banane che gli avrebbe portato un pezzetto di mercato europeo in più, e sconta il cinismo della Vecchia Europa che non avendo più nulla da pretendere altrove, si rimangia l'unico pezzetto di intesa raggiunta, rimandando tutti ai tavoli bilaterali, faccia a faccia, tipo gli Accordi di partenariato economico (Epa) che sta negoziando con le sue ex colonie. Infine c'è chi, come gli Stati Uniti, ha cercato fino all'ultimo di reclamare il suo vecchio curriculum di arbitro, e di fare comunque un buon affare facendo la figura di chi ci perde anche un po'. Ma il travestimento non ha funzionato.Una foto troppo sbiadita  E' il mondo che è cambiato. Quello che è in crisi è il Verbo che fino ad oggi in pochi hanno messo in discussione, anche dalla sedicente sinistra. L'idea che ci siano luoghi in cui si produce, luoghi in cui si consuma, e spazi, anche immateriali, paradisi protetti o opachi, dove i soliti pochi noti mettono al sicuro il malloppo. In mezzo, una sorta di flusso ininterrotto, fino a ieri a costi trascurabili, di trasporti e investimenti, concentrazioni fluide ma serrate. Le chiamiamo multinazionali ma, in realtà, sono pezzi di stati, misti a pezzi delle nostre pensioni, insieme a faccendieri, colorati supermercati e varia umanità di distributori e commercianti. Questo paesaggio, oggi, è poco più di un dagherrotipo, una foto-ceramica color seppia e un po' smorta che molti nostalgici custodiscono nella tasca della giacca. Mancava, ad esempio, nell'obiettivo di chi l'ha scattata, l'India, accusata a loro dire di aver fatto saltare il banco a Ginevra. Ma l'India si è battuta contro i rialzi dei prezzi alimentari affrontando a brutto muso le speculazioni finanziarie e bandendo i futures , legando così le mani alla finanza. Ma anche la Cina, sua presunta complice, sempre a loro dire, che da anni governa il prezzo internazionale del cotone senza esportare nemmeno un pacco di magliette o di abitini in più oltre frontiera. Le basta immettere nel mercato interno più fibra o più capi e il prezzo internazionale, magicamente, flette. Già per entrare nel ristretto circolo dei Paesi membri della Wto hanno dovuto accettare aperture e sacrifici. Hanno abbattuto tariffe, azzerato sussidi, allineato dogane, almeno in parte. Hanno accettato, a volte a buon viso a volte no, i nostri investimenti, prodotti, rifiuti, contratti da fame. Guardandosi intorno, però, hanno capito che non erano più costretti a farlo, e che forti dei loro fatturati, e rassicurati dalla recessione che avanza oltreoceano, potevano chiedere di più. Quando lo hanno fatto i vecchi protagonisti hanno voltato loro le spalle, incolpandoli di rigidità ed egoismo e rifugiandosi nei ricordi.
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lunedì, 21 luglio 2008
Sono almeno 5 mila le parti lese che sono state al centro dei dossier illegali che sarebbero stati commissionati dagli ex vertici della security di Pirelli e Telecom e dei quali ora la Procura di Milano, ma contestualmente alla notifica della chiusura dell'inchiesta per 34 persone si chiederà al gip Giuseppe Gennari la distruzione?. Da quanto si è saputo, in attesa che la Consulta decida sull'eccezione di legittimità costituzionale sollevata nei confronti della legge varata due anni fa quando esplose lo scandalo, sono moltissime le pratiche che dovrebbero andare al macero, sempre che ciò avverrà. Tra le persone destinatarie dell'avviso di conclusione delle indagini ci sono ex vertici della security e della sicurezza informatica, compreso il comparto brasiliano, hacker, investigatori privati, tra cui anche un ex uomo della Cia, un funzionario del Sismi e un ufficiale di collegamento tra i servizi segreti italiani e francesi, ex uomini della polizia, dei carabinieri e della gdf e un giornalista (complimenti). La notifica del corposo documento, pare circa 350 pagine, da quanto "trapelato" verrà notificato nelle prossime ore. Oltre a Giuliano Tavaroli e Pieluigi Iezzi, ex responsabili della sicurezza delle due aziende, Fabio Ghioni, capo del Tiger Team, Marco Mancini, ex dirigente Sismi, e i detective Emanuele Cipriani e Marco Bernardini (l'infiltrato dei volsci). Tra le accuse contestate a vario titolo ci sono l'associazione per delinquere, la corruzione, l'appropriazione indebita, l'accesso abusivo al sistema informatico,la rivelazione di notizie coperte dal segreto d'ufficio e dalla privacy o concernenti la sicurezza dello Stato (aricomplimenti). La società risulta indagata in base alla legge 231 (responsabilità legale d'impresa), ma anche parte offesa per il reato di appropriazione indebita contestato agli indagati e, in particolare, all ex capo della security, Tavaroli. Lo ha annunciato la stessa società in una nota, in cui si spiega che "si costituirà parte civile contro gli indagati in tale procedimento e, inoltre, procederà nei confronti di chiunque le abbia arrecato danno".

<B>"Aziende, giornalisti e politici<br>così spiavo per conto della Pirelli"</B>
Marco Bernardini

- Il Sisde infiltrato nei Volsci
La "normalità di spiare" e di avere due facce e due vite.
È questo che racconta un saggio non comune, perché per la prima volta una spia italiana vuota il sacco. Si chiama Marco Bernardini, ha cinquant´anni, la pancetta, le spalle da lottatore, lo sguardo poco rassicurante. Come detective privato è entrato di recente nelle cronache, in quanto costruiva alcuni dei dossier emersi poi nelle indagini sulla security Telecom. Ma Bernardini era nato, investigativamente parlando, con il Sisde, i servizi segreti non militari. In primo piano nel libro ("Una vita da spia" di Emilio Randacio edito da Bur) ci sono dodici anni di "carriera". Cominciata a metà degli anni Ottanta, quando viene infiltrato tra i "rossi", nel collettivo di Medicina di via dei Volsci. All´apparenza si mostra come un compagno duro e puro, invece è un ex picchiatore di destra, che ha fatto anche arti marziali, lavora come buttafuori in un locale jazz. Lascia il look da pariolino, mette la kefiah, diventa la "fonte Brigida". Non hanno fretta dei risultati, i suoi capi all´inizio lo pagano infilando 300mila lire in una busta gialla. Come base, gli mostrano il vero ufficio operativo, una pensione a una stella, non lontana dal Tevere. Chiusa ai turisti, ma la porta è sempre aperta per agenti e infiltrati. Come ogni spy story che si rispetti, il libro in questione parla di storie e vicende che superano i confini nazionali. Nel rispondere alle domande del giornalista, Bernardini racconta non solo di essere riuscito nella sua missione di infiltrato «interno», ma di essere cresciuto nella stima dei compagni al punto tale da finire a Cuba, per due volte, per corsi di addestramento. A leggere alcune pagine c´è da strabuzzare gli occhi, l´agente Sisde, che si fa passare per marxista, si ritrova in compagnia di una dozzina di autonomi italiani. Uno dei loro istruttori si chiama Israel. Parla bene l´italiano, spiega come «adeguarsi al modo di fare delle persone del posto», consiglia di «portare sempre la barba e i capelli più lunghi. In caso si finisse sulla lista dei ricercati, tagliarli sarà più facile che farli crescere». Esplosivi, armi, cortei, attentati, mentre gli istruttori insegnano le varie tecniche e tattiche, Bernardini studia anche «i compagni di Bologna, Vicenza, Milano, le loro abitudini». Una notte a Varadero, per di più, vince la paura e se ne va in esplorazione da solo, vuole tracciare la mappa del campo d´istruzione cubano, un´informazione che sarà passata poi agli americani. Sono tanti gli scenari che questo libro mette in luce, forse con qualche reticenza dello «spione» per evitare i guai più grossi, ma con un´abbondanza di dettagli e ricordi. Riecco Bernardini in Nicaragua, a Parigi, a Cipro, a Gerusalemme, in Serbia, in mezzo a fuoriusciti italiani e criminali di guerra, a faccendieri e politici. Sempre con questa sua vita all´insegna del doppio, svolge un lavoro che sembra fatto in un certo modo, ma alla fine il suo vero compito è fare rapporto al Sisde, elencare dettagli, fatti, persone. Alcune di queste, facilmente riconoscibili, ci resteranno male, come ci restò male una compagna di via dei Volsci. Era passato del tempo, dagli anni dell´università quando, al volante della sua Jaguar, Bernardini andò a fare benzina, la benzinaia romana non credeva ai suoi occhi, vedendo il «compagno Marco così cambiato». Ma, in fondo, chi può dire qual è il vero volto di una spia?